DALLA BOZZA MARTINOTTI
AL DECRETO ZECCHINO :
STORIA , ANALISI, CRITICA
DELLA RIFORMA DELL’UNIVERSITA’
CIRCOLO UNIVERSITARIO
"FRANCO FORTINI"
PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA-MILANO
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Quello che segue è il frutto dell’analisi della riforma universitaria fatta dal nostro circolo negli ultimi anni, dalla Bozza Martinotti ad oggi; in particolare la parte sul decreto Zecchino e sui nuovi ordinamenti è da considerarsi un aggiornamento di quella che segue sulla Bozza Martinotti: a 3 anni di distanza sentiamo di poter dire che ci avevamo visto giusto.
LA BOZZA MARTINOTTI
Il documento sull’autonomia didattica steso dal gruppo di lavoro del MURST (ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica) nel ‘97 è il completamento del percorso legislativo che mira alla realizzazione dell’autonomia didattica, finanziaria e statutaria delle Università e al riordino dell’intero sistema formativo che ha avuto per tappe fondamentali la legge 68/89 sull’autonomia universitaria e la 341/90 sugli ordianementi didattici, la parte concernente la formazione del Patto per il lavoro del 24 Settembre 1996 e la legge Bassanini2 127/97 sull’autonomia degli enti locali.
Il rapporto steso da Guido Martinotti vuole essere, nelle intenzioni del Ministero, uno stimolo per la discussione, che avrà esiti di legge nel futuro più o meno immediato.
Di9 seguito viene dedicata una riflessione alla base filosofica su cui poggia la riforma Martinotti, per poi tentare di mostrare come apparirà il nuovo modello del sistema universitario, sia in generale che nello specifico , seguendo le poche e vaghe indicazioni che il MURST ha sino ad ora fornito.
Nel rapporto del MURST viene detto esplicitamente che, in questa fase, è impraticabile ed inattuabile una riforma del sistema universitario su scala nazionale, poiché si prende atto che ci si trova già in un contesto di crescente autonomia: a ciò consegue lo smantellamento di una legislazione comune a tutti gli atenei in favore di una frammentazione dei criteri formativi su base territoriale.
Viene cioè illustrato il tentativo di rendere l’insieme dell’istruzione superiorie un sistema non pianificato centralmente, ma stimolato dalle iniziative dei singoli atenei, in cui "è permesso tutto ciò che non è vietato" (!) e in cui i rapporti tra Ateneo e soggetti che concorrono al suo finanziamento (e lo stato è solo uno di questi soggetti) saranno regolati da contratti diversificati.
Il Gruppo di Lavoro del MURST individua i problemi dell’attuale sistema universitario nel fatto che negli ultimi trent’anni il corpo studentesco è raddoppiato, ma l’incremento non è andato di pari passo ad una opportuna trasformazione degli ordinamenti e della struttura organizzativa dell’Università, rimasta adeguata ad uno scenario inattuale, tanto da produrre la comparsa di un’anomalia quale lo studente fuori corso.
Questa è un’analisi condivisibile, ma sicuramente "carente": le trasformazioni dell’Università hanno, infatti, uno stretto legame con le trasformazioni dell’assetto della produzione.
Sono le nuove esigenze del Capitale (in un contesto produttivo basato sulla flessibilità e sulla precarizzazione della forza-lavoro) a non essere attualmente compatibili con lo stato sociale, nel cui orizzonte è da inserire la cosiddetta "università di massa" oggi in crisi ; e queste stesse esigenze portano alla creazione di un sistema formativo in cui sempre più marcata è la discriminazione classista. Se ne ha conferma guardando in quest’ottica il recente aumento delle tasse, lo smantellamento dei servizi collettivi, la diffusione dei sessionamenti e l’inasprimento dei criteri meritocratici.
Del resto è il documento stesso ad affermare chiaramente che l’offerta formativa dovrà tendere ad adeguarsi alle caratteristiche del mercato del lavoro e della economia del territorio.
La bozza Martinotti sull’autonomia didattica non risolverà perciò le problematiche dell’Università attuale, poiché è in linea con l’esigenza del Capitale di costruire un nuovo modello di sistema terziario di studi ad esso funzionale.
Il MURST, allo scopo di incoraggiare una scelta della sede universitaria in base a particolari esigenze di formazione piuttosto che di vicinanza al luogo di residenza, mette l’accento sugli aspetti positivi della diversificazione, in senso competitivo, tra gli Atenei.
