Fermi tutti dietro allo striscione: «Chiudiamo il lager di via
Corelli».
Quando la testa del corteo si schiera all’inizio della via, e quello
il budello meno ospitale della terra. Le tute bianche da una parte e dietro,
per centinaia di metri, arrampicati sulla massicciata, in punta di piedi
per cercare di capire e vedere qualcosa, migliaia di manifestanti che per
un giorno si sono sentiti «tutti clandestini», italiani e stranieri:
la polizia dice ventimila, tantissimi, e bisogna crederci. A cento metri
da quei ventimila un muro di blindati sbarra anche la vista, non passerebbe
nemmeno uno spillo.
Dietro l’angolo, la prigione per stranieri.
Improvvisamente cresce l’agitazione, ma è solo perché
sta arrivando la delegazione che per la prima volta ha violato il carcere
per stranieri di via Corelli: lo hanno visto Dario Fo e Franca Rame, Carlo
Monguzzi (verdi), Giuliano Pisapia e Pippo Torri (Rifondazione), Maria
Vittoria Mora (Naga) e anche i cronisti di Repubblica e Corsera, due quotidiani
che francamente non riusciamo a capire cosa abbiano fatto per meritare
l’invito dopo aver cavalcato per settimane l’allarme criminalità,
«clandestina» naturalmente. La star della delegazione pero
è un’altra. Dietro a un paio di occhiali che nemmeno Elton John,
ecco il premio nobel che si fa largo tra i blindati. Viene letteralmente
travolto e trasportato da un’onda di braccia che cercano di proteggerlo
o di fotografarlo. E quasi buio quando prende posto sul furgone del Leoncavallo,
solo una striscia di cielo è rossa, rossa come la ferita che Fo
dice di avere «impressa dentro al cranio». E per quello che
ha visto.«Entrando si prova un’emozione struggente, non c’è
proprio niente da scherzare, tutti quei container freddi e puliti sono
ossessionanti, sembra di essere in un film dell’orrore. Questa è
una struttura pensata da gente che ha perso la testa e non sa più
che pesci pigliare».
Il consigliere regionale dei Verdi, Carlo Monguzzi, unico rappresentante
di un partito di governo, si dice emozionato e non sono parole di circostanza:
«Questa che abbiamo vissuto oggi è una delle esperienze più
forti degli ultimi tempi. Ho incontrato una persona che sta aspettando
i suoi documenti da cinque giorni, solo dopo potrà tornare ad essere
un cittadino libero. Purtroppo questo è un lager. Siamo un paese
civile: la legalità va rispettata, ma al primo posto devono esserci
i diritti umani».
Pippo Torri, consigliere regionale di Rifondazione, ha detto: «questi
centri vanno chiusi e per farlo bisogna modificare la legge». Giuliano
Pisapia, presidente della commissione giustizia: «Prometto un presidio
gratuito di avvocati». Maria Vittoria Mora del Naga, associazione
che si occupa di dare assistenza sanitaria agli stranieri, si è
sentita «tallonata» durante la visita e ha voluto lanciare
un ultimo appello prima di salutare i manifestanti: «Rimane da fare
un grosso lavoro, soprattutto unitario».
E' andata benissimo, ci si rilassa alla fine: «Siamo ventimilauno
quindi uno più del Polo». Il ritorno in ordine sparso dalla
periferia al centro è quasi un controcorteo, si torna a casa cantando,
ci si racconta chi c’era e chi no «incredibile l’assenza del sindacato»
e ci si interroga sul prossimo appuntamento antirazzista convocato dalla
Cgil il 13 febbraio: «Andarci o restare a casa’?». Peccato
per chi non c’era verrebbe da dire, perché la manifestazione di
ieri, aggrappandosi a quell’orrore che e la prigione di via Corelli, e
riuscita ad allargarsi ben oltre la ristretta cerchia degli antirazzisti
di professione. E stato come se dopo essere stata maltrattata più
del dovuto la (piccola) parte migliore di questa città abbia sentito
il bisogno di far sentire la sua voce, troppo spesso sottaciuta a vantaggio
degli strilli razzisti che da settimane alimentano un clima irrespirabile.
Sarebbe troppo dire che questa è «l’altra Milano», si
può ben dire pero che Milano non è solo quello che ci hanno
raccontato sabato scorso, quando la destra ha sfilato davanti a troppo
compiacenti telecamere. Molti camminano anche in disparte, questa è
una piccola sorpresa lunga cinque o sei faticosi chilometri. Solo? Solo.
Ci sono decine di fotografi, ma non tutti seguono il corteo per lavoro,
ci sono e basta. Nel gruppetto dei Verdi, in prima fila c’è (anche!)
una «mamma» arrivata da Como, mentre il piccolo striscione
della Libera Università delle Donne fa sorridere Lea Melandri, felicemente
a suo agio una volta tanto in una città come questa. La federazione
milanese di Rifondazione comunista colora di rosso pezzi di strada mai
visitati da manifestazioni, ma I’arancione del Partito Umanista non conosce
rivali. Gli umanisti sono migliaia dietro lo striscione «Nessun essere
umano è un clandestino».
Il segretario, Giorgio Schultze, racconta che da quando la polizia
(che risponde agli ordini del ministero degli interni di questo governo)
ha cominciato la caccia all’uomo, le sedi del partito sono state contattate
da duecento stranieri che non sanno dove andare a dormire. Gli stranieri
che sfilano con in mano lo striscione della Rete Antirazzista sono quelli
che fanno più rumore insieme agli studenti del Deposito Bulk: niente
spray questa volta ma solo techno e un volantino per tappezzare la città:
«Milano tensione a mille. . . Milano impara a leggere!!!».
Sventola solitaria una bandiera del Brasile, in mattinata si era sparsa
anche una voce che e rimasta tale: forse arriva Ronaldo. . . L’associazione
Ya Basta la butta in poesia: “Illuminiamo l’altra faccia della luna”. Sul
tardi, tirando fuori dalle tasche tutto ciò che rimane di stropicciato
dopo una. giornata come questa, scegliamo un messaggio lanciato dai ragazzi
di Pergola Tribe. Bocca, occhi, cervello, hanno sezionato un corpo umano:
«In tutta la nostra diversità noi siamo uno. . . ».
Una volta tanto, sembra essere andata proprio cosi.