-----Messaggio originale-----
Da: Carlo Sandrin <pd@ilcircolino.it>
Data: venerdì 3 dicembre 1999 13.00
Oggetto: Musica // Hierbamala

ola taz!
grazie per la pagina sulla hierbamala.
tra l'altro è stato un concerto stupendo e vi allego l'articolo della Peska che uscirà su Re Nudo e Rastasnob e, se volete, potete pubblicare, anche voi.
Chao
pd Hierbamala.
0348.2238469
ps se avete notizia di qualche locale o manifestazione che ha bisogno di un gruppo di drughi e debocke molto khrasho fatelo sapere a pd@ilcircolino.it.
eternamente grati.

 

A Lugano cresce la Hierbamala. ( di Peska)

Locale fumoso, luci soffuse che non danno fastidio alla vista.

Sotto le volte, ragazzi e ragazze multicolore bevono birra scura, parlano, ridono. Qualcuno fissa il vuoto pensando chissà a che cosa, ma non sembra che gli altri se ne preoccupino troppo.

Entri, e per 5 franchi, a dispetto della new age e del pensiero positivo che fuori imperversa come soluzione ai problemi esistenziali, ti senti già a casa. E non è cosa da poco.

Comincia la musica perché stasera c’è un concerto.

I bonghi iniziano a rimbalzare nell’aria, e la chitarra, dolcemente suona il ritmo di terre lontane.

Ti perdi tra le note e per un momento smetti di pensare che sei nella patria della perfezione, dell’ordine e della pulizia per eccellenza, non più montagne dal cuore di cioccolato, non più moderni centri commerciali, non più strade.

Hierbamala suona, senza pretese, senza conficcarsi nel cervello, ma arrivando piano, da lontano come il ribollire di un vulcano che prepara la sua colata.

Ma in che lingua stanno cantando? Come la chiami tu questa musica? Non lo so, non lo so, so solo che è una patchanka. Qualunque cosa significhi per una canzone essere patchanka. Ti percorre morbida e sinuosa il cervello, si diffonde fino al petto, scivola verso i piedi, ed è lì che cominci a ballare.

Suoni avvolgenti che mischiano suoni ad altri suoni, note sulle note delle percussioni, e i bonghi, e il basso e le voci, le parole, tutto mescolato senza che nulla prevalga sull’altro.
Musica 50%, parole 50%: il risultato è un ritmo che sa di buono, accogliente come il profumo del pane che si accompagna al molleggiare delle onde, che viaggia tra Jamaica, Spagna, Cuba, Italia e si perde in quel suono che non ha confine, non ha etichette, nomade, passaporto per tutte le terre.
Tutto si mescola in dolci assonanze, a volte malinconiche, a volte gioiose. Un po’ come gli umori nostri che sono a volte così labili. Emozionanti proprio perché lo sono.

A volte si può sentire il ciondolare di vecchie speranze che per qualcuno non moriranno mai, il suono del ricordo, il suono dei tamburi nella giungla che ancora, tra le caserme di cemento e le autostrade, non vuole morire.

Davanti al palco la gente balla, difficile dire che ritmo seguano. Il ritmo del cuore, con tutta probabilità.

Pd canta. Il cappellino tirato giù fin quasi sopra gli occhi, le gambe che molleggiano a passo di reggae, la chitarra che lo accompagna nel nuovo viaggio. Porge gentilmente a noi altri un sogno, una speranza, un pensiero, una canzone per ballare.

Canta, e Marga , Marga esile corpo e grintosa voce, lo accompagna.

Tambo si guarda poco in giro e fa scivolare le mani sul cuoio, suoni di campanelli e poi ancora picchietta, picchietta, picchietta. Tum tum tum … le note si perdono tra i suoi dreadlock e la voglia di ballare si insinua tra le cosce e nelle mani che disegnano nell’aria cerchi metafisici di reminiscenze tribali.
Hierbakris Duba con la chitarra appesa al collo rosso per la timidezza intona Get up Stand up, Pd Carlito e Marga scendono dal palco e ballano, Massi alla batteria non si ferma mai e i piatti tintinnano ancora, anche se le bacchette sono già lontane, HierbaVistar tiene tra le gambe un grosso bongo e non ne vuol sapere di smettere di suonare, Fabio suona il basso e il vino buono sta nella botte piccola, e lui è decisamente una botte proporzionata.
Carlo ci chiama "oasi di libertà". È uno di quegli inguaribili romantici che crede nella gioia e nell’amore come soluzione alla cattiveria e alla mediocrità del mondo. Gli crederei anch’io se il mondo, là fuori, non avesse un sapore così amaro.

Questo è quanto. Ascolti della musica e ti ritrovi ad ascoltare te stesso. Questa è la sensazione. Bello, avvolgente, accogliente. Un concerto che sembra più una serata fra amici.

Poi ti allontani, le luci si spengono, la musica tace. Sarà per la prossima volta…


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