I referendum di Pannella, Fini e degli industriali "progressisti"


Dopo la sentenza della Corte Costituzionale
La sentenza della corte costituzionale che ha ridotto il numero dei referendum da 21 a 7 in base a considerazioni giuridiche (ad esempio quelli che riguardavano aspetti fiscali, esplicitamente esclusi dalla legge istitutiva) non diminuisce il pericolo per la democrazia rappresentato dalle iniziative del duo Bonino-Pannella (con l’appoggio su quello antiproporzionale di Fini, D’Alema, Di Pietro e Segni) pone nuovi problemi, che affronteremo più dettagliatamente caso per caso.
Tuttavia riproponiamo integralmente e senza modifiche il testo che avevamo cominciato a diffondere prima della sentenza, per due motivi: da un lato spiega la logica reazionaria e antipopolare sottesa a tutta l’operazione, e quindi la necessità di respingerla in blocco; dall’altro mette in guardia contro lo squallido tentativo del governo di riprenderne la sostanza con decreti legge, come quello di Salvi sul part-time.
La questione scottante del finanziamento ai partiti
Tra quelli rimasti ce n’è uno di cui non avevamo ancora parlato, perché uno dei più controversi, su cui ci riservavamo una discussione approfondita tra noi prima di prendere posizione: quello per abolire il rimborso delle spese elettorali ai partiti.
Molti compagni sono tentati dal SI, come risposta alla attuale degenerazione del sistema dei partiti, e pensano che per il PRC sarebbe meglio non ricevere nessun contributo statale, perché sarebbe obbligato a trasformarsi ritornando a quell’autofinanziamento che ha caratterizzato il periodo combattivo (e glorioso) delle origini del movimento operaio, prima che cominciassero a delinearsi fenomeni di condizionamento da parte dello Stato borghese.
Tuttavia altri, con fondati argomenti, sostengono che intanto l’abolizione del rimborso delle spese elettorali favorirebbe in primo luogo quelli come Forza Italia (ma anche molti altri, compresa la demagogica "lista Bonino") che dispongono di enormi risorse finanziarie e che godono dell’appoggio dei mass-media, dalle TV ai grandi giornali borghesi, spesso di proprietà di candidati eccellenti, o disposti a sostenerli in cambio di sicuri favori. E non si dica che il finanziamento privato ai partiti è illecito: dalla Germania a Israele, dal Giappone alla Francia arrivano conferme che non è l’eccezione ma la regola, anche se viene alla luce un caso su cento.
Per questo bisognerebbe tenere distinto il problema del voto a questo referendum, che ha oggi l’indubbio significato di un regalo ai partiti dei padroni, da quello della riorganizzazione del PRC in modo tale da realizzare la sua completa autosufficienza economica, che è comunque urgente (se passeranno i progetti di controriforma elettorale proposti con il referendum contro la proporzionale o tentati da D’Alema con altri strumenti, il PRC perderà comunque ogni finanziamento statale) a meno che non si suicidi rinunciando alla sua autonomia politica, entrando "per necessità" in una coalizione di centro-sinistra piena di esponenti diretti del padronato.
Il carattere demagogico della proposta di Pannella comunque ha portato nei sondaggi di Mannheimer (sul "Corriere della sera" del 4 febbraio 2000) a un 59,6% di SI, 15,6% di NO, con un 24,8% che ammette di non sapere di che si tratta. Un’altra buona ragione per andare controcorrente e dire nettamente NO anche a questo quesito referendario.


