NO
ai LAGER
per immigrati clandestini!

Venerdì 14 Aprile 2000
DAI CORTEI ALLE RIVOLTE
I CORTEI CONTO L’APERTURA. Il Centro di Permanenza Temporanea, questa la definizione corretta, apre i cancelli agli immigrati clandestini a fine aprile ‘99, ma già l’anno precedente sfilano in città squatter, associazioni di volontariato, studenti e cittadini. Partecipa anche don Ciotti, che sollecita «la riflessione sul problema dell’immigrazione»; i più arrabbiati dei centri sociali urlano «no ai lager». 

I TENTATIVI DI FUGA. La battaglia di chi non vuole l’apertura del Centro fallisce. La struttura ha 80 posti disponibili, 12 container per mensa e alloggi. Le etnie, per motivi di sicurezza, sono divise. Il 16 gennaio di quest’anno il tentativo più clamoroso di fuga di gruppo: sei irregolari scavalcano le recinzioni e si aprono un varco nel filo spinato, di quattro si perdono le tracce, due marocchini vengono bloccati. 

LE RIVOLTE. Una notte dell’estate ‘99 scoppia la prima rivolta: un gruppo di clandestini ammucchia materassi e appicca il fuoco, ma la situazione non degenera. Poche settimane dopo alcuni giovani salgono sui tetti dei container. La loro protesta si limita a frasi di denuncia per il trattamento subito e contro la detenzione nel Centro. Unico imprevisto, la caduta di un giovane, che gli procura la frattura ad una gamba. A dicembre dello stesso anno, testimoniano alcuni inquilini dei palazzi di fronte al Centro, le forze dell’ordine avrebbero sedato con gli idranti una rivolta nel settore delle donne. 

LE MINACCE DI SUICIDIO. Il primo tentativo di ferimento volontario risale a fine ‘99: lo attua un giovane nigeriano, che si lancia dal tetto di uno dei container. Nella caduta si rompe una gamba; dopo due giorni viene rimpatriato. Più grave l’episodio del febbraio di quest’anno: Annibale Manega Duaurte, 40 anni, colombiano, spacca un neon e si taglia la gola. Viene salvato al Martini. Anche per lui, appena guarito, c’è l’espulsione dall’Italia. Mercoledì l’ultimo episodio. Mustafà Moudni, 28 anni, marocchino, resta appeso per 4 ore alle reti di recinzione minacciando di lasciarsi cadere. Il questore lo convince a scendere. Il giorno dopo Mustafà sale su un aereo per il Marocco. 
 


Venerdì 14 Aprile 2000

Quattro ore di urla contro la polizia, poi i clandestini rientrano nei container Protesta al Centro Brunelleschi

La Stampa
In tre si arrampicano sulla recinzione
Massimo Numa Marco Sartorelli
Ancora tensione al Centro di detenzione per stranieri irregolari di corso Brunelleschi. L’allarme è scattato nella tarda mattinata di ieri: una trentina di clandestini sono in rivolta, si lanciano contro una rete di recinzione, sotto lo sguardo dei sorveglianti e dei militari di guardia. I responsabili del Centro mobilitano polizia e carabinieri che raggiungono in pochi minuti i cancelli di corso Brunelleschi, dove appena il giorno prima un giovane marocchino aveva minacciato il suicidio per protestare contro l’espulsione. 
Alla fine, la maggior parte degli extracomunitari rientra nei container; solo in tre riescono ad arrampicarsi sulle reti e a sedersi sull’intreccio di tubi che delimitano le recinzioni metalliche. Urlano, per quasi quattro ore, insulti e minacce: «Polizia assassina, assassini, liberateci...». 
Gli inquilini dei palazzi di fronte al Centro scendono in strada a guardare una scena (fatta di urla, sirene e processioni di auto), che si ripete quasi ogni giorno e alla quale, dicono, si è aggiunta una novità: le donne rinchiuse nel Centro prendono il sole - nude - sui tetti dei container. I condomini hanno chiamato il centralino della questura, hanno chiesto alla polizia di intervenire e, soprattutto, se lo «spettacolo» sia o no legittimo. La risposta ufficiale non è ancora arrivata. 
Sugli incidenti di ieri, la polizia minimizza: la tensione nel Centro, viene ricordato, è un fatto quotidiano. Sono state bruciate coperte, iniziati scioperi della fame, avviati «concerti» di protesta in mensa utilizzando pentole e posate. Nulla che, sino a ora, gli uomini del servizio di sorveglianza interno non siano riusciti a risolvere senza particolari problemi. Ieri i quattro che si sono arrampicati sulle recinzioni hanno deciso di interrompere la loro protesta intorno alle 14. Uno dei tre, anzi, è sceso quasi subito, al termine di una trattativa-lampo. Gli altri hanno resistito più a lungo, rischiando di cadere da sei metri di altezza. 
Si è conclusa ieri, con l’espulsione, anche la vicenda di Mustafà Moudni, marocchino di 28 anni che aveva trascorso parte del pomeriggio e della sera di mercoledì aggrappato a una rete di recinzione. Protestava perché riteneva di essere cacciato ingiustamente (ritenuto «socialmente pericoloso» per aver tentato di rubare una bottiglia d’olio in un supermercato brandendo una prezzatrice), ed era riuscito a raccontare la propria storia al questore Nicola Izzo, arrivato sul posto. 
Rassicurato dalla promessa che lo stesso questore avrebbe rivisto la sua posizione prima di dare il via libera all’imbarco per il Marocco, il giovane si era infine calato dalla recinzione. Ieri Mustafà è stato portato in Questura, dove gli è stata confermata l’espulsione. 
Intanto, per alleggerire la tensione nelle carceri (dopo gli episodi recenti dello spaccio di droga da parte delle guardie carcerarie e di un’evasione rocambolesca dalle Vallette), la direzione delle carceri ha deciso il trasferimento di 330 detenuti dalle Vallette (180 già in altre carceri piemontesi, gli altri andranno in altre regioni). 
«In questo modo - spiega Giancarlo Caselli, direttore del dipartimento di amministrazione penitenziaria -, cerchiamo di riequilibrare il rapporto tra detenuti e personale, soprattutto polizia penitenziaria, raccogliendo così anche le richieste della categoria».

zip@ecn.org