Le elezioni in Croazia segnano una svolta

Le elezioni in Croazia confermano che non tutto è perduto, anche nei paesi in cui il cosiddetto "socialismo reale" è stato sostituito da regimi infami, guidati da personaggi che hanno cominciato il loro apprendistato come "comunisti" e poi sono approdati al nazionalismo e al liberismo più sfrenato, senza perdere i vecchi vizi.
Il governo che ha perso le elezioni del 3 gennaio in Croazia aveva avuto un ruolo decisivo nella distruzione della Jugoslavia prima e poi nello spezzettamento della Bosnia. Aveva riabilitato ed esaltato i fascisti ustascia di Ante Pavelic, distrutto i monumenti ai partigiani e alle vittime del fascismo, aveva iniziato e portato avanti con ferocia la pulizia etnica nei confronti dei serbi e di tutte le minoranze.
Aveva avuto l’appoggio incondizionato del Vaticano, dell’Italia e della Germania, e in un secondo momento anche degli Stati Uniti, soprattutto quando queste potenze imperialiste avevano deciso di trasformare la Serbia (o mini Jugoslavia) in capro espiatorio a cui mettere in conto tutti gli orrori compiti nei Balcani in questi anni.
Il regime creato dal presidente Franjo Tudjman sembrava solidissimo, ma… è crollato! Intorno al presidente si erano raccolte forze eterogenee, cementate dagli affari e il cui unico argomento propagandistico era l’odio antiserbo e il culto nazionalista del grande passato croato. Invece l’opposizione, meno divisa che in Serbia, e più coraggiosa nell’affrontare tematiche sociali e nel rivendicare il passato jugoslavo, ha saputo costruire un fronte molto largo.
Tudjman era molto malato ed è stato tenuto in vita per mesi nella speranza di costruire una candidatura per la successione (magari inventata come ha fatto Eltsin con Putin). Non l’hanno trovata e anzi diversi esponenti del suo regime hanno fiutato l’aria e hanno cominciato a strizzare l’occhio all’opposizione. Non è servito a niente l’appoggio del potente clero cattolico, tanto caro a Woitila, né la benevolenza dei regimi occidentali.

Alcune riflessioni sulla sinistra

In Croazia la coalizione di sinistra ha vinto alla grande le elezioni. Al suo interno ci sono partiti che si riferiscono apertamente a una prospettiva socialista, e anche se si definiscono socialdemocratici o socialisti operai, sono più comunisti dei nazionalisti russi che ostentano questo nome, ma sono soprattutto nostalgici della forza militare del passato sovietico … o zarista. Non a caso appoggiano i massacri in Cecenia, e hanno tra i loro dirigenti perfino antisemiti come il generale Makashov. Uno dei loro principali esponenti è il generale Vladimir Varennikov, che fu tra i protagonisti del golpe dell’agosto 1991 che innescò la dissoluzione dell’URSS: in un’intervista al "Corriere della Sera" del 3 gennaio ha fatto un grande elogio di Putin, "un uomo per bene, molto energico e con un forte senso dello Stato".. E ha precisato che proprio il comportamento in Cecenia gli sembra decisivo, perché "per dirigere lo Stato in un momento critico come questo occorrono personalità del calibro di Putin, capaci di prendere decisioni e di agire senza incertezze".
La vittoria della coalizione di sinistra in Croazia, oltre a gettare le basi per il – non facile - risanamento di un paese che era stato trascinato su posizioni fanaticamente reazionarie e scioviniste,
può dare un’indicazione positiva non solo in Serbia e in altri Stati sorti dalla dissoluzione della Jugoslavia, ma anche per tutta l’area della ex Unione Sovietica e dei paesi che facevano parte del suo sistema: per battere la destra al potere non bisogna inseguirne le tematiche nazionaliste, ma contrapporsi frontalmente ad essa sui problemi concreti della popolazione.
Chi crede veramente nella necessità della rifondazione comunista deve seguire con la massima attenzione i processi in atto in quei paesi. Sarebbe sbagliato e controproducente appoggiare e perfino esaltare solo chi si dice comunista, senza distinguere tra chi lo fa per nostalgia di un passato che non era certo difendibile in blocco, e chi invece vuole rilanciare una prospettiva socialista, che può diventare credibile solo se si presenterà come alternativa all’attuale sfacelo, ma anche a quei regimi crollati miseramente dieci anni fa per le loro contraddizioni interne.
E bisogna imparare anche a capire che una parte di quelli che vogliono le stesse cose che vogliamo noi del PRC, in quei paesi hanno dovuto scegliere nomi diversi, per non essere confusi con chi li ha governati per decenni. Non dimentichiamo che fino a dieci anni fa si dicevano comunisti Tudjman e Eltsin, Nazarbaev e Aliev, e tanti altri che hanno cambiato gabbana e nome, ma hanno continuato a spadroneggiare.