Tute Bianche
Decine di azioni in tutta Italia da
parte delle “Tute bianche”, dall’occupazione simbolica del Lager per immigrati
di via Corelli a Milano a quella del Liceo Classico privato romano “Nazzareno”
durante la manifestazione nazionale della scuola il 19 dicembre '98. Il
popolo degli “invisibili”, dei senza diritti, dei precari, che attraverso
le tute bianche costruisce ricomposizione sociale e visibilità:
certo un fenomeno interessante.
Proponiamo qui quattro documenti:
1.
Memorandum delle tute bianche
Questo è uno schema esplicativo e di indirizzo generale sui possibili strumenti da mettere in atto per realizzare una azione.
1. Serve una indagine accurata
dell'obiettivo (cinema, teatri, musei, uffici pubblici, uffici privati
di potere, ecc.). Una volta localizzato controllare orari, presenza del
personale, eventuale presenza delle forze dell'ordine, spazi di fuga e
piani ben visibili dai quali poter calare lo striscione.
2. Munirsi di tute bianche
(e maschere bianche se ci si vuole coprire il volto ....). Le tute possono
essere acquistate nei negozi di ferramenta o di abbigliamento da lavoro,
sono tute di carta il cui costo varia tra le 5.000 e le 10.000 lire.
3. Fare dei bigliettini
piccolissimi dove segnalare il giorno, l'orario e il luogo dell'appuntamento
in prossimità dell'obiettivo (avendo cura di non indicare esplicitamente
l'obiettivo). I piccoli foglietti dovranno essere distribuiti a compagne,
compagni e persone conosciute, dando l'indicazione di memorizzare l'appuntamento
e di distruggere quindi il foglietto.
4. Munirsi di un telefonino
cellulare per essere pronti a comunicare con l'esterno in qualunque momento
e di numeri di telefono di giornali, televisioni e politici "amici" che
possano garantire istituzionalmente sull'incolumità fisica e penale
dei partecipanti all'azione.
5. Nel luogo dell'appuntamento
restare il meno possibile, mettersi le tute velocemente e quindi raggiungere
rapidamente ben omogenei e compatti il luogo prestabilito, entrando decisi
e ben determinati.
6. L'atteggiamento da assumere
una volta entrati deve essere inteso a tranquillizzare subito le persone
presenti, spiegando che si tratta di una azione pacifica.
7. Fare subito i comunicati
stampa, le telefonate ai giornali e alle agenzie mentre vengono spiegati
al personale e a tutti i presenti i motivi e le richieste dell'azione.
8. Buona azione a tutte
e a tutti per REDDITO LAVORO DIGNITA' FUTURO!
2. Intervista sulle tute bianche
Perché Invisibili?
Invisibili perché vogliamo rappresentare
a livello simbolico i molti soggetti condannati all’invisibilità
da una società che è sempre più caratterizzata dalla
precarizzazione dei rapporti sociali e produttivi: i disoccupati, quelli
costretti al lavoro in nero, i tanti “senza” che popolano le città,
i senza fissa dimora, i senza cittadinanza, i senza reddito. Ma anche studenti
e i loro lavori intermittenti o stagionali; e poi le mille forme di lavoro
autonome particolari, figure di questo tipo che sono invisibili socialmente,
che rappresentano conflitti che non trovano visibilità, conflitti
individuali tra un datore di lavoro ed un suo subalterno, tra interlocutori
o gerarchie invisibili.
Le tute bianche nascono
anche come risposta per noi ad un cambiamento molto profondo della condizione
giovanile oggi rispetto a dieci anni fa. Ci sono infatti enormi fattori
sociali che hanno determinato un cambiamento spesso invisibile agli organi
ufficiali di informazione, che invece provocano un disagio molto pesante.
Ad esempio la difficoltà soprattutto in Italia di avere una vita
autonoma ad una età ragionevole, al di sotto dei trent’anni. Pensiamo
ad esempio allo stress a cui i giovani di oggi sono sottoposti dalla formazione
continua: infatti è impossibile compiere un ciclo di studi per poi
affrontare il mondo del lavoro. Questa formazione continua è di
fatto imposta ad un giovane che si propone al mondo del lavoro, ma non
riceve in cambio nessun diritto o compenso per sforzi, tempi, energie
spese, solo la possibilità di concorrere con qualche chance in più
contro altre persone come lui.
L’invisibile che prende
la forma della tuta bianca rappresenta a livello simbolico la possibilità
di ricomporre la pluralità dei soggetti e degli stili di vita attorno
ad una figura che richiede nuovi diritti, che chiede un allargamento del
piano dei diritti, diritti sociali, diritti relativi alla sfera del sapere
e della formazione, della comunicazione, che vuole un reddito: insomma
che rivendica il fatto di voler vivere una vita dignitosa. La forza della
vita irriducibile a parametri economici e a leggi.