Si vuole favorire la qualità della specificità dei singoli Atenei attraverso politiche che ne qualifichino l’immagine, ridefinendo lo stato giuridico e le modalità di reclutamento di docenti e ricercatori.
Sul terreno dell’insegnamento, il MURST è poco chiaro rispetto ai vincoli contrattuali che legheranno l’Ateneo in autonomia al personale docente.
Il principio organizzativo che nella Bozza Martinotti è chiamato della "differenziazione competitiva" è in realtà uno strumento per sancire definitivamente una differenza qualitativa fra Atenei. Nelle zone dove il tessuto economico è inadeguato, l’Università fornirà dei servizi di basso profilo, mentre nei territori economicamente più sviluppati l’offerta didattica sarà alta , ma pressoché inaccessibili per la maggior parte della popolazione.
E ? profondamente ingiusto stimolare la mobilità degli studenti vedendola come risposta all’esigenza di specifiche domande di formazione, soprattutto alla luce del fatto che potersi permettere di studiare lontano dalla propria residenza è veramente un lusso. La risposta più logica sarebbe indubbiamente potenziare la varietà dell’offerta formative nei singoli contesti territoriali.
Vengono inoltre auspicate forma consortili tra gli istituti di formazione, coordinati con rappresentanti di organismi economici e scientifici locali da coinvolgere in specifici progetti a ricaduta locale. Se la domanda si orienterà troppo su una "sede del consorzio" e supererà i limiti di accettabilità stabiliti, si devierà il surplus sulla sede meno richiesta che dovrà offrire la possibilità concreta di essere scelta. Questo ennesimo stimolo alla mobilità studentesca rappresenta una forma di selezione degli studenti molto simile al numero chiuso che esiste in molti Atenei italiani.
Il MURST propone poi un ulteriore principio organizzativo che mira alla sostituzione di un val9ore formale del titolo di studio, assegnato a priori in base ad un elenco di titoli di corsi, con un sistema di certificazioni a posteriori. L’accreditamento nazionale, nel quadro dell’autonomia, verrà ridotto ad una serie di requisiti comuni minimi per ogni Corso di Laurea. Questo principio organizzativo smantella di fatto l’insieme dei parametri che garantiscono l’uniformità del valore legale del titolo di studio.
In ambito di autonomia verranno favoriti gli studenti laureati in atenei che dispongono di maggiori risorse e più disponibili ad adeguare la propria didattica e la propria ricerca alle esigenze delle imprese presenti sul territorio. Oltre all’evidente discriminazione, la perdita del valore legale del titolo di studio a livello nazionale avrà anche gravi conseguenze nel futuro lavorativo degli studenti: non esisteranno più le immunità contrattuali garantite dalla laurea in sé, visto che le capacità acquisite nel percorso formativo non verranno più riconosciute a priori.
Concludendo: il nuovo sistema terziario di studi sarà caratterizzato da Corsi iper-specializzanti che saranno corsi pubblici di formazione aziendale e da corsi "licealizzati", la specializzazione sarà cioè riservata ad apposite scuole di specializzazione post-Laurea, magari sotto il controllo degli ordini professionali e a numero chiuso, in modo da permettere una selezione anche in uscita.
Pur rimanendo in vigore il sistema di valutazione tradizionale in trentesimi verrà adottato il sistema dei crediti.
L’università, secondo le nuove disposizioni, dovrebbe assegnare ad ogni insegnamento un numero di crediti che verrebbe riscosso dallo studente a completamento del corso ed al superamento del relativo esame.
Inoltre i regolamenti didattici di ateneo indicheranno l’ammontare in crediti delle attività didattiche di tipo seminariale, di tutorato, di orientamento, di stages esterni.
Lo studente dovrà pertanto muoversi attraverso tutte queste attività al fine di totalizzare un numero sufficiente di crediti necessario al completamento dei corsi.
La misurazione in termini di crediti di uno stesso insegnamento potrà variare a seconda del corso di studi cui l’insegnamento afferisca. In particolare gli atenei definiranno il numero delle prove d’esame ed il numero di crediti che potranno essere liberamente scelti dallo studente, che probabilmente saranno circa 30 per una laurea di primo livello (tre o quattro semestralità, molto meno di quanto avvenga attualmente!).
