appello pubblico per la chiusura dei campi di concentramento per immigrati irregolari
Sono luoghi nascosti,
alla periferia delle città, del tutto o quasi del tutto invisibili.
Sono luoghi in cui le persone trattenute non hanno commesso alcun crimine.
Per questo, sono luoghi di sospensione del diritto. Uomini, donne, giovani
e giovanissimi, di paesi diversi da quelli dell’ Unione europea, vengono
fermati per strada, sequestrati, internati, sorvegliati, costretti a dormire
in container con numerosi altri detenuti, talvolta picchiati, privati della
loro libertà senza aver commesso un reato, senza aver subito un
processo e, spesso, senza essere messi in condizione di ricorrere all’assistenza
legale, che pure la legge prevede. In questi luoghi, al di là di
coloro che vi sono detenuti e di coloro che li gestiscono, nessuno può
entrare. A differenza di quanto avviene nelle carceri, i parlamentari e,
almeno nei fatti, gli avvocati non vi hanno libero accesso. Non si sa quello
che in essi avviene.
Questi luoghi sono
stati creati di recente in via Corelli a Milano, in uno spazio cinto da
alte mura vicino alla tangenziale est, del tutto isolato e invisibile,
a Torino, a Roma, in altre città ancora, e la legge che li ha istituiti
prevede che ne sorgano altri in varie parti d’Italia. E’ l’articolo 12
della legge 40 del 1998 (ora articolo 14 del D.Lgs. 25 luglio 1998, n.
286 “T.U.” sull’immigrazione) che prevede questa aberrazione giuridica.
Esso chiama “centro di permanenza temporanea e assistenza” un luogo in
cui gli stranieri privi di permesso di soggiorno vengono detenuti con un
provvedimento del questore nel caso in cui non sia possibile provvedere
immediatamente alla loro espulsione. Ancor più grave il fatto che
questi centri siano stati creati in assenza di un regolamento di attuazione
della legge e siano nei fatti sottratti all’autorità giudiziaria.
Il testo di legge è inoltre del tutto vago sulla loro gestione:
a Milano, per esempio, il centro è gestito dalla Croce Rossa Italiana
che, malgrado quanto comunemente si pensi, è un corpo militare.
Chiamiamo i “centri
di permanenza temporanea e assistenza” Lager, senza per questo confonderli
con i nomi tristemente noti dei campi di concentramento di Buchenwald,
di Dachau, e tanto meno con quello di Auschwitz e degli altri “campi di
sterminio”, senza dunque scadere in facili e pericolosi revisionismi, perché
l’esistenza anche di un solo “centro” in cui la pratica della privazione
arbitraria e illegittima della libertà delle persone diventi la
regola segnala un venir meno del sistema dello stato di diritto che non
ci può che allarmare. Sono queste, infatti, le caratteristiche con
cui sono nati tutti i “campi di concentramento”.
Già il ricorso
all’eufemismo era una pratica nota a tutti i sistemi in cui l’istituzione
dei “campi” era diventata la regola, così come il tentativo di relegare
questi luoghi in spazi distanti rispetto al territorio normalmente percepito,
praticato e abitato nella vita quotidiana dei cittadini. Non far sapere
e non far vedere per non far reagire sono pratiche politiche note a tutti
i sistemi totalitari. Ma i “centri” istituiti dalla legge 40 del 1998 sono
il sintomo di una concezione politica, comune all’Italia e all’Unione europea,
che nella gestione dell’immigrazione tende a creare invalicabili barriere
tra coloro che godono dei diritti e coloro che, perché nati altrove,
non possono godere nemmeno del diritto alla libertà. Anche questa
divisione tra un mondo di persone e un mondo di non-persone, così
come il fatto che essa si regga non sugli atti compiuti dai singoli, ma
sulla loro nascita, è qualcosa che purtroppo la storia del 900 ci
ha drammaticamente insegnato: è stato infatti su questa via che
la Germania di Hitler ha iniziato a internare donne, uomini, vecchi e bambini
colpevoli di essere nati “altri”.
Ripetiamo, non vogliamo
confondere questi “centri” con Auschwitz. Ma dopo Auschwitz sappiamo che
il primo passo verso il dominio totale è l’uccisione del soggetto
di diritto, e sappiamo anche, o dovremmo sapere, con le parole di Primo
Levi, che “le coscienze possono di nuovo essere oscurate”, e che la disattenzione,
l’indifferenza, il non vedere e il non voler sapere hanno permesso che
ciò accadesse.
I “centri di permanenza
temporanea e assistenza” vanno dunque denunciati per quello che sono e
di essi deve essere chiesta l’immediata chiusura. A tutti chiediamo di
sottoscrivere questo appello, mandando la loro adesione al seguente indirizzo
di posta elettronica: semir@libero.it Ma sottoscrivere un appello non basta,
alle singole persone, agli intellettuali, agli artisti, ai professori e
ai docenti universitari chiediamo di aderirvi facendolo conoscere e leggendolo
in ogni occasione pubblica, di modo che in tutta Italia si formi un movimento
d’opinione per la chiusura dei Lager. Agli avvocati, ai magistrati, chiediamo
di denunciare questa legge e creare le premesse per dichiararla incostituzionale.
Ai singoli parlamentari, compresi quelli che hanno votato il testo di legge,
chiediamo di dar corso a un’interrogazione parlamentare affinché
i Lager vengano aboliti.
Coordinamento nazionale per i diritti dei migranti e la chiusura dei centri lager