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originale----- Da: Carlo Sandrin <pd@ilcircolino.it> Data: venerdì 3 dicembre 1999 13.00 Oggetto: Musica // Hierbamala ola
taz!
A Lugano cresce la Hierbamala. ( di Peska) Locale fumoso, luci soffuse che non danno fastidio alla vista. Sotto le volte, ragazzi e ragazze multicolore bevono birra scura, parlano, ridono. Qualcuno fissa il vuoto pensando chissà a che cosa, ma non sembra che gli altri se ne preoccupino troppo. Entri, e per 5 franchi, a dispetto della new age e del pensiero positivo che fuori imperversa come soluzione ai problemi esistenziali, ti senti già a casa. E non è cosa da poco. Comincia la musica perché stasera cè un concerto. I bonghi iniziano a rimbalzare nellaria, e la chitarra, dolcemente suona il ritmo di terre lontane. Ti perdi tra le note e per un momento smetti di pensare che sei nella patria della perfezione, dellordine e della pulizia per eccellenza, non più montagne dal cuore di cioccolato, non più moderni centri commerciali, non più strade. Hierbamala suona, senza pretese, senza conficcarsi nel cervello, ma arrivando piano, da lontano come il ribollire di un vulcano che prepara la sua colata. Ma in che lingua stanno cantando? Come la chiami tu questa musica? Non lo so, non lo so, so solo che è una patchanka. Qualunque cosa significhi per una canzone essere patchanka. Ti percorre morbida e sinuosa il cervello, si diffonde fino al petto, scivola verso i piedi, ed è lì che cominci a ballare. Suoni avvolgenti che mischiano suoni ad
altri suoni, note sulle note delle percussioni, e i bonghi, e il basso e le voci, le
parole, tutto mescolato senza che nulla prevalga sullaltro. A volte si può sentire il ciondolare di vecchie speranze che per qualcuno non moriranno mai, il suono del ricordo, il suono dei tamburi nella giungla che ancora, tra le caserme di cemento e le autostrade, non vuole morire. Davanti al palco la gente balla, difficile dire che ritmo seguano. Il ritmo del cuore, con tutta probabilità. Pd canta. Il cappellino tirato giù fin quasi sopra gli occhi, le gambe che molleggiano a passo di reggae, la chitarra che lo accompagna nel nuovo viaggio. Porge gentilmente a noi altri un sogno, una speranza, un pensiero, una canzone per ballare. Canta, e Marga , Marga esile corpo e grintosa voce, lo accompagna. Tambo si guarda poco in giro e fa scivolare
le mani sul cuoio, suoni di campanelli e poi ancora picchietta, picchietta, picchietta.
Tum tum tum
le note si perdono tra i suoi dreadlock e la voglia di ballare si
insinua tra le cosce e nelle mani che disegnano nellaria cerchi metafisici di
reminiscenze tribali. Questo è quanto. Ascolti della musica e ti ritrovi ad ascoltare te stesso. Questa è la sensazione. Bello, avvolgente, accogliente. Un concerto che sembra più una serata fra amici. Poi ti allontani, le luci si spengono, la musica tace. Sarà per la prossima volta
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