Cos’è il TFR e perché vogliono scipparcelo

Il TFR ("trattamento di fine rapporto", cioè la liquidazione) rappresenta un capitale immenso fornito dai lavoratori (sotto forma di salario differito e accantonato dai padroni) su cui vogliono mettere le mani in tanti. Viene valutato oggi tra 250.000 e 350.000 miliardi, una somma enorme pari a venti finanziarie. La discordanza tra le diverse valutazioni dipende dall’incertezza sull’entità delle evasioni. Anche il flusso annuale delle somme "prestate" dai lavoratori ai poveri padroni, viene valutato per analoghe ragioni da alcuni a 25.000 miliardi di lire, da altri a 30.000 miliardi. Una somma enorme.
Sarebbe stato oggi comunque molto più consistente, se il governo Craxi, accordandosi con una parte dei sindacati confederali, non avesse tolto dal TFR la parte dovuta agli scatti di scala mobile. Era l’inizio di quell’attacco alla scala mobile stessa che è stato portato avanti negli anni successivi, privando i lavoratori italiani della conquista più importante del dopoguerra, un "sottoprodotto" della grande spinta a sinistra determinata dalla Resistenza (avviata, non lo si dimentichi, con i grandi scioperi operai del marzo 1943).
Quel primo "scippo" riuscì perché il PCI decise di ricorrere a un referendum anziché alla lotta operaia. Il boicottaggio abbastanza aperto della corrente socialista della CGIL e dello stesso segretario generale della CGIL Lama (comunista) fece perdere il referendum del 1984, come molti avevano previsto. Infatti il referendum, che verteva su una questione che interessava direttamente e soltanto i lavoratori, chiedeva di pronunciarsi a tutta la popolazione, compresi quindi anche i bottegai, i professionisti, i gioiellieri che figurano nullatenenti, le monache di clausura, i padroni, e tutti quei cittadini disinformati che "si orientano" leggendo i giornali borghesi e guardando le TV.
Oggi il governo D’Alema, ripercorrendo le orme di quello di Craxi, e di quelli successivi, vuole cancellare definitivamente il TFR. Si tratta di un progetto infame, che priverebbe i lavoratori di una riserva indispensabile per risolvere i problemi che si creano al momento del pensionamento, o quelli ancora più gravi legati alla perdita del posto di lavoro, per regalarla alle grandi compagnie assicurative e ai maggiori gruppi finanziari.
Le associazioni padronali hanno protestato, perché ciascun padrone dispone liberamente, con pochissimi controlli, delle grandi somme accantonate, che hanno un "tasso di remunerazione" (cioè di accrescimento annuo) pari all’1,5% più i _ del tasso di inflazione, cioè molto meno di quanto dovrebbero pagare alle banche come interesse se chiedessero in prestito quel denaro (oggi, con l’inflazione al 2% il tasso arriva circa al 3%). In poche parole i lavoratori concedono forzatamente un prestito a bassissimo costo ai loro padroni.
Ma se il progetto del governo dà fastidio ai singoli padroni, è tuttavia concepito nell’interesse complessivo della classe capitalistica. Infatti queste enormi risorse dovrebbero essere destinate a ridurre la "spesa pensionistica" (in parole povere le pensioni), creando "Fondi pensioni integrativi" pagati dai lavoratori stessi, e riducendo quindi ulteriormente i contributi dei cosiddetti "datori di lavoro" all’INPS. L’obiettivo più generale è quello di "creare nuovi intermediari finanziari capaci di irrobustire il nostro mercato dei capitali, e dunque offrire più opportunità di sviluppo al nostro sistema produttivo". La frase è tratta da una relazione di un economista vicino al PdCI, quindi di area governativa, mentre noi non consideriamo affatto nostro sia il "mercato dei capitali", sia il "sistema produttivo". Come diceva il sempre rimpianto Fortebraccio, l’uno e l’altro non sono nostri, ma di "Lorsignori" i capitalisti, con cui non stiamo affatto nella stessa barca.
In realtà da molto tempo i governi hanno provato con vari metodi a incentivare questi fondi pensione integrativi, che se fossero diffusi massicciamente renderebbero relativamente indolore il taglio delle pensioni. Ma finora non ci sono riusciti che in minima parte. Solo quattro fondi pensione di categoria sono stati varati, e le adesioni sono rimaste piuttosto basse (tranne che per il "Fondo quadri FIAT" che ha raccolto tra i dirigenti intermedi il 90% di adesioni).
Per questo vorrebbero rendere obbligatoria la cessione del TFP con norme più o meno coercitive, chiedendo per questo l’appoggio dei sindacati, che per il momento sono su questo – per fortuna – divisi tra di loro (ma chi si oppone di più, la CISL di D’Antoni, lo fa solo perché vorrebbe che tutto fosse deciso a livello di "concertazione", cioè senza nessun decreto).
L’ultima novità è che il governo D’Alema sta proponendo nuovi sgravi contributivi (ma che novità!) per le aziende che accetteranno di "smobilizzare" le quote future di TFR a favore dei fondi pensione, e ai sindacati confederali (che a forza di accettare licenziamenti non rappresentano più la classe operaia rimasta) ha offerto il "tranquil-lante sociale" dell’aumento dell’indennità di disoccupazione dal 30 al 40% dal prossimo luglio. I lavoratori cederanno automaticamente il loro diritto al TFR attraverso il principio del "silenzio-assenso", che vuol dire che se non saranno bene informati e non si opporranno esplicitamente, gli accantonamenti annuali destinati alla liquidazione finiranno nei Fondi pensione.
Fondi pensione che non sono affatto un buon affare né per i sottoscrittori né per lo Stato: prima di tutto nei paesi dove ci sono da tempo, molti FP sono entrati in crisi e hanno dovuto essere salvati dallo Stato; inoltre nel paese che li ha sviluppati più ampiamente, gli Stati Uniti, il "Consiglio degli esperti della sicurezza sociale" ha accertato che mentre nel sistema pubblico le spese amministrative sono solo del 2% (come avviene anche per l’INPS in Italia) nei sistemi privati esse sono del 20%!
Inoltre non è affatto detto che queste immense risorse messe a disposizione dei grandi gruppi assicurativi privati rimarrebbero in Italia, offrendo come si diceva "più opportunità al nostro sistema produttivo". Come già avviene per tutti i fondi privati esistenti, esse verrebbero investite per larga parte sui più ricchi e redditizi mercati finanziari stranieri. Alla faccia delle intenzioni proclamate per far accettare questa misura agli ingenui!
Ma la cosa più assurda è che, nonostante tutte le campagne padronali e governative sulla "gobba contributiva" e sul "terribile costo del lavoro", in realtà il costo del lavoro per unità di prodotto in Italia è ai livelli più bassi in Europa (siamo ai livelli della Grecia e più in basso della Spagna), e di gran lunga inferiore rispetto agli USA e al Giappone. Ma, come si sa, i padroni non si accontentano mai.