Imbastire discorsi sul ‘68, a partire dalle diverse dimensioni della
contemporaneità, è possibile. È oggi possibile ponendosi
al di là delle oziose contrapposizioni tra tesi ‘aurorali’ e ‘crepuscolari’,
che nei passaggi del ‘68 internazionale hanno intravisto l’inizio di un
ciclo di cambiamenti o, viceversa, il punto detonante d’arrivo del processo
di modernizzazione e massificazione della produzione, dei consumi, dei
gusti e degli stili di vita.
La nostra attualità è costituita e profondamente formata
alla vertiginosa scuola della globalizzazione, il processo che Marc Augé
definisce antropologicamente come la ‘referenza’ generale di ciascun elemento
del pianeta con tutti gli altri, per lo meno -aggiunge Augé- attraverso
il possesso ed il trattamento di immagini degli altri.
La contemporaneità a partire dalla quale intendiamo affrontare
il ‘68 -considerato oltre la scansione meramente cronologica- è
da una parte quella delle istanze del presente, dall’altra dà forma
ad una compresenza di tempi assolutamente inedita e da interpretare in
senso letterale.
Nel nostro presente i mondi sociali, culturali, identitari vivono una
situazione di consapevolezza dell’altro che declina da cenni di comunicazione
utile e cooperante alla confusione e al conflitto: non è l’ecumene
comunicativa preconizzata da Habermas, ma s’impone forse una rete neurale
priva di centro, dalle connessioni veloci e probabilistiche, che richiama
invece la “nuvola di decisioni” invocata da Michel Foucault.
L’estinguersi della società del lavoro -disponibile e diviso
tra tutti, posto alla guida dei tempi di vita- si annuncia con sempre maggiore
chiarezza. L’eclisse dei corpi del lavoro, dei lavoratori concreti procede
accanto alla valorizzazione dell’intelligenza e della creatività
nelle funzioni di programmazione, progettazione, innovazione. “Il lavoro
ripetitivo può essere ridotto ad algoritmi che l’elettronica incorpora
nel macchinario. Il lavoro umano si sposta allora dalla sfera del ripetibile
alla sfera dell’eventuale. [...] Il modello fordista mette al lavoro facoltà
parziali e semplici, ora quel che viene mobilitata è l’intera attività
cognitiva dell’organismo cosciente.” (F. Berardi Bifo, La nefasta utopia
di Potere Operaio, p. 218). Il lavoro penetra nella mente, muove dalle
menti per produrre relazioni a mezzo di relazioni, linguaggio a mezzo di
linguaggio, scatenando rischi ed occasioni prima sconosciute; “il danaro
(cioè l’economia) e lo Stato (cioè la politica) non possono
più governare né disciplinare il mondo produttivo, quando
al centro del mondo produttivo troviamo non più la forza decerebrata,
il tempo di lavoro manuale uguale, quantificabile, ma il fluido psichico,
l’eterea sostanza dell’intelligenza, che sfugge ad ogni misura, che non
si può piegare ad alcuna regola senza produrre enormi patologie,
senza produrre un vero e proprio impazzimento, una vera e propria paralisi
della cognizione e dell’affettività.” (F. Berardi Bifo, ibid. p.
211).
Tutto ciò potrebbe costituire una via per l’estensione delle
libertà -dal tempo di lavoro, dalla ripetizione ottusa e dalla fatica-
ma, intanto, non è ancora neppure lontanamente una condizione generalizzata.
Ciononostante, riflessioni e percorsi teorici/pratici che alloggiarono
negli anni dei movimenti -a partire dalla fine dei ‘60 fino ai fuochi del
‘77- produssero anticipazioni e ‘forme di vita’ -dalle tesi potoperaiste
sulla liberazione dal lavoro come sostanza delle lotte operaie, alla molteplicità
delle comunità e dei movimenti- le quali possono giovare a interpretazioni
dei passaggi odierni ad un tempo meno drammatiche, più complesse
e profondamente intrecciate alla storia ‘contemporanea’ recente. Innanzitutto,
alla nostra condizione, portano una eventuale genealogia dei cambiamenti
che stiamo vivendo -che se non permette di rimanervi eretti, in equilibrio,
per lo meno ci dà le chances del surfing-; mentre all’analisi di
quegli anni danno la possibilità di proiettarsi oltre il destino
del movimento operaio e socialista del novecento.
Oggi, la contemporaneità delle culture e delle identità,
il loro emergere sulla scena globale paiono accompagnarsi all’ansia di
non comprenderne con lo sguardo le direzioni. La globalizzazione sembra
direttamente responsabile dei cortocircuiti identitari, delle chiusure
nazionalistiche o xenofobe. Ma siamo certi che la tendenza che promuove
la globalità dei fenomeni sia solo aggressivamente economica e che
susciti esclusivamente riflessi ostili?
