Dopo il referendum, un 2° turno sociale
Gigi Malabarba, Flavia D’Angeli, Franco Turigliatto


Non c’è dubbio che il referendum abbia rappresentato una sconfitta. Il vero problema, però, non è soffermarsi al mero dato numerico o a un’interpretazione funzionale a diversi progetti politici, quanto cogliere il significato effettivo di questa sconfitta, analizzarne la provenienza, la collocazione nell’attuale fase politica e le implicazioni per il futuro. Solo se si attua un ragionamento con questa prospettiva – sia sul passato che sul futuro – si può dare un volto più definito ai “misteriosi” 11 milioni che, contravvenendo alle indicazioni di tutti gli apparati nazionali – industriali, politici e, per due terzi, sindacali – hanno approvato la nostra battaglia.

1. Il referendum è la fotografia dei rapporti di forza sociali
Questa affermazione appare così scontata che finora, nei commenti e nelle valutazioni ascoltate, ci si è sorvolato sopra (ma lo si è fatto anche in sede di previsione sul risultato: nessuno ha mai ipotizzato una percentuale di affluenza al di sotto del 30%; ci tornereremo sopra). Eppure, il nodo strategico è qui. Basta fare attenzione alle più recenti sconfitte operaie: il contratto dei metalmeccanici che non si chiude; la Fiat; migliaia di licenziamenti in diverse fabbriche; l’approvazione del “pacchetto Biagi”, la legge 30 e quindi una tornata di precarizzazione formidabile. Possiamo aggiungere, il cattivo contratto del pubblico impiego, il passo indietro segnato dalle mobilitazioni per la scuola pubblica – dopo una fase di grandi manifestazioni – ulteriori arretramenti su tanti altri settori nevralgici ai fini dello scontro sociale. La stessa “astuzia” degli assistenti di volo Alitalia rappresenta un segno della difficoltà a scioperare nel comparto dei trasporti. Più in generale va tenuta nel conto una lunga fase di arretramenti, sconfitte, difficoltà che hanno caratterizzato gli ultimi venti anni, segnati dalle politiche della concertazione, dell’adeguamento alle priorità d’impresa, dall’affermazione del “liberismo temperato”. Insomma, venti anni di sconfitte che hanno prodotto uno stato di minorità sociale dalla quale i quali lavoratori non riescono ancora a uscire. La stessa azione della Cgil, che ha sì sostenuto il referendum, ma con un impegno ridotto e, soprattutto, senza modificare la linea concertativa come dimostra il recente accordo con Confindustria sulla competitività, non ha aiutato a uscire da questa impasse. Per non parlare dei Ds e, purtroppo, della difficoltà che incontra Rifondazione a invertire la tendenza.