Le tute bianche parlano
inoltre il linguaggio dei media, si misurano e si confrontano anche su
questo terreno, proprio come il passamontagna nero di Marcos, in tutt’altre
condizioni, fa dall’altra parte del mondo: lì un indios con un passamontagna
calato sulla testa che rappresenta una forma di conflitto, delle richieste
di democrazia, un nuovo tipo di società; qui il fatto che si capisce
immediatamente che chi va ad occupare una scuola privata od un cinema o
lotta all’università o va in via Corelli, porta certo domande differenti,
ma in un percorso comune, arricchito da questa mille modalità di
materializzazione e di espressione.
Adottare una pratica unificante
oggi rappresenta una forza: personaggi diversi, gruppi diversi, che adottano
la stessa identità a livello mediatico, questo permette di moltiplicare
enormemente la forza del messaggio.
Le tute bianche sono una
realtà importante, con grosse potenzialità di espansione,
proprio per la capacità delle tute bianche di rivendicano
diritti che riguardano l’esistenza intera cogliendo anche le trasformazioni
fondamentali dell’ambito politico: la visibilità, la mobilità
del lavoro, cogliendole ed accettandole. Accettando la nuova condizione
produttiva si accetta il progresso ovvero un cambiamento ineludibile nel
futuro dell’umanità, ma contemporaneamente questo cambiamento non
deve pesare solo sulle nostre spalle.
Vogliamo essere soggetti
centrali e avere i nostri diritti. Questa è la differenza che c’è
tra le tute bianche ed altri movimenti dei primi anni novanta e ottanta:
qui ci troviamo di fronte ad una rivendicazione universale, che riguarda
tutti, e che coinvolge la sfera della propria vita, come ad esempio il
reddito di cittadinanza, svincolato da qualunque salario o lavoro particolare.
A Torino le tute bianche
hanno una storia un po’ particolare, nascono nel settembre del ‘98, legate
soprattutto all’esperienza universitaria.
Bisogna dire che proprio
questa particolare composizione ha portato a caratterizzare le azioni torinesi
sul versante della rivendicazione dei diritti di cittadinanza legati all’accesso
alla formazione, in particolare con riferimento ai numeri chiusi che sempre
più spesso impediscono a molti studenti medi di entrare all’università.
Noi abbiamo ritenuto fondamentale sottolineare come un diritto di cittadinanza
nel nuovo millennio debba comunque essere quella della possibilità
indiscutibile di poter accedere liberamente ai luoghi della formazione
senza alcuna costrizione sulle scelte. E questo anche perché l’esperienza
degli invisibili si è innestata su un lavoro già precedentemente
svolto all’università da una serie di compagni che si è caratterizzato
nell’organizzazione di ricorsi per permettere agli studenti di rimanere
o entrare all’università.
Il diritto alla formazione
per noi significa essere accolto dentro un’università a misura di
studente, dove ci siano spazi, aule studio, posti letto per i fuori sede,
soprattutto considerando gli alti costi che ogni università chiede
agli studenti. Le tasse aumentano ogni anno, e poi ci sono i libri, l’affitto…
Noi siamo convinti che il
reddito di cittadinanza sia qualcosa di tutti, non solo degli universitari
ma anche dei lavoratori intermittenti e dei disoccupati, però nella
nostra realtà specifica chiediamo che il reddito di cittadinanza
per gli studenti universitari voglia anche dire diritto a mantenersi dentro
questa università.
Così come una sorta
di riappropriazione abbiamo pensato che il reddito di cittadinanza per
noi volesse anche dire costruire dei progetti capaci di fornire un “reddito”
agli studenti universitari.
Se è impossibile
riuscire a pagarsi anche il teatro e il cinema dopo le spese di tasse e
affitti, è importante pensare a progetti che portino gli studenti
nei teatri e nei cinema.
Abbiamo pensato di farci
restituire dall’università in termini di progetti finanziati un
po’ del nostro denaro attraverso attività che permettano a molti
studenti di entrare gratis in alcuni teatri torinesi e al cinema Massimo.
Da una parte azione capace di attirare l’attenzione mass-mediatica su alcuni
terreni fondamentali, dall’altra anche un’attività che metta in
relazione gli invisibili con molti studenti dell’università che
vivono la situazione del precariato o del lavoro intermittente; per questo
abbiamo creato uno sportello informativo sul mercato intermittente che
offre consulenze sui contratti di lavoro, uno sportello informativo per
aiutare gli studenti medi ad orientarsi sui test di ingresso. Naturalmente
gli invisibili lavorano anche sulla questione dell’ampliamento degli spazi
per studenti e non. Spazi culturali e per l’autonomia, ed è per
questo che prevediamo di gestire un grande spazio nella città.