Prendiamo ad esempio uno studente che si trasferisce da un Ateneo ad un altro: in tal caso sarà la stessa struttura a decidere quale numero di crediti acquisiti siano da riconoscere.
Un sistema di crediti così impostato discrimina la figura dello studente lavoratore. Accreditando la frequenza di stages , corsi e seminari, infatti, si penalizza chiunque svolga un’attività lavorativa che non gli permetta di frequentarli.
L’adozione dei crediti è da collegarsi alle prospettive in merito alla formazione indicate dal Patto per il lavoro: rendendo riutilizzabili gli investimenti formativi nel mercato del lavoro ed accreditando attività professionali compatibili con le esigenze del tessuto produttivo territoriale, si ribadisce il progetto di omologazione e di adeguamento della didattica ai bisogni dell’impresa.
n.d.r. : la seguente parte sulla contrattazione non è così sistematica nel Decreto Zecchino di attuazione della riforma di cui parliamo nel seguito, pensiamo comunque che dia l’idea di una concezione di "diritto allo studio", se lo possiamo chiamare tale, ancora attuale per il Ministero, che passa dall’irrigidimento delle differenze sociale nell’organizzazione universitaria invece che dalla rimozione degli ostacoli; tale irrigidimento, come spieghiamo nel seguito, non avviene solo attraverso l’estromissione dall’università degli studenti disagiati ma anche attraverso l’istituzione di percorsi differenziati...
Lo studente all’atto dell’iscrizione firmerà un contratto con l’ateneo che dovrebbe risolversi in un accordo bilaterale tra singolo studente ed università, in cui saranno espliciti i rispettivi diritti ed obblighi, nonché i servizi di cui lo studente potrà usufruire, e che quindi pagherà..
Risulta evidente che molti studenti in situazione di disagio verranno estromessi dall’elargizione dei servizi al di fuori della loro portata economica.
Sovrapponendo il principio della contrattualità allo scenario di raccordo con l’impresa privata, si rende lo studente un soggetto che si adatta alle esigenze di quest’ultima.
Questo modello di contrattazione individuale è un concetto antitetico a quello di patto sociale tra collettività e istituzione, concezione che ha come presupposto l’universalità del diritto allo studio. L’Ateneo non ha più il dovere, neanche formale di trasmettere sapere alla società, bensì di addestrare capitale umano per il lavoro.
Ma i contratti non saranno tutti dello stesso tipo: il MURST individua nella bozza diversi tipi di domanda formativa; in particolare si fa una distinzione tra coloro che, terminate le scuole superiori, possono permettersi di dedicarsi agli studi a tempo pieno, e coloro che intendono proseguire gli studi lavorando.
I primi potranno laurearsi in tempi regolari, i secondi in tempi dilazionati; un anno da part-time permetterà di sostenere metà esami e di seguire metà corsi rispetto ad un oda full-time.
Lo studente sceglierà quindi all’inizio di ogni anno di studi se stipulare un contratto part-time o full-time.
Non è ben chiaro cosa succederà a quegli studenti part-time o full-time che non riusciranno a laurearsi in corso, le ipotesi sono due: il contratto sarà così vincolante da causare l‘estromissione dall’università
di chi non lo rispetta o questi studenti potremmo chiamarli .."fuori corso"...Ipotesi di limitazione, anche stretta, del numero di anni di permanenza in università non sono affatto fuori discussione, anzi dei limiti esistono già in alcune università (Statale e Politecnico a Milano).In altre parole la soluzione del MURST non è attuare una politica di diritto alo studio che consenta a tutti di mantenersi agli studi senza dover lavorare, bensì sancire formalmente che alcuni studenti sono impossibilitati a frequentare costantemente l’università. Si è ben lungi anche dal solo analizzare le cause che determinano questo stato di cose.
Ovviamente, la differenza tra i due percorsi peserà soprattutto nel momento dell’approccio col mondo del lavoro.
La Bassanini 2 prevede che l’ordinamento didattico dei vari corsi universitari venga disciplinato dall’università in conformità a criteri generali emanati dal Ministero.
Questi criteri individuano le caratteristiche culturali e professionali della figura che il corso intende formare, la durata del corso in anni per studenti a tempo pieno, l’ammontare dei crediti necessari per conseguire il titolo, l’eventuale obbligatorietà di tirocini e stages, uno schema a larghe magli in cui i crediti devono essere raccolti a seconda del corso..
Tutto il resto è definito dalle singole università.