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2. La sconfitta è l’ultima di un’onda lunga o la prima di una nuova fase di ricostruzione?
In questo contesto, però, 10 milioni e 500mila persone sono uscite di casa il 15 e il 16 giugno e hanno deposto un Sì nell’urna. Ad alcuni questa dinamica può apparire consolatoria, ad altri insufficiente, per molti in questi giorni è stata motivo di conforto. Bisogna invece analizzare questo fenomeno per quello che è – e davvero ci servirebbe moltissimo una radiografia più “scientifica” del voto – e provare a capire se la sconfitta è l’ultima di una serie molto lunga o se invece indica qualcosa di nuovo. Questa domanda è forse quella decisiva. Se inscriviamo il voto del 15 giugno nel triste calendario che scaturisce dalla sconfitta alla Fiat dell’80 o, quasi per consonanza, dal referendum sulla scala mobile dell’85 costruiamo una serie storica imprecisa che non tiene conto delle lotte recenti, del ciclo di mobilitazione del movimento, del ricambio generazionale in fabbrica e di altri fattori ancora. Questo referendum sarebbe stato possibile qualche anno fa? Il fronte che lo ha sostenuto avrebbe avuto la stessa credibilità e la spinta a lavorare?
In realtà è più probabile che il referendum sia solo la prima sconfitta di una fase in cui si sta cercando faticosamente di risalire la china. Un’analisi dei referendum degli ultimi sette anni – quasi sempre falliti, si badi bene – mostra che l’adesione ai quesiti referendari – cioè allo sforzo fatto dai proponenti – si è attestato sempre intorno agli undici milioni. Nel 2000, nel referendum per l’abolizione della quota proporzionale i Sì sono stati “solo” 11.637mila. Il risultato del 15 giugno non si discosta quindi dall’andamento di molti altri referendum. Ma a differenza di tutti quelli, per la prima volta ha riproposto un contenuto di classe altamente qualificato. Si è parlato di precarietà a livello di massa; qualche anno fa lo si faceva solo in pochi circoli politici e sindacali. Il referendum, dunque, ha provato a invertire una tendenza e, alla luce del risultato, ha registrato un dato sociale piuttosto che provocarlo. Il suo esito si colloca in una nuova fase sociale che sconta tutta la negatività dei rapporti sociali, ma in cui è possibile, dopo molto tempo, parlare di lotta alla precarietà, di estensione dei diritti, di antiliberismo. Per certi versi, il risultato referendario è una sorta di misuratore del tasso di lotta di classe, un coefficiente che registra la densità di resistenza alle politiche liberiste accresciuta, in questo caso, dalla determinazione a estendere un diritto di base. Questo tasso è ancora basso, insufficiente. Sta alla capacità di riprendere il conflitto, all’incisività dell’azione del nostro partito, a un’attenta analisi su ruolo e natura del movimento, aumentare questo tasso, innanzitutto con un’azione qualificata sul piano sociale che provi a incidere su quei rapporti di forza sfavorevoli.

3. Forza e limiti del movimento e la coppia unità/radicalità
Sulla positività degli undici milioni di voto abbiamo già detto. Però tutti pensavamo a qualcosa di più. Nessuno, ma proprio nessuno, ha mai pensato a un risultato inferiore al 30%. Su questo occorrerà indagare ancora. Al momento possono essere utili due chiavi di interpretazione: il ruolo del movimento e il funzionamento del meccanismo unità/radicalità.
Nel partito, e sui giornali, sta passando l’idea che il movimento abbia esaurito il suo ciclo. Lo stesso dato referendario, mette in luce un voto che proviene principalmente dalle “zone rosse” dai vecchi insediamenti di Ds e Prc (dunque dal Pci). Nulla, sembrerebbe, dal movimento. In realtà, le cose sono più complesse.
Per quanto riguarda il movimento c’è da dire che emerge con chiarezza quel limite che abbiamo più volte cercato di indicare, spesso da soli: il movimento si muove su un’onda simbolica, di critica etica all’esistente, aggrumandosi intorno agli eventi, ma senza tradursi in movimento quotidiano con meccanismi di radicamento, di battaglia intorno a vertenze definite, senza obiettivi dichiarati e senza programmare l’ottenimento di vittorie. E’ così da Genova, da dopo Genova, da Firenze, da Porto Alegre. Oggi questa realtà viene a galla: nel voto del referendum, il “popolo dei social forum” fa senza dubbio parte degli undicimilioni (così sembrebbe dall’affluenza più alta nelle grandi città), ma non produce effetti a catena, non attiva legami forti sul territorio, sui posti di lavoro, in altre sedi che permettano di “sfondare” sul resto della popolazione. Da questo punto di vista c’è ancora molto da fare e il movimento, nella sua capacità di agire in profondità, di mettere radici, gioca la propria sopravvivenza.
Inoltre, bisogna precisare limiti e inadeguatezze che spesso non appaiono evidenti:

a) Non abbiamo ancora riflettuto a fondo sull’esito della guerra e sugli effetti prodotti nel movimento per la pace. Dopo la grande manifestazione del 15 febbraio, la guerra in Iraq si è fatta lo stesso, anche se i fatti attuali ci danno ragione (non c’è pace in Medioriente). Però quella vicenda deve aver avuto degli effetti sul “popolo della pace”: effetti senz’altro contraddittori se da un lato le bandiere rimangono appese ai balconi mentre, dall’altro, la guerra è scomparsa dall’agenda politica.
b) Non siamo in presenza di un movimento come quello degli anni 70, forte socialmente, radicato in fabbrica, dotato di grandi strumenti di massa (contestati, ma spesso utilizzati, come il sindacato), inserito in un contesto “progressivo” della lotta di classe in cui la grande sconfitta storica di fine secolo non si era ancora realizzata.
c) I movimenti, per storia e tradizione, non “depositano” voti. Non lo fanno quasi mai – negli anni 70 la prima vittoria elettorale viene solo dopo sette anni dal ’68 e premia il Pci, non la sinistra rivoluzionaria – per lo meno non è questo il loro compito principale. I movimenti rappresentano la contestazione sistemica, aprono delle faglie, sono l’avvisaglia di una nuova istituzione democratica, dotata di maggiore legittimità rispetto a quelle esistenti: alludono a un cambio di società. Altrimenti sarebbero solo lobbies o massa di manovra da utilizzare per spericolate operazioni politiciste.
d) In questo movimento i meccanismi di politicizzazione sono ancora in divenire. Un conto sono gli attivisti più regolari, i militanti “storici”, il volontariato diffuso, un altro è la dimensione di massa. A questo livello non può non pesare la cesura storica con il novecento, il frutto di una sconfitta di prospettiva storica. Il contesto che fino agli anni 80 teneva insieme movimenti e politica, società e istituzioni, generazioni diverse, è saltato in aria e i soggetti sociali sono molto più soli, fanno più fatica a riconoscersi l’un l’altro.

E’ qui che sta il merito principale del movimento antiglobalizzazione: aver permesso questo riconoscimento, aver prodotto una sintesi che è sempre stata più alta della somma di tutti i fattori. E’ stato così a Genova, così a Firenze, così a Porto Alegre, è stato così il 15 febbraio e nella lotta contro la guerra. Eventi importanti ai fini di una ricostituzione di una prospettiva di alternativa, dai quali non si può prescindere se si vuole uscire in avanti dalla sconfitta del Novecento. Ilmovimento antiliberista ha il merito storico di aver conferito nuova legittimità all’ipotesi di “un altro mondo possibile”, quindi a un’alternativa al liberismo e alla guerra. Ma, come abbiamo detto più volte, se gli eventi non si misureranno con la fatica del movimento quotidiano rimarranno allo stato gassoso.
Diverso il problema del rapporto unità/radicalità. Questa è stata finora la cifra del lavoro di movimento, in cui l’ampiezza delle forze e la nettezza dei contenuti hanno permesso la realizzazione di avvenimenti di massa. Al referendum, è giusto riconoscerlo, è mancata l’unità. Questo dato, però, non può essere imputato, come fa il manifesto ai promotori che, anzi, sono stati capaci di aggregare via via nuove forze. Se il centrosinistra avesse colto l’opportunità di rivedere il segno delle politiche liberiste condotte negli anni di governo, e avesse accettato di dare continuità a quella convergenza realizzata sulla guerra, anche la battaglia referendaria avrebbe beneficiato dell’effetto di traino prodotto dall’unità di forze tanto diverse, un fattore determinante nel conferire credibilità alle battaglie. Ma forse, quel centrosinistra non sarebbe… l’attuale centrosinistra.
Unità e radicalità sono senza dubbio la coppia vincente, almeno così ci ha mostrato il movimento. Ma devono sempre stare insieme: non si può elidere la radicalità per impugnare la bandiera dell’unità, come propongono i Ds, e l’Ulivo in generale, che in questo referendum hanno ribadito la loro collocazione sociale schierandosi dalla parte di Confindustria. Da questo punto di vista il referendum ha mostrato con nettezza una demarcazione tra lo schieramento di classe da una parte e gli schieramenti politici dall’altra. Tra i due non c’è identificazione e questo dato rappresenta il maggior elemento di squilibrio e di incertezza della politica italiana. Uno dei compiti futuri sarà proprio quello di rimediare a questa distorsione e di ricostruire una sintonia tra i bisogni di classe e i soggetti politici disposti a farsene carico.