Un sondaggio realizzato da Renato Mannheimer per il "Corriere della sera" (pubblicato il 24 gennaio) ha scoperto che solo il 3% degli elettori, alla domanda su quanto sa dei 20 referendum di Pannella, dichiara di sapere "molto" sul loro contenuto, mentre il 30% ammette di non saperne "nulla" e il 45% di saperne "poco" (il restante 22% dice di saperne "abbastanza", ma bisognerebbe vedere se non è una formula per cavarsela senza fare una brutta figura). La stessa domanda posta a chi dichiara di avere votato alle ultime elezioni europee per la Bonino dà un risultato ancora più sorprendente: quelli che dicono di saperne molto salgono appena al 6%, ma tra quelli che non ne sanno nulla (16%) e quelli che ne sanno poco (60%) si arriva al 76%: ancor più che nel campione generale dell’elettorato.
Se si esaminano le risposte su come gli intervistati voteranno ai vari referendum (date ovviamente solo da chi riteneva di saperne qualcosa), risulta che grande è la confusione che regna nell’elettorato. Esattamente come voleva chi ha proposto una raffica di 20 referendum, contando su meccanismi psicologici irrazionali e condizionati da una propaganda menzognera.
Ad esempio, una maggioranza assoluta degli intervistati ha espresso un parere favorevole su alcuni dei referendum più infami, come quello sull’eliminazione – di fatto –del servizio sanitario nazionale, o sulla "liberalizzazione" (cioè la fine di ogni limitazione all’arbitrio padronale) dei contratti di lavoro a domicilio, o sulla creazione delle agenzie di collocamento private (di fatto la legalizzazione del "caporalato"). Daremo le percentuali esatte del sondaggio quando affronteremo i quesiti a uno a uno; ma già si può ricavare la conclusione che anche chi crede di essere informato non ha capito l’obiettivo di questi referendum che piacciono tanto al padronato, compreso quello "riformista" e "progressista", come ha spiegato sul supplemento settimanale illustrato del "Corriere della sera" di giovedì 28 gennaio l’industriale Franco De Benedetti, che è anche senatore (purtroppo eletto dalla sinistra!). Né ci stupiamo che si dichiari "col cuore a favore del si" quel Tiziano Treu che anticipò alcune delle misure di "liberalizzazione" che ora si vogliono estendere. Casomai ci stupì che, in cambio di pochi ritocchi, e per non apparire "estremista", anche il PRC a suo tempo ingozzò il boccone amaro del "pacchetto Treu".

Una presentazione dei principali quesiti

1. Non sappiamo in che ordine verranno presentati ufficialmente i quesiti (e quanti ce ne saranno dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla loro ammissibilità), ma uno dei più importanti è quello sull’abolizione totale di ogni residuo di proporzionale, che vuole completare l’operazione fatta col referendum che introdusse il sistema attuale. Si tratta in pratica di quello stesso referendum che non passò nell’aprile del 1999, anche se in una forma poco chiara: la grande maggioranza della sinistra, infatti, fu convinta a non andare a votare. Ottenne così la non validità del voto, ma consentendo al duo Bonino-Pannella la riproposizione del quesito. Speriamo che questa volta nessuno ricaschi ancora una volta in questa "furberia" suicida dell’astensione! In realtà occorreva fare allora, e non fu fatta, una forte campagna per spiegare che l’introduzione anche parziale del maggioritario ha reso ancora più instabile il sistema politico, esposto sia ai "ribaltoni", sia alla proliferazione dei partiti (erano 8 prima della introduzione del maggioritario attualmente vigente, oggi sono più di 50, e cambiano così in fretta che è perfino difficile tenere il conto), sia al riciclaggio della peggiore feccia del vecchio sistema politico, sistematicamente ripescata dai gruppi dirigenti dei due Poli, che contano molto più di prima nella formazione delle liste, e hanno tolto praticamente ogni possibilità di scelta all’elettorato. Inoltre è evidentissimo che i politicanti famelici, senza principi, senza idee, pronti a dire una cosa oggi e un’altra domani, troveranno sempre posto nelle liste dei due Poli, che sono diventati qualcosa di simile alla vecchia DC, che non era un partito, ma un assemblaggio di correnti e gruppi di potere. Tra l’altro tutte le frequentissime crisi di governo della "prima repubblica" di cui la gente comune si lamentava, non sono mai state provocate dai partiti di opposizione o dai partiti piccoli (come dice la demagogia falsaria dei paladini del maggioritario secco), ma proprio dagli scontri interni alla Dc, che oggi si ripropongono sia nel Polo che nell’Ulivo. Su questo referendum oggi chi vuole votare SI (41%) è già in maggioranza, mentre chi è deciso per il NO rappresenta solo un 16%, mentre gli indecisi che non hanno capito di che si tratta sono il 43%. Eppure la verifica dei guasti del maggioritario potrebbe essere fatta facilmente, se solo ci fosse un dibattito pubblico a pari condizioni, o almeno ci fosse una campagna tenace e continua di chi si oppone. Tra quelli che sono a favore del referendum c’è un arco vasto che va da D’Alema a Fini, e quindi l’appoggio dei principali canali televisivi.

