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ai LAGER per immigrati clandestini! |
Dal
numero 11 (aprile 2000) di GANESH
pubblichiamo l'articolo dalle pagine centrali (34-35)
CHIUDERE
I LAGER PER STRANIERI
Con la legge n. 40 del 1998 (la
famigerata legge Turco-Napolitano) furono istituiti i centri di permanenza
temporanea e assistenza per immigrati non in regola con i permessi e le
carte di soggiorno, dando attuazione alle direttrici degli accordi
di Schengen, a suo tempo sottoscritti dallo stato italiano con gli
altri paesi della Comunità Europea.
L'idea di costituire dei centri di raccolta
per immigrati “irregolari” nasce dalla conversione dei governi di centro-sinistra
all'ipotesi che si possano gestire i flussi migratori mediante il potenziamento
dei controlli di polizia alle frontiere e sul territorio, con il coinvolgimento
diretto, tramite accordi bilaterali con lo stato italiano, dei governi
degli stati esportatori di manodopera.
Lungi dall'essere “razzista”, la legge
n. 40 tende a sancire alcune minime garanzie per i lavoratori stranieri
(diritti sanitari, diritto all'assistenza, ricongiungimenti dei familiari,
difesa dalle discriminazioni), mentre mette a punto un impianto di filtraggio
dell'immigrazione il cui intento evidente è quello di controllare
e frenare flussi che finora sono stati ingovernabili: un intento piuttosto
utopico, viste le centinaia di migliaia di chilometri di frontiere e coste
da porre sotto permanente osservazione “militare”. Mancando di conseguenza
il primo obiettivo (chiusura/filtrazione alle frontiere), la stessa legge
mette in atto un altro “potente” mezzo che ha la sola conseguenza di aumentare
i poteri della Polizia di Stato nel controllo interno dei migranti. Infatti,
con la Turco-Napolitano aumenta la sorveglianza delle questure sul rilascio
e la scadenza dei permessi di soggiorno, con il conseguente potere discrezionale
di internamento coatto dell’immigrato in un “centro di permanenza” in caso
di irregolarità nella documentazione in suo possesso (scadenza o
assenza del permesso, irregolarità del passaporto o nei visti).
In altre parole, buona parte dell'iter
burocratico che riguarda la concessione del permesso di soggiorno è
gestita dalla Polizia di Stato, anziché dai normali uffici anagrafici
del comune di residenza come vorrebbe la logica, anche perché i
“reati” di cui si parla sono di natura amministrativa e non penale, quindi
teoricamente riparabili senza alcuna pena detentiva.
Proprio su questa parte della materia
la legge n. 40 si sottrae al suo impianto dichiaratamente “garantista”,
per affermare invece alcuni principi di sottrazione e privazione delle
libertà degni di uno Stato arroccato in difesa delle frontiere dall'invasione
dei “barbari”. Tali storture della democrazia sono le stesse già
viste all'inizio del '900 negli States, quando si volle far fronte all'invasione
dei migranti “straccioni” che giungevano a frotte dall'Europa. Nulla da
spartire, dunque, con il razzismo o il presunto fascismo dello Stato “etico”
nazionalsocialista. Sussiste, semmai, la democratica esigenza di gestire
il libero mercato interno del lavoro, che in questo caso non risulta tanto
“libero” quanto sotto osservazione e controllo di questori, prefetti e
pretori.
Gli stessi criteri di concessione del
permesso e della carta di soggiorno sono legati all'esistenza di un lavoro
regolare (stagionale, a tempo determinato, indeterminato, autonomo) e di
una casa (in affitto, in proprietà o come ospite di qualcuno). È
ovvio che così la legge pone gli immigrati in posizione di estrema
subordinazione ai padroni di casa e ai datori di lavoro, esponendoli a
continui ricatti di rottura o non-rinnovo del contratto, con conseguente
perdita del diritto di soggiorno.
Questo legame diretto fra lavoro-casa-permesso
fa dei migranti un “esercito industriale di riserva” estremamente debole,
ricattabile e crumiro. Un’autentica manna per padroni e padroncini, che
si sposa con la tendenza generale alla precarizzazione del mercato del
lavoro e alla forte speculazione immobiliare sulle case.
La legge Turco-Napolitano cerca di porre
dei freni al cosiddetto “sfruttamento dell'immigrato”, per quanto concerne
lavoro nero, affitti esorbitanti, organizzazione malavitosa di spaccio
e prostituzione. Ma poi, tranne gli aspetti più delinquenziali,
è alquanto moderata sul fronte della punibilità dei reati
commessi da italiani nei riguardi degli stranieri.
Con tutto ciò, è evidente
che ottenere la chiusura dei centri di detenzione per immigrati non è
affatto facile: si tratta di un capitolo che è parte integrante
della legge e della stessa filosofia che la anima, cioè quella di
consegnare al Ministero degli Interni, quindi alla PS, il controllo sui
flussi e sui migranti.
I centri di detenzione sono connaturali
a buona parte della legge, ed è altrettanto implicita la loro natura
di lager, in quanto luoghi di segregazione e limitazione della libertà
di coloro che vi sono rinchiusi. È sufficiente andare a vedere la
logistica e l’organizzazione dei campi, sparsi in tutta Italia, per notare
il loro carattere palpabile di luoghi di detenzione, fatti di container,
reti, filo spinato, garitte, sbarre e sbirri. La presenza di organizzazioni
umanitarie, di controllo medico, o di assistenza legale è spesso
ridotta al lumicino, e infatti numerose sono state le epidemie, ma anche
i tentativi autolesionistici e le giuste rivolte degli immigrati. Numerose,
ma certamente non eclatanti come purtroppo è stata, per la sua drammaticità,
quella del dicembre ’99 a Trapani, che ha posto con forza all'attenzione
dell'opinione pubblica il problema “umanitario” dei centri di detenzione.
Allora il governo ha cominciato a trattare l’argomento con un certo imbarazzo,
fra i balbettii della Turco e le pacate (quanto ipocrite) rassicurazioni
del ministro dell'interno Bianco, che prima ha parlato di centri che non
sono né carceri né alberghi, per poi piegarsi a una certa
idea corrente (degna dei peggiori compromessi nicodemisti italiani) di
“umanizzazione”.
Lo stesso Bianco ha poi confermato la
propria linea “umanitaria” con l'idea di chiudere il centro di via Corelli
per spostarlo qualche chilometro più in là, e di aprirne
altri sparsi in tutta Italia (Firenze, Bologna, Gorizia).
Chi scrive crede che i suddetti centri
siano sostanzialmente veri e propri lager, non trasformabili in qualcos'altro,
ma solo abbattibili. La loro chiusura non è però, allo stato
attuale e nonostante una certa sensibilizzazione di alcuni settori della
popolazione, all'ordine del giorno. Il percorso per la loro chiusura è
ancora lungo e tortuoso, e deve necessariamente passare attraverso la mobilitazione
di italiani e stranieri uniti: uniti per l'abbattimento di legislazioni
poliziesche e restrittive della libertà, per la riaffermazione di
diritti negati (lavoro decente, casa decente, libera circolazione), e per
la riscoperta di una solidarietà tra sfruttati e oppressi che per
qualcuno potrà sapere di rosso antico, ma che è essenziale
come il buon vino a tavola.