Aggiungerei: a Torino al
momento, il limite di questa esperienza sul nascere è che è
al momento chiusa all’interno dell’università. Fatica ad uscirne,
forse anche questo è frutto del clima velenoso che caratterizza
Torino. L’esperienza delle tute bianche a differenza di altre città
è stata qui vista come un’esperienza di parte, un percorso molto
specifico e non ne sono state colte le potenzialità e la capacità
di allargarsi. Il fatto che la tuta bianca non esprime tanto una linea
politica quanto un modo di agire: proprio per questa caratteristica non
è detto che in una città debba esserci un’unica esperienza
di tute bianche anzi deve essere un esempio moltiplicabile all’infinito
perché ha in sé la caratteristica della esemplarità,
cioè la sua riproducibilità.
L’esperienza delle tute
bianche è moltiplicabile ma anche differenziabile, soprattutto in
Italia in cui ci sono realtà produttive ed economiche diverse. Non
è detto che l’esperienza torinese delle tute bianche, cioè
determinate azioni e richieste, debbano essere le stesse di altre tute
bianche nel resto del mondo, proprio perché l’azione delle tute
bianche deve essere spontanea, autonoma, muoversi nel proprio contesto
sociale in questo ciclo mediatico ma non solo, simbolico ma non solo, soprattutto
concreto e di rivendicazioni.
3. Tute Bianche di Venezia - 19 dicembre '98
.... Occuperemo un treno,
e questo non è solo un mezzo per arrivare dal nord-est nella capitale.
E’ immediatamente, oltre allo sciopero, una forma di lotta concreta, che
proponiamo a tutti. Riteniamo tra l’altro un fatto di civiltà che
a tutti, con o senza soldi, sia consentito di partecipare alla manifestazione.
Condividiamo le linee di principio di chi schiera contro i finanziamenti
alle scuole private. Crediamo infatti che queste non offrano alcun servizio,
ma occasioni di profitto ai gestori; che non siano accessibili a tutti;
che offrano un’istruzione a senso unico. Crediamo però che sia necessario
capire qual è la scuola che stiamo difendendo. Non sicuramente la
scuola di stato.
Primo perché è
gestita dall’alto, e non ha mai realmente fornito i mezzi necessari per
una partecipazione concreta di tutti i soggetti che sono il “mondo della
scuola”.
In secondo luogo, quanto
diversa può essere la scuola di stato, così gestita, da una
scuola confessionale? Ad esempio, come ci è stata insegnata la storia
degli ultimi quarant’anni? Oppure, perché un’istituzione che ama
definirsi laica, ci presenta la lezione di religione (di Stato) alla quale
possiamo opporci solo non aderendo?
Terzo: lo stato non è
in grado di garantire a tutti un reale diritto allo studio e alla formazione
perché è sempre più impegnato a tagliare. Non difendiamo
neppure la scuola che vorrebbe Berlinguer, con la finta autonomia, che
spinge verso logiche privatistiche. Una scuola-azienda gestita da un preside-manager,
potremmo chiamarla ancora scuola-non-privata?
Difendiamo invece una scuola
pubblica, i cui finanziamenti, provenienti dalla collettività, siano
gestiti in stretto rapporto col territorio. Una scuola pubblica che sia
comunità formativa, che si autogoverna e autogestisce dal basso
– nella quale cioè tutti i componenti, a partire dagli studenti,
partecipino alla gestione anche didattica – in rapporto con il proprio
territorio, rendendo possibili percorsi diversi, strutturati secondo valori
universalmente condivisi di solidarietà, pluralismo, libero accesso,
per perseguire, nelle differenze, obiettivi comuni (la formazione di individui
dotati degli stessi strumenti critici).
Un “pubblico” che garantisca
realmente il diritto allo studio: diritto negato dallo stato, come dimostra
il costo delle tasse scolastiche, il prezzo dei libri e dei trasporti e
l’inesistenza di mense e alloggi a prezzi sociali per studenti fuori sede.
La conquista di questi diritti non può limitarsi agli studenti:
innanzitutto perché intendiamo la formazione come processo permanente
per tutti i cittadini di ogni età (vogliamo il libero accesso al
cinema, mostre, musei, teatri e quant’altri luoghi di espressione culturali
ci vengano in mente); in secondo luogo perché il diritto alla mobilità
è il diritto di viaggiare non solo per studiare e lavorare, ma anche
per conoscere, comunicare e divertirsi; infine perché il diritto
alla casa è universale. Questa battaglia deve coinvolgere tutti
coloro che vivono lo status dei senza reddito (studenti, disoccupati, precari,
immigrati, pensionati) e anche per questo sono privati di diritti. Crediamo
che il percorso del movimento di riappropriazione dei diritti sociali di
base (necessari per una vita dignitosa e per un reale diritto di cittadinanza),
attraverso momenti di conflitto e l’apertura di tavoli di trattative con
le amministrazioni comunali e regionali e con gli enti gestori e/o proprietari
(anche privati) dei servizi, sia una forma politica nuova e diretta per
raggiungere risultati concreti.