4. Le prospettive politiche
Dall’ultima considerazione emergono le principali indicazioni di prospettiva politica. Innanzitutto quella di ristabilire una connessione tra questione sociale e dimensione politica. Una delle responsabilità più gravi dell’Ulivo e dei Ds non è tanto quella di essersi dichiarati contro il referendum, ma di aver incitato alla non partecipazione, privilegiando l’autonomia del politico rispetto a un contenuto sociale. E invece, la forza del referendum era proprio quella di trasferire nella politica, provando a incidervi, la questione sociale. Per questo era potenzialmente lo sbocco migliore di tre anni di movimento: utilizzando uno strumento ad alto contenuto partecipativo, il movimento della partecipazione democratica poteva cambiare concretamente le condizioni di vita di milioni di lavoratori e cittadini.

4.1 Priorità all’opposizione sociale
Questa connessione si stabilisce innanzitutto con la dovuta priorità all’opposizione sociale nel paese in funzione di un’incidenza su quei rapporti di forza sfavorevoli. Dopo il voto referendario serve un 2° turno sociale centrato sulle lotte contro il governo e Confindustria. Da oggi i Comitati per il Sì e le strutture esistenti di movimento dovrebbero lavorare a una piattaforma comune contro il governo. In questa piattaforma emergono almeno tre questioni centrali: l’opposizione alla legge 30 e alla riforma del mercato del lavoro in nome di una inflessibile rigidità dei diritti contro l’assoluta precarizzazione chiesta dai padroni e concessa dal governo; la difesa dello stato sociale, qui e ora, raccogliendo l’analoga spinta europea; una battaglia per la difesa e l’estensione dei diritti democratici, in primo luogo dei migranti come metro di misura di una società in cui la legge e le regole siano uguali, ma davvero, per tutti e tutte.

4.2 Una Rete contro la precarietà
La piattaforma però non basta, occorrono anche strumenti adeguati. I comitati per il sì, il tavolo contro la precarietà del Fse, hanno rappresentato possibili luoghi in cui diverse soggettività, sociali, sindacali, politiche, hanno unito le proprie forze in una lotta comune contro la precarietà. La precarietà è oggi una cifra identificativa dello scontro di classe, è il progetto principe del padronato, italiano e internazionale, che guadagnata la pace salariale tenta di riprendersi anche i diritti fondamentali. Per questo abbiamo parlato di “precario-massa”, per indicare una condizione non riducibile a una particolare figura sociale, ma generalizzabile ed estesa a tutto il mondo del (non)lavoro. Se esiste un nuovo proletariato, un nuovo movimento operaio, la sua lotta fondativa è quella contro la precarizzazione della propria esistenza. Per questo è indispensabile il sindacato, ma il sindacato non basta: occorre intervenire dentro e fuori la produzione, sul piano delle lotte come su quello normativo, unendo figure diversissime tra loro. La forma può essere quella della Rete in cui far convergere esperienze diverse con obiettivi comuni: il metodo di una comune campagna, in cui far convergere diverse ispirazioni ed esperienze, metodo sperimentaro nel corso del referendum, va invece ripreso e rilanciato.