2. Uno dei referendum scandalosi su cui non ci sono fortunatamente consensi di massa (47% NO e 24% SI, con una percentuale del 29% di indecisi o di ignoranti da persuadere a forza di bugie) è quello che abolisce l’obbligo di assicurazione contro gli infortuni presso l’INAIL. Se questo infame quesito passasse, all’INAIL (già colpito da una forte evasione contributiva) rimarrebbero solo le aziende più pericolose, che nessuna assicurazione privata accetterebbe. Ma l’obiettivo di questo referendum, l’ennesimo regalo ai padroni e alle grandi compagnie assicurative sulla pelle dei lavoratori a rischio, è tanto evidente, che c’è da meravigliarsi anche di quel 24% di favorevoli. Sono troppi per essere tutti padroni ladroni, per cui bisogna dedurre che anche dei cittadini onesti e perfino dei lavoratori si sono fatti infinocchiare dalle chiacchiere truffaldine del duo Pannella-Bonino, il gatto e la volpe.

3. Ma c’è un altro referendum ugualmente ignobile che ha riscontrato nel sondaggio addirittura un 51% di SI contro un 21% di NO (28% i NON SO…). È quello che offre la possibilità di scegliere un’assicurazione privata al posto del Servizio Sanitario Nazionale. È evidente che la solita coppia di imbroglioni ha fatto leva sullo sdegno per il cattivo funzionamento della sanità pubblica, che diventerebbe tuttavia sempre più malasanità, perché la riduzione dei contributi dei benestanti che potrebbero permettersi una costosissima assicurazione privata diminuirebbe le già scarse risorse del sistema sanitario pubblico. Chi ha scelto di votare SI, si dimentica che i ricchi già possono ricorrere e ricorrono alle assicurazioni private, solo che ora non verserebbero più nessun contributo al sistema sanitario nazionale, che comunque li proteggerebbe, lottando contro le epidemie, cercando di prevenirle, vigilando sull’igiene delle città, ecc. Un altro bel regalo a chi ha già tanto. Tra l’altro il sistema preso a modello dalla Bonino è quello degli Stati Uniti, dove oltre un terzo della popolazione è rimasto senza alcuna copertura sanitaria, e viene respinto dagli ospedali se non ha i mezzi per pagarseli. Ma anche oggi chi ha provato a ricorrere ad assicurazioni private, sa che queste, che in quanto capitalistiche non sono organizzazioni filantropiche ma ricercano ovviamente il massimo profitto, rifiutano le persone anziane e quelle con malattie croniche, o impongono loro delle tariffe insostenibili. Si ritornerebbe così alla situazione del secolo scorso, prima che le mutue autorganizzate dai lavoratori e la loro lotta costringessero lo Stato ad assumersi la responsabilità di un sistema sanitario per tutti. Viva la modernità! Caso mai bisognerebbe lottare contro gli sprechi, le spese enormi dovute ai prezzi altissimi e speculativi dei farmaci e delle attrezzature sanitarie, e contro la subordinazione del sistema sanitario pubblico a quello privato (chi non si è sentito dire da una ASL di ripassare dopo sei mesi per un’analisi o una visita specialistica o un’operazione urgente, salvo ricevere il bigliettino con l’indirizzo privato dello stesso primario "occupatissimo" e introvabile in ospedale, ma pronto a riceverti il giorno dopo nel suo studio per 300.000 lire o più?).