Al singolo Ateneo sarà permesso anche avviare nuove attività formative e interromperne altre in completa autonomia.
Questo provvedimento faciliterà ovviamente l’adeguamento dell’offerta formativa al mercato del lavoro.
Non è ben comprensibile perché un’istituzione atta alla formazione dovrebbe consentire la chiusura e l’apertura dei corsi di laurea a seconda delle sole esigenze produttive del tessuto economico in cui è inserita.
La cosa comincia ad avere un senso se messa in relazione all’esigenza di Confindustria di formare lavoratori tecnici specializzati per un particolare settore nel momento in cui questo lo richiede.
IL DECRETO ZECCHINO
In data 4 Gennaio 2000 viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il D.lgs n°509 firmato dal ministro Zecchino che costituisce la forma finale adottata per la realizzazione dei principi della "bozza Martinotti" per quanto concerne le disposizioni centrali.
Il Decreto conferma nella sostanza tutta l'analisi già svolta traducendo però la "filosofia" in fatti concreti:
La laurea di base viene ridotta a 3 anni più 2 anni di Laurea Specialistica e/o eventualmente Scuole di specializzazione e Dottorato di Ricerca. Il passaggio dalla prima alla seconda però non è affatto garantito in quanto non solo vengono previsti numeri chiusi e verifiche per l'accesso alla Laurea Specialistica, ma l'obbligo per l'Ateneo di riconoscere ai fini di quest'ultima i crediti maturati nei primi tre anni è decisamente limitato.
In sostanza non esisterà, necessariamente, un corso di laurea specialistica per ogni corso di laurea di 3 anni; l'Università, per poter istituire una Laurea specialistica che rappresenterà lo sbocco per un certo numero di corsi di 3 anni, dovrà garantire il totale riconoscimento dei crediti di primo livello solo per un corso di Laurea di base, mentre si potrà riservare di stabilire volta per volta quanti crediti riconoscere agli studenti che proverranno dagli altri corsi di Laurea.
Tra l'altro gli Atenei potranno anche stipulare specifiche convenzioni tra loro ai fini del rispetto di tale obbligo.
In questo modo potrebbe tranquillamente realizzarsi il caso per cui una Laurea Specialistica della Statale di Milano venga istituita senza che esista nello stesso Ateneo un solo corso di Laurea i cui crediti vengano riconosciuti integralmente ai suoi fini perché sarebbe sufficiente che il corso "breve" di riferimento esista nell'Ateneo di Roma o di un'altra città.
Inoltre per l’ammissione ad un corso di laurea "...i regolamenti didattici d’ateneo richiedono il possesso o l’acquisizione di una adeguata preparazione iniziale...A tal fine gli stessi regolamenti definiscono le conoscenze richieste per l’accesso e ne determinano, ove necessario, le modalità di verifica....Se la verifica non è positiva vengono indicati specifici obblighi formativi aggiuntivi da soddisfare nel primo anno di corso" (Art. 6 Comma 1, Decreto Zecchino).
Sarà possibile perciò generalizzare i numeri chiusi a tutti i corsi di laurea attraverso l’istituzione di questi obblighi formativi da soddisfare entro il primo anno, la discrezionalità per gli atenei sull’entità e sulle modalità di verifica degli obblighi è, infatti, totale. La possibilità di stabilire obblighi aggiuntivi vale, tra l’altro, anche per i corsi oggi a numero chiuso per legge.
Le indicazioni centrali sulle attività formative sono limitate ad un massimo del 66% mentre il resto è integralmente demandato agli Atenei con una concretizzazione esplicita della subordinazione dell'Autonomia Universitaria alle esigenze delle imprese fino al punto che per l'istituzione dei corsi di laurea il decreto prevede esplicitamente che essa avvenga previa consultazione delle aziende (e delle organizzazioni sindacali confederali ?) del territorio (Art. 11 Decreto Zecchino).
Il decreto non parla più di contrattualità tra studente ed ateneo mentre rimane il concetto di "studente part-time" che si traduce in una dichiarata discriminazione verso gli studenti lavoratori i quali dovranno raggiungere lo stesso numero di crediti dei full-time ma, dal momento che per ogni esame si deve prevedere il numero di crediti attribuibili allo studio individuale, non meno del 50%, e quello attribuito alle lezioni, gli atenei potranno decidere che gli studenti non frequentanti debbano conseguire i crediti assegnati alla frequenza con attività aggiuntive (esami in più), fino alla situazione estrema per cui gli studenti part-time debbano superare il doppio degli esami dei full-time (Art. 5 Decreto Zecchino).