Il nostro ragionamento si
colloca in una dimensione non statale ma federalista, dal basso e solidale,
municipale, inserita in un contesto che non può che essere europeo.
Esprimiamo l’esigenza di una svolta nella costruzione di un’Europa che
non sia quella dei parametri economici, ma che si assuma una responsabilità
politica nelle questioni sociali e culturali. Scenderemo tutti il 19 dicembre
a Roma in Tuta Bianca per rendere visibile ciò che è nascosto.
Occupiamo i treni per riappropriarci del diritto alla mobilità.
Proponiamo a tutte le tute
bianche di fare altrettanto.
Questo appuntamento è
un momento comune di lotta.
Tute bianche per il diritto
allo studio
4. Manifesto delle tute bianche di Imperia
NOI SIAMO IL MOVIMENTO DELLE
TUTE BIANCHE
Noi siamo i disoccupati,
i precari, gli studenti, i lavoratori al nero, le mille nuove figure del
lavoro flessibile, intermittente, a partita iva, senza diritti e senza
tutele.
Ci siamo messi queste tute
di carta usa e getta per rappresentare la nostra condizione di precarietà,
BIANCHE perché siamo INVISIBILI, nulla più che preoccupanti
cifre e statistiche evocate dal telegiornale.
Queste tute bianche non
servono a coprire ma a scoprire, servono a rendere visibili gli invisibili.
Siamo usciti allo scoperto,
dunque. Abbiamo deciso di abbandonare la rassegnazione, la passività,
la solitudine, di organizzarci e lottare, per conquistare nuovi diritti,
il nostro presente ed il nostro futuro.
Abbiamo deciso di riprenderci
la parola e di dire: Adesso Basta.
Abbiamo deciso di dire a
tutti che adeguare il nostro paese ai parametri europei, il tanto decantato
entrare in Europa, significa anche adottare quelle misure di sostegno alle
giovani generazioni ed ai disoccupati che tutti i paesi europei condividono
(escluse Italia e Grecia).
Tutti devono sapere che
molti di noi non lavoreranno mai stabilmente, e non per scelta, ma perché
questo determina il mercato del lavoro oggi nel nostro paese
(12,3 % il tasso di disoccupazione nel 1997). Il lavoro è sfuggito
altrove, si è dissolto nelle pieghe del mutamento tecnologico,
lasciandoci a competere per casa, trasporti, scuola, formazione, accesso
alla cultura: beni sociali necessari, diciamo noi, ma in realtà
BENI ABBONDANTI che non tutti siamo in grado di comprare.
Servono nuovi diritti, all’altezza
dei mutamenti in corso, che incorporino questi beni ed altri ancora.
Occorre una ridistribuzione
della ricchezza che è andata sempre più concentrandosi in
poche mani.
E’ sconcertante la verità,
che basterebbe tassare dello 0,02 % (TOBIN TAX) i movimenti lordi di capitale,
per garantire un reddito dignitoso a TUTTI i disoccupati. E che dire del
fatto che si potrebbero RIDURRE LE SPESE MILITARI ?
Ma noi siamo qui oggi, anche
per dire che, non aspetteremo con le mani in mano cambiamenti cosi “radicali”.
Vogliamo cominciare ad aprire
ora, qui nel territorio, con le amministrazioni locali come controparte
ed interlocutore, battaglie e vertenze, per conquistare i nostri diritti.
CON LE AZIONI DELLE TUTE
BIANCHE creeremo e renderemo visibili conflitti e vertenze:
SUI PREZZI PROIBITIVI E
SULLA CARENZA DEI TRASPORTI PUBBLICI, chiedendo più servizi e tariffe
sociali per disoccupati e precari e studenti
SUI PREZZI PROIBITIVI E
LA CARENZA DELLE INIZIATIVE CULTURALI, che escludono i giovani, i disoccupati
ed i precari dal diritto alla cultura ed alla socialità
PER IL REDDITO DI CITTADINANZA
UNIVERSALE per la gratuità dei servizi essenziali, per la ridistribuzione
dei tempi di lavoro e della ricchezza, per costruire nuova occupazione
legata alla soddisfazione dei troppi bisogni sociali negati, alla qualità
della vita e dell’ambiente, alla cura della persona.
arrivederci a presto....
IL MOVIMENTO DELLE TUTE
BIANCHE provincia di Imperia