4. Un altro referendum che nel sondaggio risulta confortato da una maggioranza di SI (ben 56% contro il 19% di NO e 25% di NON SO) è quello per l’ulteriore liberalizzazione dei vincoli per i contratti a termine. Eppure negli ultimi anni di flessibilità ne è stata introdotta fin troppa, e il fisco ha regalato nell’ultimo decennio ai "poveri padroni" circa 40.000 miliardi, per favorire i contratti di formazione lavoro e di apprendistato che sono già di per sé scandalosi: servono a offrire per lunghi periodi alle imprese dei lavoratori praticamente gratuiti, a cui le aziende dovrebbero ufficialmente assicurare una formazione per mansioni che in realtà si imparano al massimo in pochi giorni, e che dovrebbero comportare invece un‘assunzione regolare, in regola con i contributi e con salario contrattuale ben superiore alle 800.000 lire "concesse". Se fosse abrogato l’articolo 5 della legge 230 del 1962, come richiede il quesito referendario, il generoso "datore di lavoro" sarebbe esonerato anche dal pagamento delle ferie, della tredicesima mensilità e del premio di fine lavoro in proporzione alla durata del contratto (è vero che governo e sindacati confederali stanno discutendo su come eliminare per tutti i lavoratori il Trattamento di fine rapporto, da destinare alle assicurazioni private che dovrebbero prima integrare e poi sostituire le pensioni dell’INPS; ma questa non è una buona ragione per accelerare il processo). Sulla base di fonti ISTAT e Censis, nei contratti a termine sono già coinvolti un milione seicentomila lavoratori, che verrebbero defraudati da questo referendum di circa 5.000 miliardi.

5. Il referendum per l’abrogazione della legge 18/12/73 n. 877 punta a cancellare ogni regolamentazione del lavoro a domicilio, che peraltro già oggi consente ai capitalisti (tra cui anche alcuni molto grandi come Benetton) di beneficiare dell’autosfruttamento all’interno dei nuclei familiari, che anche in Italia porta a volte a utilizzare la forza lavoro dei figli quando sono ancora veri e propri bambini strappati ai giochi o alla scuola, o i nonni in età avanzata. L’intenzione è pessima, anche se alcuni giuristi sostengono che il quesito è mal formulato, e farebbe di fatto tornare in vigore la vecchia legge 264 del 1958, assai più arretrata ma pur sempre una legge, dato che cadrebbe anche l’articolo 14 della n. 877 che la dichiarava abrogata. Se sarà così, sarà solo un incidente di percorso dovuto alla fretta con cui Pannella e soci hanno sfornato tutti questi referendum a raffica, per stare al centro della scena politica e beneficiarne già in occasione delle regionali (ma speriamo che le "liste Bonino" prendano la batosta che questo ipocrita personaggio merita). Anche questo referendum avrebbe oggi un 53% di SI, un 21% di NO e un 26% di NON SO. Una testimonianza di quanto la democrazia sia truccata dalla falsa informazione.

6. Anche il referendum sulla piena liberalizzazione del collocamento ha avuto un 49% di consensi (25% NO e 26% NON SO) nel sondaggio di Renato Mannheimer. Eppure non serve a nulla al cittadino comune, ma rende la nostra società sempre più simile a una giungla. Infatti tra i "vincoli" da cancellare c’è la norma che le agenzie di collocamento private dovrebbero svolgere tale attività "come attività esclusiva e con competenze professionali idonee". La cosa più odiosa è che i lavoratori dovrebbero pagare le agenzie che trovano loro un posto (a volte per pochi giorni). Di fatto significa la piena legalizzazione dell’odioso sistema del caporalato, magari con l’uso del computer.

