DUE
ARTICOLI DEL MANIFESTO
SULLA
QUESTIONE CENTRI DI DETENZIONE
08 Gennaio 2000 |
- ROBERTO FAURE SANDRO MEZZADRA -
L' articolo 14 della legge 286 del 1998, sotto la rubrica "Esecuzione dell'espulsione", crea l'istituto del "centro di permanenza temporanea e assistenza". Il primo comma dell'articolo specifica la finalità della "permanenza", che consiste appunto nella predisposizione delle condizioni "tecniche" necessarie all'esecuzione dell'espulsione. Il secondo dispone che lo straniero venga "trattenuto nel centro con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza e il pieno rispetto della sua dignità", garantendo "in ogni caso la libertà di corrispondenza anche telefonica con l'esterno". I commi terzo, quarto e quinto specificano l'iter successivo alla "sistemazione" dello straniero nel "centro": il questore deve darne notizia entro 48 ore al pretore, il quale "convalida il provvedimento del questore" entro le "48 ore successive"; quindi, entro 20 giorni (prorogabili fino a trenta), deve essere eseguita l'espulsione. Interessante è il sesto comma: "contro i decreti di convalida e di proroga di cui al comma 5 è proponibile ricorso per cassazione. Il relativo ricorso non sospende l'esecuzione della misura". Resta da citare il settimo comma, che specifica la natura di campi di detenzione dei centri di "permanenza temporanea e assistenza": "il questore, avvalendosi della forza pubblica, adotta efficaci misure di vigilanza affinché lo straniero non si allontani indebitamente dal centro e provvede a ripristinare senza ritardo la misura nel caso questa venga violata". I due ultimi commi dell'articolo specificano le modalità di esecuzione dell'espulsione.
Qui sta la mostruosità giuridica dei "centri", che in Italia sono attivi da tempo e che si moltiplicano secondo un progetto già redatto. Nei centri sono detenuti donne e uomini che non hanno commesso alcun crimen, alcun reato, e la cui detenzione - pur poggiando su una legge - è dunque platealmente illegittima.
Che i "centri di permanenza temporanea e assistenza" siano materia imbarazzante dal punto di vista giuridico è del resto riconosciuto, attraverso una serie di veri e propri lapsus, dallo stesso legislatore. Un solo esempio: dopo che la Corte costituzionale ha abrogato l'articolo 7 bis della legge Martelli (che introduceva nel nostro ordinamento il reato di immigrazione clandestina e lo sanzionava con una pena detentiva di 6 mesi), l'intera questione è stata spostata dal campo penale a quello amministrativo. E' il questore a decidere dell'internamento dello straniero, e non vi è alcun dubbio che il questore sia un'autorità amministrativa, non un magistrato. Quest'ultimo (il pretore) viene tuttavia chiamato pudicamente in causa dal quarto comma dell'articolo 14 della legge. E qui si presenta un singolare paradosso: il "pretore" (oggi il tribunale), ove ritenga sussistenti i presupposti per l'espulsione amministrativa, convalida il provvedimento, che di fatto determina la privazione della libertà personale per il migrante, "nei modi di cui agli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile, sentito l'interessato" (art. 14, quarto comma).
Tutto ciò è il frutto, il cuore, della politica comune in materia di immigrazione adottata dalla civilissima Unione Europea. Una politica comune europea in materia di immigrazione, infatti, esiste: è la politica di governo delle "frontiere esterne" dell'Unione varata tra Schengen e Dublino e poi perfezionata nella cooperazione formale e informale tra le polizie e tra i ministeri dell'interno. E al centro di questa politica c'è un sistema di campi di detenzione che ha ricoperto tutta l'area dell'Unione Europea (L'Europe barbelée, Paris, L'Harmattan, 1998), e che tende necessariamente a dilatarsi come una metastasi verso est e verso sud. Facciamo anche qui un unico esempio: secondo il nuovo regime di governo delle frontiere varato tra Schengen e Dublino, la polizia di frontiera tedesca espelle in Polonia tutti i profughi e i migranti che si può dimostrare siano entrati in Germania varcando "clandestinamente" la frontiera polacca. Che fa la polizia polacca dei non polacchi? Li sistema in appositi campi di detenzione, edificati secondo il modello tedesco (e con generose sovvenzioni tedesche).