Infine, "dulcis in fundo", le Università possono determinare il numero minimo di crediti da ottenere ogni anno (per cosa, per non essere espulsi ?) e addirittura forme di verifica della non "obsolescenza" dei crediti precedentemente acquisiti (insomma la cultura diventa come un alimento: dopo un po’, scade), per gli studenti full-time che per gli studenti lavoratori.
I NUOVI ORDINAMENTI
(
ANALISI DEI NUOVI CORSI CHE PARTIRANNO L’ANNO PROSSIMO ALLA STATALE DI MILANO)La riforma dell’università prevede la suddivisione del percorso formativo in una laurea triennale, in una eventuale laurea specialistica biennale e ulteriori momenti quali specializzazioni, dottorati, master.
Questo sistema vedrà solo parzialmente la luce nel prossimo anno accademico, mediante una forzatura di alcuni atenei rispetto alle lungaggini ministeriali (alla Statale di Milano saranno interessati solo corsi di laurea dell’area scientifica e medica): gli studenti che si immatricoleranno l’anno prossimo non sapranno con precisione se sono iscritti ad un corso triennale o quadriennale, il tutto si decidere in corso d’opera a seconda della pubblicazione o meno di tutti gli atti ministeriali necessari...
I progetti per i nuovi corsi di laurea finora presentati riguardano l’area delle scienze matematiche, fisiche e naturali e quella di scienze politiche e hanno diversi punti in comune.
- La giustificazione di tutti questi progetti è l’esistenza di una domanda privata, che, in alcuni casi, diventa vera e propria committenza: le imprese sollecitano un certo tipo di laureato, offrono esperti per tenere seminari o parti di corso, offrono stage agli studenti. In taluni casi si prevedono addirittura degli incontri periodici con le imprese.
- La valutazione che ha spinto verso questo tipo di scelta è che si ritiene che l’attuale sistema sia eccessivamente rivolto alla ricerca di base e abbia un’eccessiva durata media, anche perché assai impegnativo. Ecco quindi che si è pensato a lauree più brevi e specializzanti, che forniscano una cultura di base, una preparazione molto specialistica in un settore ben definito e l’acquisizione di una serie di capacità di relazione, lavoro in gruppo, cultura d’impresa (ovvero spirito di disciplina). Si tratta di una sorta di formazione professionale
- Gli sbocchi occupazionali, garantiti o millantati dai progetti, sono ricavati quasi sempre da ricerche fatte dalla Confindustria o dalla Camera di Commercio.
Questi tre elementi comuni a tutti i progetti ci permettono di fare alcune considerazioni:
Un approfondimento a parte meritano gli stage: tutti i nuovi corsi di laurea prevedono uno o più stage presso aziende. Uno in particolare è fondamentale e sostituisce, di fatto, la tesi di laurea.
Sicuramente un punto debole dell’università italiana era la totale estraneità rispetto alla realtà circostante, e quindi anche al mondo del lavoro. Questa caratteristica spesso, soprattutto in passato, si bilanciava con un punto di forza: la capacità di ragionamento, di astrazione, la solida cultura di base di lauree non professionalizzanti. Si trattava di un punto che riusciva a qualificarci, nonostante la povertà di risorse, anche rispetto alle università di altri paesi.
La formazione professionale veniva svolta direttamente dalle imprese.
Oggi il meccanismo degli stage, già tanto popolare tra i laureati, viene esteso ai laureandi. Gli stage sono dei periodi di lavoro quasi gratuito presso delle imprese. In teoria in questo periodo si dovrebbe ricevere una formazione professionale, in pratica ci si trova spesso a fare lavorettii di manovalanza.
Gli stage servono alle imprese non solo per disporre di manodopera pressoché gratuita, ma anche per conoscere i futuri potenziali dipendenti, valutare le loro capacità, ma anche la loro disponibilità, la loro subordinazione, la loro compatibilità caratteriale, ecc. Di più: è anche un periodo in cui questo personale può essere educato alla flessibilità, dote essenziale per il futuro lavoratore.
Gli stage sono quindi un regalo alle imprese, l’ennesimo. Lo studente si consola ‘’perché fanno curriculum’’, o perché ‘’da cosa nasce cosa’’, e intanto si abitua a lavorare gratis. Poi lo attenderanno altri stage, altri contratti a tempo determinato, altri contratti di formazione e lavoro. La flessibilità, come gli esami, non finisce mai.
