Il sessantotto visto dalla Luna
Martedì 23 giugno 1998 h. 18:00
 Corso Brescia 14c - Torino
 
Pensare la rivolta a partire dai mondi contemporanei
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Imbastire discorsi sul ‘68, a partire dalle diverse dimensioni della contemporaneità, è possibile. È oggi possibile ponendosi al di là delle oziose contrapposizioni tra tesi ‘aurorali’ e ‘crepuscolari’, che nei passaggi del ‘68 internazionale hanno intravisto l’inizio di un ciclo di cambiamenti o, viceversa, il punto detonante d’arrivo del processo di modernizzazione e massificazione della produzione, dei consumi, dei gusti e degli stili di vita.
La nostra attualità è costituita e profondamente formata alla vertiginosa scuola della globalizzazione, il processo che Marc Augé definisce antropologicamente come la ‘referenza’ generale di ciascun elemento del pianeta con tutti gli altri, per lo meno -aggiunge Augé- attraverso il possesso ed il trattamento di immagini degli altri.

La contemporaneità a partire dalla quale intendiamo affrontare il ‘68 -considerato oltre la scansione meramente cronologica- è da una parte quella delle istanze del presente, dall’altra dà forma ad una compresenza di tempi assolutamente inedita e da interpretare in senso letterale.
Nel nostro presente i mondi sociali, culturali, identitari vivono una situazione di consapevolezza dell’altro che declina da cenni di comunicazione utile e cooperante alla confusione e al conflitto: non è l’ecumene comunicativa preconizzata da Habermas, ma s’impone forse una rete neurale priva di centro, dalle connessioni veloci e probabilistiche, che richiama invece la “nuvola di decisioni” invocata da Michel Foucault.
 

Il lavoro nella mente, le culture contemporanee

L’estinguersi della società del lavoro -disponibile e diviso tra tutti, posto alla guida dei tempi di vita- si annuncia con sempre maggiore chiarezza. L’eclisse dei corpi del lavoro, dei lavoratori concreti procede accanto alla valorizzazione dell’intelligenza e della creatività nelle funzioni di programmazione, progettazione, innovazione. “Il lavoro ripetitivo può essere ridotto ad algoritmi che l’elettronica incorpora nel macchinario. Il lavoro umano si sposta allora dalla sfera del ripetibile alla sfera dell’eventuale. [...] Il modello fordista mette al lavoro facoltà parziali e semplici, ora quel che viene mobilitata è l’intera attività cognitiva dell’organismo cosciente.” (F. Berardi Bifo, La nefasta utopia di Potere Operaio, p. 218). Il lavoro penetra nella mente, muove dalle menti per produrre relazioni a mezzo di relazioni, linguaggio a mezzo di linguaggio, scatenando rischi ed occasioni prima sconosciute; “il danaro (cioè l’economia) e lo Stato (cioè la politica) non possono più governare né disciplinare il mondo produttivo, quando al centro del mondo produttivo troviamo non più la forza decerebrata, il tempo di lavoro manuale uguale, quantificabile, ma il fluido psichico, l’eterea sostanza dell’intelligenza, che sfugge ad ogni misura, che non si può piegare ad alcuna regola senza produrre enormi patologie, senza produrre un vero e proprio impazzimento, una vera e propria paralisi della cognizione e dell’affettività.” (F. Berardi Bifo, ibid. p. 211).
Tutto ciò potrebbe costituire una via per l’estensione delle libertà -dal tempo di lavoro, dalla ripetizione ottusa e dalla fatica- ma, intanto, non è ancora neppure lontanamente una condizione generalizzata. Ciononostante, riflessioni e percorsi teorici/pratici che alloggiarono negli anni dei movimenti -a partire dalla fine dei ‘60 fino ai fuochi del ‘77- produssero anticipazioni e ‘forme di vita’ -dalle tesi potoperaiste sulla liberazione dal lavoro come sostanza delle lotte operaie, alla molteplicità delle comunità e dei movimenti- le quali possono giovare a interpretazioni dei passaggi odierni ad un tempo meno drammatiche, più complesse e profondamente intrecciate alla storia ‘contemporanea’ recente. Innanzitutto, alla nostra condizione, portano una eventuale genealogia dei cambiamenti che stiamo vivendo -che se non permette di rimanervi eretti, in equilibrio, per lo meno ci dà le chances del surfing-; mentre all’analisi di quegli anni danno la possibilità di proiettarsi oltre il destino del movimento operaio e socialista del novecento.