4.3 No alla “fuga” nel centrosinistra
La questione sociale, l’azione sui rapporti di forza tra le classi, divengono quindi la vera priorità politica di questa fase. L’opposizione sociale è lo strumento con cui misurare la capacità di parlare al paese, di dare una prospettiva immediata a quegli undici milioni di votanti e di permettere loro di agganciarsi a quelli che non hanno votato ma che sono permeabili da una battaglia per i diritti. Se questa è la priorità, il rapporto con le forze del centrosinistra non può che essere subordinato alla capacità di costruire un percorso di lotta, sul quale misurare divergenze e convergenze. Non abbiamo dubbi sulla natura del centrosinistra, la cui direzione è prioritariamente legata al riconoscimento del padronato, italiano e internazionale (da Confindustria al Fmi). Allo stesso tempo sappiamo riconoscere il bisogno di unità che muove da ampissimi settori popolari ansiosi di battere Berlusconi. Questa domanda chiede però unità e radicalità: l’unico modo per farla vivere concretamente, fuori dalle segrete stanze delle alchimie politiche, è l’opposizione sociale, un percorso credibile di lotte, sociali, sindacali e politiche. Che può, deve partire da subito, senza attendere le scadenze elettorali. E’ questa la sfida che oggi va posta al centrosinistra, ai movimenti, ai sindacati, alle forze antagoniste: realizzare l’unità delle lotte attorno a piattaforme condivise. Solo lo sviluppo di questo percorso, e quindi l’adesione ai bisogni popolari e di classe, può indicare le forme dell’alleanza che dovrà battere Berlusconi. Il resto rischia di essere una fuga “politicista” ma poco utile a rafforzare il movimento e una prospettiva di alternativa. Per questo non si può dire che la direzione di marcia è “l’accordo programmatico di governo con il centrosinistra”: perché così facendo si fa ombra sulla reale natura dell’Ulivo, si invertono le priorità e si rischia di frenare una lotta sociale invischiandola sul terreno della tattica della politica istituzionale.
Per dare gambe, sostanza ed efficacia all’opposizione politica e sociale al governo delle destre, invece, si deve puntare al rafforzamento della convergenza con le diverse forze dello schieramento referendario, coinvolgendole assieme ai movimenti in un confronto sui temi della declinazione sociale dell’opposizione alla guerra e al liberismo, senza rischiare di “abbandonarle” velocemente, dopo la sconfitta, per rivolgere le nostre attenzioni al centro-sinistra.

4.4 La sinistra alternativa, un nuovo soggetto politico
Ma dal referendum emerge anche un’altra indicazione. La scissione tra sociale e politico che ha schiacciato una battaglia giusta nel cono d’ombra dello specialismo sindacale – e che caratterizza, sotto altre forme, le vicende di questi anni di movimento - va ricomposta con una più ambiziosa capacità progettuale. La debolezza, o piuttosto la deriva moderata, delle principali strutture del movimento operaio, partiti e sindacati, fa si che le lotte siano più frammentate e disperse, ma anche che facciano più fatica a sedimentarsi “politicamente”, làddove per politico si intende la comprensione della natura dello scontro di classe. E quindi si fa strada il doppio rischio del risucchio istituzionale, in cui l’unico approdo possibile è divenire sinistra del centrosinistra e dell’estremismo movimentista che fa della pratica dell’obiettivo l’unico elemento identitario, scavalcando così il problema del consenso.
Questa difficoltà rimanda all’esistenza di un partito di classe che sia allo stesso tempo riferimento politico, ma anche costruttore di lotte, di radicamento sociale, di una nuova vitalità sociale, oggi rarefatta. E quindi rimanda alle difficoltà e alla debolezza di Rifondazione comunista. Lo strumento oggi necessario per affrontare il problema deve prevedere una commistione tra il politico, il sociale e il sindacale che gli strumenti del movimento operaio novecentesco hanno mantenuto separati. E’ possibile che dall’esperienza referendaria e dalla vicenda del movimento degli ultimi anni, emerga una soggettività siffatta che possa fungere da elemento di resistenza politica e di ricomposizione sociale? Il nodo della sinistra alternativa ruota attorno a questo quesito. Rifondazione comunista può mettere a disposizione la propria forza e il proprio contributo di idee e di organizzazione per dare vita a una soggettività politica più ampia, che raccolga la disponibilità manifestata da quegli undici milioni di Sì e che abbia la forza adeguata per cimentarsi nel duro scontro di classe che attraversa l’Italia e l’Europa?

Roma, giugno 2003