Riassumendo: la nuova laurea triennale fornirà allo studente una formazione poco più che superiore, ma fortemente orientata alle necessità dell'impresa. Il vincolo università/impresa sarà evidente nella determinazione dei curricula formativi, nell’intervento di esperti delle imprese nella didattica, negli stage obbligatori o facoltativi e, in modo più indiretto, nei programmi di esame. Il vincolo studente/impresa si stabilirà in modo particolare nel corso dello o degli stage, quando lo studente si troverà in un rapporto di pura subordinazione con un’impresa che potrebbe assumerlo in futuro.
Il valore legale del titolo di studio conseguito viene minato nella sua base principale: l’uniformità. La pluralità di percorsi (come del resto la pluralità a livello nazionale di atenei autonomi e differenziati dal punto di vista delle risorse, del prestigio, ecc.) rende difficilmente equiparabile la posizione di due laureati. Di fatto ciò che conterà in futuro sarà:
Questa è l’università ‘’europea’’ e ‘’moderna’’ che ci stanno confezionando, e che, a partire dall’anno prossimo, sarà una tragica realtà.
DIRITTO ALLO STUDIO
Si parla, ormai da diverso tempo, del cosiddetto welfare delle opportunità in cui il problema non è più stabilire una serie di garanzie inalienabile per tutti, dalla sanità all’istruzione, dal lavoro alle pensioni, ma decidere che determinati servizi sono gratuiti e pubblici solo per le fasce estremamente disagiate della popolazione con il rischio che il progressivo abbassarsi della "soglia di povertà" sotto la quale si è tutelati trasformi lo stato sociale in una sorta di carità, in questo caso meramente assistenzialista.
Parallelamente si fanno largo ipotesi di sistema sociale integrato pubblico-privato in cui la possibilità di lucrare sui servizi va a scapito della qualità.
Noi non condividiamo nessuna delle due impostazioni: determinati diritti sono universali e vanno garantiti per tutti, tra questi rientra senz’altro il diritto allo studio.
Per l’istruzione c’è però un ulteriore considerazione da fare: il sistema formativo in un sistema capitalistico, diviso in classi, ha il ruolo di riprodurre lo stato di cose esistenti in particolare dal punto di viste delle differenze sociali: a questa precisa esigenza rispondono le recenti riforme di scuola e università con l’autonomia ed il riordino dei cicli.
Siamo quindi consapevoli dell’impossibilità, nel sistema attuale, di una garanzia piena da parte dello stato del diritto a studiare fina ai gradi più alti in una struttura che tuteli anche la "qualità" dei saperi impartiti: fino a quando sarà necessario dividere i lavoratori dai padroni ed il lavoro intellettuale da quello manuale sarà indispensabile per il sistema formativo attuare una qualche forma di selezione economica.
Rivendicare il diritto allo studio ha perciò per noi due valenze, una "quantitativa" ed una "qualitativa": da una parte il diritto a studiare va difeso come ogni altro diritto sociale, dall’altra non possiamo prescindere dal carattere particolare che ha il campo della diffusione dei saperi e quindi la lotta ideologica e culturale negli atenei dove si diffonde il pensiero dominante e per noi parte fondamentale della rivendicazione.
Sul primo terreno il nostro obiettivo massimo e che l’università sia gratuita ed aperta a tutti, pagata quindi progressivamente dalla fiscalità generale e non dalle tasche degli studenti, questo significa aprire la problematica dell’equità della tassazione in Italia e dell’evasione.
Nel contingente sosteniamo qualsiasi ipotesi che vada nella direzione del riconoscimento della condizione di studente proletario, svantaggiato rispetto agli altri, per questo ci battiamo per l’abbattimento dei criteri di merito per l’erogazione dei servizi agli studenti e per un serio investimento pubblico su tutte le questioni connesse allo studio (costo dei libri, degli alloggi, dei pasti, dei trasporti, corsi serali...) che sono motivo di selezione economica.
I ritmi di studio sempre più pressanti imposti dalla riforma Zecchino e verificabili andando a vedere i nuovi ordinamenti che saranno attuati negli Atenei, rendono evidente come la logica del premio ai capaci e meritevoli rientri perfettamente nel meccanismo di selezione: rifiutiamo qualsiasi logica di accreditamento della frequenza, di sessionamento degli esami, di irrigidimento dei piani di studio...
