NO
ai LAGER
per immigrati clandestini!

I “centri di permanenza temporanea” istituiti dalla nuova legge sull’immigrazione (legge Turco-Napolitano) sono una triste novità nella storia del nostro paese: nei fatti sono dei centri di reclusione, sorvegliati dalla polizia, che introducono il pericoloso princi-pio della “detenzione amministrativa”, ovvero la possibilità di essere privati della li-bertà personale anche se non si è commesso alcun reato penale e se non si è stati sottoposti ad alcun tipo di processo davanti a un giudice. Di fatto tutto viene delegato alla discrezionalità delle forze di polizia. In questo senso, i centri di permanenza temporanea violano il diritto universale alla libertà personale, internando persone che sono entrate in Italia per sfuggire alla miseria o a regimi dittatoriali e che oggi non pos-sono uscire dalla clandestinità (come vorrebbero) a causa di un provvedimento di re-golarizzazione a numero chiuso che permetterà solo a 32.000 immigrati (su circa 300.000 irregolari presenti in Italia) di ottenere il permesso di soggiorno.

I fatti avvenuti quest’estate in Sicilia confermano la possibilità del verificarsi di gravi abusi. In quasi tutti i centri si sono verificate gravi violazioni del diritto alla difesa, quali la mancata traduzione nella lingua dei detenuti dei provvedimenti di internamento e l’impossibilità a mettersi in contatto con avvocati abilitati a seguire le pratiche per i ricorsi. Inoltre, malgrado la legge preveda per gli immigrati la possibilità di ricevere vi-site, si registrano ovunque enormi difficoltà di accesso ai centri per avvocati e vo-lontari delle organizzazioni non governative anche quando tentano semplicemente di far conoscere ai reclusi la situazione normativa e le reali prospettive che li attendono dopo i trenta giorni di internamento. Particolarmente grave, dopo gli accordi fatti dal governo italiano con Tunisia e Marocco, il ruolo svolto nelle identificazioni dai funzio-nari di questi paesi che -senza che l’immigrato possa essere assistito da un legale o da una persona di fiducia- si limitano allo scambio di poche battute col detenuto attestan-done la nazionalità (indispensabile al fine dell’espulsione) in molti casi senza averne accertato la effettiva identità (come invece sarebbe suo diritto secondo quanto pre-scritto dal diritto internazionale): la ragione di stato (quella italiana come quella dei paesi di provenienza) prevale sui diritti dei più deboli.

La situazione di incertezza e disinformazione, le terribili condizioni igienico-sanitarie di molti di questi centri e la paura per ciò che potrebbe accadere agli immigrati dopo il rimpatrio coatto sono state tra le cause principali delle rivolte verificatesi ad agosto nei centri siciliani e delle dure azioni repressive che ne sono seguite. Per sedare le som-mosse risulta che siano state utilizzate grandi quantità di tranquillanti. Il caso più grave ha riguardato Abdeleh Saber, un immigrato di 25 anni detenuto nel centro di permanenza di Lampedusa e morto il 1° agosto in circostanze alquanto sospette dopo essere stato trasferito in carcere ad Agrigento e dopo che gli erano state iniettate mas-sicce dosi di Narcan. Altri immigrati hanno riportato ferite da armi da fuoco -seppure di striscio- ma sono stati subito rimpatriati e oggi non possono più testimonia-re di quanto realmente avvenuto all’interno dei campi durante e dopo le rivolte. Molti di loro (ed anche qualche operatore della Croce Rossa, che non ha tuttavia voluto sporgere denuncia) a Caltanissetta hanno comunque riferito di bastonature a freddo da parte di squadre speciali che, dopo la fine delle sommosse, riprendevano in questo modo “il controllo della situazione”.

Ma il problema principale non sono le condizioni di vita all’interno dei campi, ma la sorte che attende oltre 250.000 persone che vivono e lavorano in Italia, che, senza ave-re avuto una reale possibilità di regolarizzarsi, rischiano di essere rimpatriate in modo coatto nei presunti paesi di provenienza, dove spesso devono subire il carcere e le botte della polizia (in alcuni paesi nordafricani l’emigrazione clandestina è perseguita come un reato). In Tunisia, come documentato da Amnesty International, dalla Comu-nità europea e dal Dipartimento di Stato americano, gli immigrati rimpatriati ricono-sciuti come oppositori politici rischiano torture e persecuzioni estese anche alle fa-miglie. Malgrado trattati internazionali vietino la pratica dei rimpatri di massa, all’inizio di agosto 148 pakistani sono stati rimpatriati collettivamente nel giro di po-che ore e senza aver ricevuto le informazioni sul diritto alla difesa e sulle modalità per accedere al diritto di asilo. Come è noto, anche nel caso del Pakistan la tortura è una pratica quotidiana della polizia locale.

E’ per questo e per molti altri motivi che affermiamo l’inaccettabilità dei centri di per-manenza temporanea, di tutti quelli esistenti come di tutti quelli in via di costruzione, sempre e comunque lesivi di diritti fondamentali che appartengono a tutti gli esseri umani: compresi gli immigrati costretti a diventare “clandestini” e ad affidarsi ai fami-gerati “scafisti” proprio dalla legge italiana, che impedisce loro di entrare regolar-mente. E’ per questo che i centri di permanenza temporanea non possono essere “migliorati”:
POSSONO SOLO ESSERE CHIUSI

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