Altre fasi storiche di trasformazione hanno offerto orizzonti altrettanto
ampi. Tra gli anni ‘60 e ‘70 si realizzò uno scambio generalizzato
-più marcato entro l’occidente- di esempi, senso e stili che coinvolse
le nuove generazioni in un’esperienza di quasi-simultaneità. Le
società post-belliche, segnate dall’accelerazione dello sviluppo,
dalla generalizzazione del benessere e del dinamismo economico erano ancora
gelosamente legate alle proprie gerarchie, etiche e materiali. Ugualmente,
la società italiana, politicamente irrigidita, fondata e regolata
dal ‘pieno-istituzionale’ -da una successione coerente di istituzioni poste
a tutela dell’integrazione degli individui- mal tollerò le correnti
centrifughe che allontanavano le giovani generazioni dagli stili di vita
e d’azione allora dominanti, quanto da un’etica autoritaria che non garantiva
alle persone il diritto alla ‘libertà d’impresa’, politica ed esistenziale.
Le immagini -intese come medium generalizzato dalla diffusione planetaria
delle comunicazioni di massa, ma anche come modalità di apprendimento
della globalità e delle sue istanze- divengono un elemento cruciale
che attraversa il prima e il dopo degli anni dei movimenti. “Sbocco di
un precedente processo di crescita dell’unità planetaria, il movimento
internazionale degli studenti diede anche un poderoso impulso a quello
stesso processo, ne fu acceleratore ed esaltatore” (P. Ortoleva, Saggio
sui movimenti del ‘68 in Europa e in America, p.33). La musica, i comportamenti
sessuali e politici, la famiglia si incrociarono e cominciarono a mutare
a grande velocità. Questo ha portato ad una maggiore ‘contemporaneità’
-nel senso di situazione in un tempo comune- dei comportamenti giovanili
internazionali, ad un incontro delle controculture musicali con il radicalismo
politico e di questo con l’etnicità condotta in occidente dalle
migrazioni, mentre sulla verticale delle Nazioni si consumavano fratture
generazionali radicali... e conflitti non meno potenti.
Globalità non volle dire -e non vuol dire- omologazione, ma
collegamento e maturazione delle differenze: dal ‘68 al ‘77, per lo meno
in Italia, il nobile e romanticamente inadeguato internazionalismo di un
movimento dalle istanze universalistiche mutò nella pluralità
e ‘specificità’ dei nuovi movimenti -che non ha alcun senso definire,
come in alcune interpretazioni, movimenti ‘egoistici’, contrapposti in
tal modo al vasto respiro presunto dei movimenti ideologici del novecento-.
Divennero volti di questa figura il movimento femminista, quello omosessuale,
le lotte condotte contro la violenza psichiatrica, contro le carceri, e
poi contro il nucleare, per l’ambiente, per i diritti degli immigrati e
per l’autonomia delle giovani generazioni, colpite dall’esclusione e dalla
precarietà.
La nostra globalità, forse, è già ora in grado
di produrre ciò che ci serve, gli strumenti, le forme e i terreni
delle resistenze. Sono espressione di tali ‘risorse globali’ la cultura
della rete -le comunità aleatorie ma a tratti capaci di azioni efficaci
che vi proliferano- e, su tutt’un altro piano delle gerarchie sociali,
le migrazioni odierne dal Sud verso i paesi d’Occidente e gli incroci culturali
di cui queste sono portatrici. A livello locale, inoltre, durante gli ‘80
i movimenti “specifici” si cimentarono nella realizzazione di circuiti
di solidarietà, mutualità, in esperimenti associativi che
hanno messo a frutto alcuni saperi ‘tradotti’ dal decennio precedente -mentre
si ponevano fuori, e contro, la regolazione di Stato e la valorizzazione
di Mercato-.
Alla luce di questi processi, in che modo ed in che misura è possibile riformulare giudizi, ridisegnare mappe della stagione la cui apertura simbolica collochiamo alla fine degli anni ‘60? Emerge così una fase più vicina o più lontana di quanto dicano i tre decenni che ci separano da essa? Vi si mostrano oggetti, esperienze, analisi che assumono nuova luce se osservate dalla nostra ‘contemporaneità’? È possibile, scivolando su queste linee, che nuove visioni di un tempo di grandi trasformazioni giovino al nostro stato d’animo, disorientato di fronte ai processi di globalizzazione -specie se pensati assolutamente inediti, spaventosamente nuovi e inesorabilmente economici-?
Il movimento operaio va a dissolversi con il novecento; ed è
poco significativo considerare ciò ancora come una sconfitta
piuttosto che come una liberazione di possibilità.
I movimenti degli anni ‘60 e ‘70 furono potenti e radicali perché
la forza perdurante del movimento comunista lo permise loro? Oppure lo
divennero -nonostante e contro il conservatorismo comunista- in quanto
già segno di un altro futuro, posto fuori dal secolo del lavoro?
La seconda risposta ci dà motivi e geometrie di speranza.