Sul terreno della qualità dei saperi pensiamo ad un sistema che non tenda a riprodurre nella sua organizzazione interna le differenze sociali: la riforma Zecchino con le lauree di diversi livelli, la segmentazione in infinite specializzazioni, l’aderenza degli obiettivi formativi alle esigenze di un mercato del lavoro flessibile e precario va esattamente nella direzione opposta.
Pensiamo ad una università in cui l’agire collettivo sia motore della trasformazione sociale, dove vi siano degli spazi d’aggregazione e confronto dove si possa generare cultura alternativa non strumentale al mercato, o dove si possa discutere della realtà come dei soggetti coscienti ed attivi.
Tutte le università devono garantire uno spazio che sia luogo di dibattito fra studenti e docenti su tematiche contingenti, che altrimenti non sarebbero affrontate nell’ambito delle lezioni. Pluralizzando la discussione tra i docenti della stessa materia, che sovente hanno punti di vista differenti o contrapposti sul suo insegnamento, portando il loro confronto come elemento d’innalzamento del livello d’analisi e culturale degli studenti, spazzando via la logica "baronale" della inattaccabilità delle loro cattedre e del loro insegnamento.
All’idea dell’ateneo esamificio noi contrapponiamo la ristrutturazione della didattica, che cambi radicalmente la struttura dell’esame così come concepito adesso, cioè apprendimento nozionistico ed interrogazione. In primis vogliamo ampliare gli orizzonti, quindi allargare la scelta degli esami da sostenere (l’autonomia del MURST è solo per la struttura e non per gli studenti), liberalizzare il proprio piano di studio potendo scegliere più esami attinenti ai propri interessi culturali.
Cambiare anche la struttura dell’esame dando spazio alle elaborazioni individuali o di gruppo, allargando i propri confini critici e culturali e attivando una fase di rielaborazione ed interazione sui contenuti.
Specializzazione
Molti neo laureati danno, oggi, la loro forza lavoro gratuitamente: all’avvocato, al commercialista, all’architetto, alle imprese, alle strutture sanitarie, per poter imparare il mestiere, ma questa è solo manodopera gratuita, perché si sa che l’apprendimento formativo viene relegato a limitati spazi di tempo.
Con la riforma Zecchino l’ingresso alle professioni diventa ancora più selettivo grazie all’istituzione delle scuole di specializzazione biennali, collocate dopo la laurea di primo livello, che sono a numero chiuso, prevedono la frequenza obbligatoria e sono spesso molto costose.
Attualmente sono state istituite le scuole di specializzazione per l’insegnamento e quelle per le professioni giuridiche.
Chiediamo che la specializzazione sia riconosciuta come un lavoro in tutti i sensi e non come ultimo momento formativo. La soluzione è quella di una retribuzione con contratto a valenza nazionale, che permetta agli studenti delle scuole e ai tirocinanti di potere vivere e contemporaneamente che gli sia riconosciuta la propria forza lavoro come tale, perché lo specializzante non solo apprende la professione, ma produce profitto con il proprio operato durante il tirocinio. Non ha senso istituire scuole a numero chiuso, molto chiuso, se non si ha nemmeno la certezza del posto di lavoro terminati gli studi: la scuola deve garantire l’accesso alla professione altrimenti subordinata alla volontà degli ordini professionali. Il salario farebbe si che alla prestazione si tolga l’elemento alienante dello sfruttamento che domina su quello dell’apprendimento.
Formazione permanente
La formazione permanente, secondo noi, significa il non chiudere ad un individuo la possibilità di iniziare in età matura e con un lavoro stabile, un percorso di studi per i propri interessi culturali.
Per cui a questi soggetti bisogna fornire l’accesso all’Università, non solo con corsi serali, ma anche con aiuti economici sostanziosi. In specie a quei lavoratori meno abbienti che altrimenti non saprebbero come garantirsi lo studio, visto il loro pingue salario. Anche questo è diritto allo studio, vale a dire che anche un soggetto precedentemente espulso in modo coattivo dal percorso formativo, vi possa rientrare anni dopo senza quella condizione che gli ha fatto abbandonare gli studi. Questo perché non bisogna dare l’opportunità, ma il diritto così come concepito dalla Costituzione che è universale, reale e non formale.