Oggi, la contemporaneità delle culture e delle identità, il loro emergere sulla scena globale paiono accompagnarsi all’ansia di non comprenderne con lo sguardo le direzioni. La globalizzazione sembra direttamente responsabile dei cortocircuiti identitari, delle chiusure nazionalistiche o xenofobe. Ma siamo certi che la tendenza che promuove la globalità dei fenomeni sia solo aggressivamente economica e che susciti esclusivamente riflessi ostili?
Altre fasi storiche di trasformazione hanno offerto orizzonti altrettanto ampi. Tra gli anni ‘60 e ‘70 si realizzò uno scambio generalizzato -più marcato entro l’occidente- di esempi, senso e stili che coinvolse le nuove generazioni in un’esperienza di quasi-simultaneità. Le società post-belliche, segnate dall’accelerazione dello sviluppo, dalla generalizzazione del benessere e del dinamismo economico erano ancora gelosamente legate alle proprie gerarchie, etiche e materiali. Ugualmente, la società italiana, politicamente irrigidita, fondata e regolata dal ‘pieno-istituzionale’ -da una successione coerente di istituzioni poste a tutela dell’integrazione degli individui- mal tollerò le correnti centrifughe che allontanavano le giovani generazioni dagli stili di vita e d’azione allora dominanti, quanto da un’etica autoritaria che non garantiva alle persone il diritto alla ‘libertà d’impresa’, politica ed esistenziale.
Le immagini -intese come medium generalizzato dalla diffusione planetaria delle comunicazioni di massa, ma anche come modalità di apprendimento della globalità e delle sue istanze- divengono un elemento cruciale che attraversa il prima e il dopo degli anni dei movimenti. “Sbocco di un precedente processo di crescita dell’unità planetaria, il movimento internazionale degli studenti diede anche un poderoso impulso a quello stesso processo, ne fu acceleratore ed esaltatore” (P. Ortoleva, Saggio sui movimenti del ‘68 in Europa e in America, p.33). La musica, i comportamenti sessuali e politici, la famiglia si incrociarono e cominciarono a mutare a grande velocità. Questo ha portato ad una maggiore ‘contemporaneità’ -nel senso di situazione in un tempo comune- dei comportamenti giovanili internazionali, ad un incontro delle controculture musicali con il radicalismo politico e di questo con l’etnicità condotta in occidente dalle migrazioni, mentre sulla verticale delle Nazioni si consumavano fratture generazionali radicali... e conflitti non meno potenti.
Globalità non volle dire -e non vuol dire- omologazione, ma collegamento e maturazione delle differenze: dal ‘68 al ‘77, per lo meno in Italia, il nobile e romanticamente inadeguato internazionalismo di un movimento dalle istanze universalistiche mutò nella pluralità e ‘specificità’ dei nuovi movimenti -che non ha alcun senso definire, come in alcune interpretazioni, movimenti ‘egoistici’, contrapposti in tal modo al vasto respiro presunto dei movimenti ideologici del novecento-. Divennero volti di questa figura il movimento femminista, quello omosessuale, le lotte condotte contro la violenza psichiatrica, contro le carceri, e poi contro il nucleare, per l’ambiente, per i diritti degli immigrati e per l’autonomia delle giovani generazioni, colpite dall’esclusione e dalla precarietà.

La nostra globalità, forse, è già ora in grado di produrre ciò che ci serve, gli strumenti, le forme e i terreni delle resistenze. Sono espressione di tali ‘risorse globali’ la cultura della rete -le comunità aleatorie ma a tratti capaci di azioni efficaci che vi proliferano- e, su tutt’un altro piano delle gerarchie sociali, le migrazioni odierne dal Sud verso i paesi d’Occidente e gli incroci culturali di cui queste sono portatrici. A livello locale, inoltre, durante gli ‘80 i movimenti “specifici” si cimentarono nella realizzazione di circuiti di solidarietà, mutualità, in esperimenti associativi che hanno messo a frutto alcuni saperi ‘tradotti’ dal decennio precedente -mentre si ponevano fuori, e contro, la regolazione di Stato e la valorizzazione di Mercato-.
 

Le domande

Alla luce di questi processi, in che modo ed in che misura è possibile riformulare giudizi, ridisegnare mappe della stagione la cui apertura simbolica collochiamo alla fine degli anni ‘60? Emerge così una fase più vicina o più lontana di quanto dicano i tre decenni che ci separano da essa? Vi si mostrano oggetti, esperienze, analisi che assumono nuova luce se osservate dalla nostra ‘contemporaneità’? È possibile, scivolando su queste linee, che nuove visioni di un tempo di grandi trasformazioni giovino al nostro stato d’animo, disorientato di fronte ai processi di globalizzazione -specie se pensati assolutamente inediti, spaventosamente nuovi e inesorabilmente economici-?

Il movimento operaio va a dissolversi con il novecento; ed è poco significativo considerare ciò ancora come una sconfitta  piuttosto che come una liberazione di possibilità.
I movimenti degli anni ‘60 e ‘70 furono potenti e radicali perché la forza perdurante del movimento comunista lo permise loro? Oppure lo divennero -nonostante e contro il conservatorismo comunista- in quanto già segno di un altro futuro, posto fuori dal secolo del lavoro?

La seconda risposta ci dà motivi e geometrie di speranza.

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