7. Un’altra infamia riguarda il quesito che vuole abolire l’art. 5 della legge n. 863 del 1984, che contiene l’ordinamento generale riguardante il contratto a tempo parziale. Già oggi le norme esistenti vengono facilmente eluse, e sono frequenti i casi di giovani assunti per due giorni settimanali (e coperti dall’assicurazione solo per quei giorni) ma costretti a lavorare altri due o tre giorni in nero, senza copertura assicurativa, ovviamente con la speranza di avere alla fine una riconferma o un’assunzione a tempo indeterminato. Uno di essi ha scritto poco tempo fa una lettera per esporre il suo caso a Fausto Bertinotti, che nella risposta confermava di conoscere altri casi del genere. Oggi, almeno teoricamente, questa prassi è illegale. Infatti la normativa attuale stabilisce garanzie per il lavoratore che ha scelto liberamente il part-time per dedicarsi alla famiglia, o per ragioni di salute, ecc. Il referendum dei radicali permetterebbe invece al padronato di poter utilizzare il rapporto part-time come un tempo pieno attraverso un uso indiscriminato dello straordinario, che avrebbe come unico limite l’orario contrattuale del tempo pieno. Inoltre il padronato intende introdurre clausole di flessibilità dell’orario (reperibilità) tali da rendere assai incerto l’uso del tempo teoricamente restante per chi ha liberamente scelto l’orario parziale proprio per ragioni di impegni familiari. Si tratta dunque di un attacco frontale a una delle fasce deboli del lavoro salariato, che rivela le reali motivazioni dei proponenti. Anche questo quesito ha avuto nei sondaggi un 41% di SI contro un 29% di NO (30% gli indecisi). Il governo sta tentando di evitare questo quesito con un decreto proposto dal ministro diessino Salvi, che accoglie la sostanza della proposta radicale, ma ha suscitato proteste sia della lista Bonino, sia della Confindustria, perché prevede una maggiorazione del 50% per la paga delle ore straordinarie. Alle proteste degli oltranzisti, Salvi ha risposto che non lo hanno capito bene: la maggiorazione (già inferiore a quella normale) scatta solo quando venga "svolto lavoro supplementare oltre i limiti di legge o di contratto". Cioè le ore da 16 o 20 fino alle 40, si pagano normali, poi con lo straordinario "scontato". E dato che ci sono sindacati disposti a firmare contratti che allungano l’orario a piacere del padrone, per la maggior parte dei lavoratori ci sarà il rischio di lavorare a orario pieno ma pagati a part-time. La risposta del governo è pessima, dato che va nello stesso senso. Meglio bocciare questo quesito, come sarà possibile se riusciremo a spiegarlo bene in tempo.

8. Il più grave dei referendum è tuttavia forse quello che abolisce l’obbligo di riassunzione dei lavoratori licenziati senza giusta causa anche nelle aziende superiori a 15 dipendenti (nelle più piccole è sempre stato così, e per questo molte medie aziende suddividono i loro lavoratori in tre o quattro imprese fittizie ciascuna inferiore a 15 operai per non avere vincoli dovuti allo Statuto dei diritti dei lavoratori). Così anche le grandi imprese non dovrebbero neppure giustificare il licenziamento, e ai lavoratori licenziati in tronco (quindi senza Cassa Integrazione, mobilità e altri "ammortizzatori" sociali) verrebbe corrisposto solo un "risarcimento" pari ad alcune mensilità di retribuzione. Per fortuna in questo caso i NO (44%) superano i SI (29%) e si riduce anche l’area degli incerti al 27%. Evidentemente il significato di questo referendum è risultato chiaro a una buona percentuale di persone. Tuttavia anche quel 29% è troppo grande, e rivela che anche una parte delle "vittime" designate sono state ingannate, come osservavamo a proposito del punto 2, quello sull’INAIL. Inoltre alcuni personaggi importanti della stessa maggioranza di governo, come Tiziano Treu e il senatore Franco De Benedetti (dei DS!), appoggiano questo quesito, e caldeggiano decreti che rendano inutili i referendum stabilendo per legge le stesse infamie che Pannella e la Bonino propongono.