Ciò dovrebbe chiarire l'entità della posta in gioco: quando parliamo dei campi di detenzione, parliamo di uno degli architravi del processo di integrazione europea. E rende indispensabile un chiarimento definitivo sulla natura di questi campi. Diciamolo allora chiaramente: quelli che in Italia sono chiamati "centri di permanenza temporanea e assistenza" sono istituti ben noti, e tragicamente, nella storia del Novecento: sono campi di detenzione (ovviamente non di sterminio), che in tedesco si traduce "lager". Definendo, ad esempio, via Corelli un lager, non si pensa ad Auschwitz, bensì si afferma sobriamente una verità di fatto, attinente prima di tutto allo "statuto giuridico" del "centro di permanenza temporanea e assistenza". La stessa storiografia sul nazismo è da tempo giunta alla conclusione che i campi di sterminio (Venichtungslager) fossero qualcosa di fondamentalmente diverso dai campi di concentramento (Konzentrationslager): questi ultimi, di cui esistono numerosi antecedenti coloniali (Cuba, Filippine, Sudafrica, Africa orientale, etc.). Ciò che li caratterizza è esattamente il fatto che in essi vengono coattivamente internati soggetti che non hanno commesso alcun reato, che non hanno subito un processo e che non lo subiranno in futuro. Un significativo "precedente" dei campi europei contemporanei può essere ad esempio ravvisato nei campi sorti in Europa alla fine della prima guerra mondiale per accogliere il "popolo degli apolidi", uomini e donne rimasti "privi di Stato e cittadinanza" in seguito alla riorganizzazione della carta geografica europea alla fine del conflitto.
In poche parole: maneggiata con cautela e senso critico, la definizione dei "centri di permanenza temporanea e assistenza" come Lager - oltre, lo si ripete, a enunciare una sobria verità - è un ottimo strumento per mettere sotto accusa, oltre ai campi medesimi, l'intero sistema di governo dei flussi migratori predisposto dalla "civilissima" Unione Europea. E dovrebbe essere sufficiente, entro una campagna che deve comunque cercare, d'altra parte, di coinvolgere settori ampi e disparati di opinione pubblica (intellettuali, artisti, pubblicisti, medici, operatori del diritto etc.), a evitare che si affermi una posizione che, magari appoggiandosi al già visto secondo comma dell'art. 14 della legge286/25 luglio 1998 ("modalità tali da assicurare la necessaria assistenza e il pieno rispetto della sua dignità"), punti a una "riforma" dell'istituto e non alla sua abolizione.
Infine. Esiste una differenza fondamentale tra un campo e una prigione. All'interno del campo non trovano (non possono per definizione trovare) applicazione quelle garanzie procedurali, automatiche, che - in teoria: ma questo è un altro discorso ancora - caratterizzano secondo la moderna civiltà giuridica lo spazio del carcere. E' vero, esistono in Europa (ad esempio in Olanda) campi di detenzione in cui, al riparo di mura visibili e/o invisibili, si può giocare a tennis o fare il bagno in piscina. Ma questo nulla toglie al dato di fondo, attinente allo status del campo: e non garantisce, soprattutto, che anche tra campi da tennis e piscine possano essere in linea di principio perpetrate le più atroci violazioni della "dignità", dei corpi e delle menti umane. E comunque, nella maggior parte dei paesi europei, rivolte, suicidi, percosse, autolesionismo contraddistinguono la quotidianità dei campi, rimossa dai mass media proprio per il carattere di extraterritorialità con cui vengono percepiti.
