24 gennaio 1999

Fermi tutti dietro allo striscione: «Chiudiamo il lager di via Corelli».
Quando la testa del corteo si schiera all’inizio della via, e quello il budello meno ospitale della terra. Le tute bianche da una parte e dietro, per centinaia di metri, arrampicati sulla massicciata, in punta di piedi per cercare di capire e vedere qualcosa, migliaia di manifestanti che per un giorno si sono sentiti «tutti clandestini», italiani e stranieri: la polizia dice ventimila, tantissimi, e bisogna crederci. A cento metri da quei ventimila un muro di blindati sbarra anche la vista, non passerebbe nemmeno uno spillo.
Dietro l’angolo, la prigione per stranieri.
Improvvisamente cresce l’agitazione, ma è solo perché sta arrivando la delegazione che per la prima volta ha violato il carcere per stranieri di via Corelli: lo hanno visto Dario Fo e Franca Rame, Carlo Monguzzi (verdi), Giuliano Pisapia e Pippo Torri (Rifondazione), Maria Vittoria Mora (Naga) e anche i cronisti di Repubblica e Corsera, due quotidiani che francamente non riusciamo a capire cosa abbiano fatto per meritare l’invito dopo aver cavalcato per settimane l’allarme criminalità, «clandestina» naturalmente. La star della delegazione pero è un’altra. Dietro a un paio di occhiali che nemmeno Elton John, ecco il premio nobel che si fa largo tra i blindati. Viene letteralmente travolto e trasportato da un’onda di braccia che cercano di proteggerlo o di fotografarlo. E quasi buio quando prende posto sul furgone del Leoncavallo, solo una striscia di cielo è rossa, rossa come la ferita che Fo dice di avere «impressa dentro al cranio». E per quello che ha visto.«Entrando si prova un’emozione struggente, non c’è proprio niente da scherzare, tutti quei container freddi e puliti sono ossessionanti, sembra di essere in un film dell’orrore. Questa è una struttura pensata da gente che ha perso la testa e non sa più che pesci pigliare».
Il consigliere regionale dei Verdi, Carlo Monguzzi, unico rappresentante di un partito di governo, si dice emozionato e non sono parole di circostanza: «Questa che abbiamo vissuto oggi è una delle esperienze più forti degli ultimi tempi. Ho incontrato una persona che sta aspettando i suoi documenti da cinque giorni, solo dopo potrà tornare ad essere un cittadino libero. Purtroppo questo è un lager. Siamo un paese civile: la legalità va rispettata, ma al primo posto devono esserci i diritti umani».
Pippo Torri, consigliere regionale di Rifondazione, ha detto: «questi centri vanno chiusi e per farlo bisogna modificare la legge». Giuliano Pisapia, presidente della commissione giustizia: «Prometto un presidio gratuito di avvocati». Maria Vittoria Mora del Naga, associazione che si occupa di dare assistenza sanitaria agli stranieri, si è sentita «tallonata» durante la visita e ha voluto lanciare un ultimo appello prima di salutare i manifestanti: «Rimane da fare un grosso lavoro, soprattutto unitario».
E' andata benissimo, ci si rilassa alla fine: «Siamo ventimilauno quindi uno più del Polo». Il ritorno in ordine sparso dalla periferia al centro è quasi un controcorteo, si torna a casa cantando, ci si racconta chi c’era e chi no «incredibile l’assenza del sindacato» e ci si interroga sul prossimo appuntamento antirazzista convocato dalla Cgil il 13 febbraio: «Andarci o restare a casa’?». Peccato per chi non c’era verrebbe da dire, perché la manifestazione di ieri, aggrappandosi a quell’orrore che e la prigione di via Corelli, e riuscita ad allargarsi ben oltre la ristretta cerchia degli antirazzisti di professione. E stato come se dopo essere stata maltrattata più del dovuto la (piccola) parte migliore di questa città abbia sentito il bisogno di far sentire la sua voce, troppo spesso sottaciuta a vantaggio degli strilli razzisti che da settimane alimentano un clima irrespirabile. Sarebbe troppo dire che questa è «l’altra Milano», si può ben dire pero che Milano non è solo quello che ci hanno raccontato sabato scorso, quando la destra ha sfilato davanti a troppo compiacenti telecamere. Molti camminano anche in disparte, questa è una piccola sorpresa lunga cinque o sei faticosi chilometri. Solo? Solo.
Ci sono decine di fotografi, ma non tutti seguono il corteo per lavoro, ci sono e basta. Nel gruppetto dei Verdi, in prima fila c’è (anche!) una «mamma» arrivata da Como, mentre il piccolo striscione della Libera Università delle Donne fa sorridere Lea Melandri, felicemente a suo agio una volta tanto in una città come questa. La federazione milanese di Rifondazione comunista colora di rosso pezzi di strada mai visitati da manifestazioni, ma I’arancione del Partito Umanista non conosce rivali. Gli umanisti sono migliaia dietro lo striscione «Nessun essere umano è un clandestino».
Il segretario, Giorgio Schultze, racconta che da quando la polizia (che risponde agli ordini del ministero degli interni di questo governo) ha cominciato la caccia all’uomo, le sedi del partito sono state contattate da duecento stranieri che non sanno dove andare a dormire. Gli stranieri che sfilano con in mano lo striscione della Rete Antirazzista sono quelli che fanno più rumore insieme agli studenti del Deposito Bulk: niente spray questa volta ma solo techno e un volantino per tappezzare la città: «Milano tensione a mille. . . Milano impara a leggere!!!».
Sventola solitaria una bandiera del Brasile, in mattinata si era sparsa anche una voce che e rimasta tale: forse arriva Ronaldo. . . L’associazione Ya Basta la butta in poesia: “Illuminiamo l’altra faccia della luna”. Sul tardi, tirando fuori dalle tasche tutto ciò che rimane di stropicciato dopo una. giornata come questa, scegliamo un messaggio lanciato dai ragazzi di Pergola Tribe. Bocca, occhi, cervello, hanno sezionato un corpo umano: «In tutta la nostra diversità noi siamo uno. . . ».
Una volta tanto, sembra essere andata proprio cosi.