9. Un altro quesito che ha avuto poco successo (per ora) è quello sull’innalzamento immediato dei requisiti minimi per andare in pensione previsti dalla "riforma" Dini. Si tratta di una carognata quasi gratuita, perché riguarderebbe solo poche decine di migliaia di lavoratori sfuggiti all’attacco di Dini, e che perderebbero i diritti acquisiti grazie ai signori Pannella e Bonino. Di fatto questo referendum, pur dando un colpo a quei lavoratori a cui rinvierebbe la pensione, non inciderebbe sostanzialmente sui conti dell’INPS, che sono dissestati per ben altre ragioni: a differenza degli altri paesi europei nella "spesa pensionistica" italiana si conteggiano molti interventi assistenziali come i prepensionamenti chiesti dai padroni, le pensioni sociali, le agevolazioni contributive, ecc. Bisogna anche ricordare che comunque la spesa complessiva per il welfare vede l’Italia "fanalino di coda" in Europa, con il 24,8% contro il 28,6% di media europea secondo le statistiche Eurostat. Forse intuendo questo carattere del quesito, i NO sono in questo caso il 45% contro un 26% di SI e un 29% di NON SO. Ma se tutti sapessero veramente di che si tratta i NO dovrebbero essere il 90%!

10. A dimostrazione del fatto che anche chi dice di sapere non sa su cosa si deve votare, anche un altro quesito truffaldino e demagogico ha avuto nei sondaggi un 44% di SI contro un 25% di NO e un 31% di incerti: è quello sulla eliminazione della trattenuta in busta paga delle tasse per i lavoratori dipendenti. Lo abbiamo definito truffaldino e demagogico, perché fa leva sulla giusta indignazione dei lavoratori dipendenti per il fatto che loro pagano immancabilmente le tasse, mentre i cosiddetti "lavoratori autonomi" e soprattutto i professionisti, i commercianti e gli industriali, se le pagano, lo fanno in ritardo e con tutte le scappatoie per evadere. Ma il piccolo particolare è che i lavoratori dipendenti le dovrebbero pagare lo stesso, andando alla posta o in banca, e non sfuggirebbero al fisco perché le aziende fornirebbero i tabulati con quanto percepiscono e quanto devono pagare. Avrebbero un fastidio un più, e nessun vantaggio! Bisogna essere proprio degli ingenui per cascare in questa trappola, ma evidentemente una buona campagna di disinformazione fa sempre effetto…

11. Ci sono poi alcuni referendum che fanno leva su stati d’animo reali, dando una risposta distorta e pericolosa. Il primo di essi prevede l’abolizione del prelievo automatico delle quote sindacali in busta paga. Anche questo quesito referendario è stato preparato in fretta e in modo pasticciato, tanto è vero che è stato presentato riferendolo alla quote trattenute sui trattamenti pensionistici dell’INPS e dell’INAIL, mentre in realtà la legge che vuole abrogare è la 311 del 1973 che riguarda le trattenute ai lavoratori attivi. Il 53% degli intervistati si è pronunciato per il SI (22% per il NO e 25% NON SO). Si tratta di una proposta assurda: da un lato chi è scontento (in genere giustamente) del sindacato in cui sta, non è obbligato a pagare le quote. Basta che revochi la delega, e il prelievo cesserà. Invece chi è contento, specialmente se sta in un sindacato autorganizzato, (a cui ci pensa già il padronato a negare il diritto alle quote) se vorrà pagare dovrà farlo con un conto corrente postale ogni mese, perdendo tempo e spendendo più di 20.000 lire all’anno regalate alle poste, oppure dovrà farlo in unica soluzione (e la cifra rischia di essere troppo grande creando un ovvio disagio economico).

12. L’altro quesito dello stesso genere colpisce i patronati sindacali, privandoli del modesto contributo statale. Si tratta di un quesito analogo al primo, che fa leva sull’inefficienza di molti (non tutti) questi organismi. Questo quesito ha incontrato un consenso lievemente inferiore al precedente (45% SI, 26% NO, 29 NON SO), forse perché qualche volte alcuni degli intervistati hanno potuto servirsi della consulenza e dell’assistenza di questi patronati, senza doversi affidare ad avvocati e consulenti privati, assai più costosi. In ogni caso, il problema va risolto con la lotta contro i patronati che non funzionano, e contro i sindacati confederali che li corrompono e li rendono inefficaci, non in questo modo.