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M i attendo che a metà gennaio, alla riapertura delle Camere, l'amica e deputata, Rosanna Moroni, recuperi l'emendamento soppressivo dei centri di detenzione elaborato due anni fa dalla Rete antirazzista, proposto da lei nella discussione sulla legge 40 e poi "accantonato" insieme all'eccezione d'incostituzionalità. Perché, come disse l'attuale ministro della Giustizia, da capogruppo del gruppo comunista allora unito, non si poteva mica far saltare sull'immigrazione il governo Prodi. Mi attendo che a Rosanna si associ Domenico Maselli, allora relatore sulla legge, che profetizzò che "tanto i centri non si faranno, al più metteranno un piantone fuori dei centri Caritas". Che da Manconi, domenica a Trapani, e da entrambi i partiti eredi dell'allora Prc venga una solenne autocritica rispetto a quella scelta, di cui pochi mesi dopo proprio a Trapani si videro gli esiti. Che Fava e Lumia non si limitino alla denuncia della sbarra assassina all'esterno della camera a gas di Trapani, ma insieme a Evangelisti pongano lo stesso problema a Veltroni e D'Alema, nel congresso dei Ds.
Il problema di una legge che ha speso quasi tutti i suoi fondi per costellare l'Italia di galere surrettizie per poveri cristi, mentre profughi e immigrati non trovano accoglienza e la "sanatoria" (che doveva essere la contropartita per i centri di detenzione), varata con un anno di ritardo, a un altro anno di distanza vede un fiorente mercato di carte vere e false e 150 mila esseri umani ancora in attesa alle porte delle questure, le quali negano pure il rinnovo del soggiorno ai disoccupati.
Mi attendo che in un soprassalto di civiltà giuridica la sinistra parlamentare, tutta o in parte, contrapponga al referendum leghista non la difesa di una legge in larga parte indifendibile, ma la modifica della sua parte repressiva: gli orrori di via Corelli, Ponte Galeria e Trapani sono l'ovvio corollario dell'enfasi sulle espulsioni (il ricorso entro cinque giorni!) e sul controllo di polizia. Mi attendo pure che l'amico e deputato verde, Saraceni, riporti con forza in parlamento le proposte, che allora anche lui "accantonò", sui diritti civili: l'elettorato amministrativo, la doppia cittadinanza, il trasferimento ai comuni delle competenze sul soggiorno. E mi piacerebbe sapere se l'esperienza ministeriale abbia cambiato le idee in proposito di Rosa Russo Iervolino, che allora sottoscriveva la logica di queste proposte.
Non dico questo per amor di polemica, ma perché oggi con la legge sull'asilo, arenata a fronte degli sbarchi quotidiani degli asilanti kurdi e kossovari, con la "sanatoria" ridotta a farsa kafkiana e col marchio dell'infamia sui centri di detenzione, è ora di trarre un bilancio e voltare pagina. Previa autocritica non solo dei partiti, ma di quella parte dell'associazionismo (cristiano e laico) che avviò allora la deriva verso i "governi amici", lasciando la Rete antirazzista a far la parte della Pizia nella sola compagnia dei giuristi democratici, del manifesto e delle aree sociali che oggi animano la contestazione dei centri di detenzione. Quella maggioranza dell'associazionismo che ancora a fine '99, con la sola eccezione dell'Asgi e dell'Ics, accettava o subiva la proposta governativa di mettere nei centri di detenzione anche gli asilanti - oh certo, in "sezioni speciali aperte".
Se non vi sarà questo ripensamento, anche i singoli parlamentari che hanno condiviso la nostra indignazione rischiano, al di là delle intenzioni, di fare da foglia di fico di un sistema politico che non intende, nel suo complesso, riaprire la questione dell'immigrazione e dell'asilo nei termini di civiltà e diritti rivendicati da un decennio di lotte ed esperienze solidali. E la lotta sacrosanta per "chiudere i lager, aprire le frontiere" resterà appannaggio di una minoranza garantista, certo nobile e legittima ma testimoniale - e spesso divisa ben oltre il necessario: speriamo che sappia unirsi il 29 gennaio a Firenze, dove il centro di detenzione non è ancora aperto e non s'ha da aprire.
* Rete antirazzista