Ipocrisia di fine ed inizio secolo

Il 28 dicembre 1999 negli assordanti preparativi per l’arrivo del 2000 è giunta una nota stonata: nel Centro di Permanenza Temporanea (CPT) Vulpitta di Trapani scoppia la rabbia di decine di uomini e donne reclusi all’interno. Viene dato fuoco a dei materassi, tre persone muoiono. Il "caso Vulpitta" finisce sui giornali (anche per gli immigrati è solo la loro morte a meritare le prime pagine o gli sbarchi spettacolari). Le dichiarazioni dei responsabili del centro, all’unisono con i responsabili della questura, parlano da subito di "pochi" che avrebbero "sobillato" la rivolta. Oltre alla ridicolaggine di tali affermazioni (c’è bisogno di "sobillatori" per ribellarsi a condizioni inumane?) la presa di posizione della Curia trapanese smuove le acque rispetto allo scandalo dei Centri di Permanenza Temporanea. Il neo ministro dell’interno Enzo Bianco parla di "doveroso rispetto della dignità e di garantire la massima sicurezza…". Ma la sicurezza di chi e di cosa intende Bianco? La "nostra" ovviamente dei "cittadini" che non devono essere distratti dal millenium bug. Non potendo sparare sui gommoni e sulle carrette del mare si preferisce segregare chi arriva per scoraggiare gli altri.
E’ questo lo scopo, ovviamente non dichiarato, dei centri che chiamano di "accoglienza" per coloro che non possono rispedire immediatamente indietro. I lager di Trapani come quelli di Milano, Roma ed anche della nostra regione sono pensati come luoghi di detenzione. Luoghi in cui persone che fuggono dalla guerra, dalla fame, da entrambe, da embarghi di sterminio, devono sopportare attese più o meno lunghe per sapere se il burocrate di turno accoglie la loro richiesta d’asilo o meno.
I lager italiani sono concepiti con lo scopo dichiarato di impedire l’integrazione. Fin dalla loro costruzione devono seguire delle norme precise: muro di cinta di non meno di 3.00 metri sormontato a sua volta da reti metalliche (arriveranno a elettrizzarle?), TV a circuito chiuso, illuminazione costante e tale da consentire il "pronto intervento" (ovviamente delle forze di polizia), "ingresso pedonale (…), munito di porta blindata o rinforzata e di metal detector per il controllo persone e apparecchiature a raggi X per controllo pacchi, borse, zaini, valigie, ecc. con annessa stanzetta per eventuali perquisizioni o ispezioni". Così recita una circolare del 13 ottobre del 1998 del Ministero dell’interno, direzione generale dei servizi civili, inviata ai Prefetti di Agrigento, Bari, Brindisi, Catanzaro, Lecce, Livorno, Ragusa e Trapani. Questa circolare, firmata da Sinisi, ex sottosegretario agli Interni del governo D’Alema, detta le condizioni di vita di chi giunge sulle nostre coste.
Oltre all’accennato recinto prevede altri due settori con la direzione del centro e uffici per "..l’accettazione, per il fotosegnalamento, l’infermeria ( ..), la sala per i colloqui tra trattenuti ed avvocati, magistrati, (…), nonché gli uffici per il personale di Polizia addetto alla trattazione degli stranieri". All’interno gli spazi per i "trattenuti" prevedono camere e mense con particolare attenzione ai materiali: "Ove la struttura sia destinata al trattenimento di soggetti di particolare pericolosità, nei corridoi e nelle sale ricreative potrà prevedersi l’installazione di telecamere a circuito chiuso protette con nicchie in vetro blindato. (…) Impianto controllo a circuito chiuso: (esso) potrà consentire di effettuare la sorveglianza continua della zona esterna, delle zone interne aperte (cortili, parcheggi, ecc.) nonché dei locali del terzo settore (alloggi delle persone recluse, nda) a mezzo di telecamere collegate alla sala regia, munita di monitors e planimetria luminosa".
Chiediamo scusa per la lunga citazione, ma non se ne poteva far a meno. Questo è il fulcro del cosiddetto "problema dell’immigrazione". Queste persone che arrivano nel nostro paese da nazioni strangolate dal meccanismo del debito pagano due volte di più la loro fame di futuro e anche di presente. Per il momento queste che i signori dell’"ordine nostro" chiamano rivolte hanno avuto come vittime gli stessi immigrati, ma fino a quando? Se le condizioni di "accoglienza" resteranno quelle descritte sopra arriverà il momento in cui l’obiettivo cambierà Ed allora che faranno, li fucileranno? O li ributteranno in mare?
Oltre alla richiesta sacrosanta della chiusura dei lager italiani bisogna battersi con determinazione per l’apertura delle frontiere. Perché l’Europa del XXI secolo non sia solo un fortino blindato.
Mentre D’Alema e Dini "aprono" a Libia e Corea del Nord, in Italia si applica il metodo di reclusione pensato e voluto da Giannicola Sinisi, il quale non poteva che "ringraziare" Di Staso (ex-presidente della regione Puglia) per la "collaborazione offerta" offrendogli un ponte neanche richiesto. In fin dei conti di cosa dobbiamo meravigliarci?