Il senso complessivo dell’operazione dei referendum

A questi ultimi due referendum che abbiamo presentato, qualche tentazione di votare SI poteva essere venuta anche a chi scrive. Ma è il senso globale dell’operazione, e il grande polverone sollevato che ci spinge a dire NO a tutti. In primo luogo perché sarebbe difficilissimo fare un slalom tra quesiti (che sulle schede sono formulati in modo incomprensibile) dicendo NO al numero 1, 2, 3, 4, 6, 7, 9 ecc., SI al numero 11, astensione o non voto a questo o quello (i numeri, precisiamo, non corrispondono a quelli indicati per esigenza grafica qui, tanto più che al momento del voto non c’è un numero ma una scheda per ogni referendum, appunto da decifrare a fatica anche per un esperto.
Soprattutto è la riflessione sul senso complessivo di questi 20 referendum (di cui abbiamo presentato ora i più importanti) a spingerci a dire NO a tutti, compresi quelli meno nefasti in sé, ma inseriti in una logica inequivocabilmente reazionaria e antioperaia.
Questa volta sono molto pochi, per ora, quelli che puntano all’astensione. Anche la maggior parte di chi aveva fatto appello al NON VOTO nei referendum di aprile 1999 ora dice apertamente che bisogna andare a votare, e votare NO.
Caso mai bisogna fare, e la faremo con più calma, una riflessione sullo strumento referendario, domandandosi a cosa serve e a chi serve. Quando la sinistra esisteva davvero, fin dal secolo scorso, i referendum erano considerati uno strumento pericoloso e funzionale a progetti autoritari (anche se si raccolgono le firme tra i passanti). Il sondaggio di Mannheimer ci conferma che la democrazia non si può fondare su quesiti il cui senso viene frainteso dalla stragrande maggioranza degli elettori.
Per questo contro questi referendum quel poco che rimane (in questo clima di disinformazione sistematica e di propaganda di ideologie ambigue e ipocrite) di una sinistra che non rinuncia a schierarsi dalla parte dei lavoratori, della classe operaia, degli oppressi, deve costituire comitati per il NO. Naturalmente a volte ci troveremo di fatto insieme ai comitati per il NO ipocritamente creati dai vertici dei sindacati confederali (che già tanto hanno fatto per privare i lavoratori dei loro diritti). Anche nei sindacati confederali, d’altra parte, ci sono settori veramente convinti di questa battaglia, e che hanno cominciato a proclamare scioperi appena la Confindustria si è schierata per il SI. Ma l’atteggiamento sul part-time e su altri aspetti ci conferma che non dobbiamo rinunciare alla nostra autonomia, e che non possiamo delegare nulla a questi ambigui "alleati tattici" in una singola battaglia. L’esito del referendum contro i tagli alla scala mobile lanciato dal PCI, che fu sabotato in primo luogo da Luciano Lama, allora segretario generale della CGIL, o gli accordi per liquidare la scala mobile firmati dai sindacati confederali ci devono spingere alla massima prudenza.
E a quei membri della maggioranza governativa come Treu o De Benedetti, che vorrebbero rinunciare perfino alla modesta maggiorazione per lo straordinario prevista dal Decreto Salvi, dobbiamo rispondere con una campagna di massa che spieghi che lo straordinario toglie il posto a chi è fuori della produzione, in mobilità o disoccupato. Ma non basta dire NO, bisogna rilanciare la lotta sul salario e per il ripristino della scala mobile, e questo non si fa con i referendum, che chiedono di giudicare i problemi operai anche ai bottegai, ai professionisti, ai gioiellieri che figurano nullatenenti, alle monache di clausura, ai padroni.