La
Banlieue Postmoderna
Da DeriveApprodi n°14
Ma che vogliono questi albanesi? Se lo chiedono da qualche tempo i giornali
europei, nel mentre pubblicano fotografie tanto assurde da sembrare pubblicità
di Toscani/Benetton. Fotografie di migliaia di uomini (o forse no?) ammucchiati
(o forse larve o insetti?), appiccicati su dei rottami marittimi in alto
mare, su imbarcazioni che neppure l’immaginazione di Conrad seppe mai creare
narrando la tratta dei coolies nel Pacifico... Fotografie incredibili:
sono forse dei montaggi, uno di quegli spettacoli creati dai media come
i ”massacri” di Timisoara o la ”guerra incruenta” del Golfo? Ma chi sono
questi disperati albanesi? C’erano già i ceceni, i kurdi o gli indiani
del Chiapas, a esporci, se non al senso dell’ignoto, a un certo imbarazzo
geografico... in questi casi, tuttavia, per rispondere alla curiosità,
potevamo comunque riconoscere il nemico di questi popoli – l’imperialismo
russo per i ceceni, il razzismo genocida bianco contro gli indiani americani,
e infine, contro i kurdi, l’odio nazionalista di tutti i vicini (e son
molti e nessuno e particolarmente simpatico).Ma che vogliono questi albanesi?
Non sono affamati, non si trucidano fra di loro, nessun nemico li oltraggia...
perché dunque si agitano tanto, perché tanta incontinenza
e questo dilagare sui mari? E perché fuggono solo per mare e non
se ne vanno invece versi i Balcani? Evidentemente, per gli albanesi, l’Albania
e un’isola... Ma un’isola di quale Continente? E dubbio. Per un certo periodo,
infatti, gli albanesi avevano dichiarato fedeltà alla Russia asiatica
di Stalin; poi, sempre più lontano, alla Cina futurista di Mao...
Sembra ora che si riconoscano di nuovo nel Mediterraneo; ma con tale eccessivo
amore che l’amata Europa li respinge. Perché non si rivolgono altrove?
Per esempio perché non al Brasile di Enrique Cardoso, certo più
presentabile dei vecchi amici asiatici e forse, per secolare tradizione,
meno schifiltoso degli arroganti europei nell’integrare popolazioni diverse?
Ma ora, chiusa la Tv e ripiegati i giornali, ritorniamo a noi e chiediamoci
di nuovo: perché questi albanesi si comportano cosi? Chi sono dunque?
Proviamo a rispondere con semplicità. A prima vista, son gente relegata
nella banlieue dell’Europa e che preme verso il suo centro. Quante volte,
circolando attraverso le immense bidonvilles del Cairo o di Istanbul, abbiamo
inteso la medesima pressione, lo stesso desiderio di fuggire e l’ansia
di trovare altrove una vita migliore... Perché mai questi proletari,
strappati alle campagne greche o turche, avrebbero dovuto accettare di
impantanarsi sui margini dell’Impero? Per quale ragione la loro ricerca
di lavoro e di benessere avrebbe, buon dio!, dovuto fermarsi li, su quell’orribile
bordo, in quel mostruoso ghetto? Ma il Cairo e Istanbul fanno parte di
Nazioni ben ordinate: fra i miserabili la polizia si aggira onnipresente
e tiene tranquilli anche i più riottosi. E poi, dopo la frontiera
del ghetto, c’è quella degli Stati: quanto e difficile attraversarla.
Tutti ci pensano, molti ci provano, pochi ci riescono. Frustrazioni e dolore
si accumulano attorno ai confini dell’Europa, a questi orribili Muri, rispetto
ai quali il Muro di Berlino era una bagatella. Ora, gli albanesi si sono
trovati in una situazione nuova, per
molti versi eccezionale. In quell’isola orgogliosa e solitaria, infatti,
al crollo del socialismo non ha seguito l’instaurazione del regime capitalista.
In assenza di una vera iniziativa della comunità internazionale,
s’è imposta in Albania una specie di carnevalesca caricatura del
potere capitalistico, una banda di ”banchieri”, per meta gestori di lotterie,
per meta semplicemente ladri. Questo sistema ha fatto presto a dissolversi.
Cosi, per caso, gli albanesi si son risparmiati la “transizione al capitalismo”,
ovvero quel bagno nella “fine della storia” che non e meno feroce e inutile
di quanto fosse la “transizione al socialismo”. L’isolamento culturale
ha dunque salvato l’Albania dalla sorte degli altri Paesi socialisti, convertiti
al capitalismo selvaggio; ma insieme ha distrutto, con la continuità
dello Stato, l’isolamento geografico di quel Paese e ha permesso agli albanesi
di riconoscersi immediatamente nella comunità internazionale, senza
polizia e confini che lo trattenessero. Ecco lo scandalo! Quel popolo asiatico
e divenuto, d’un colpo solo, una moltitudine postmoderna. Su un mercato
globale, esso considera ovvio il fatto di poter offrire se stessa come
merce; di conseguenza, esercita con tutti i mezzi a disposizione quel diritto
all’esodo e alla ricerca nomade di lavoro che la propaganda capitalista
gli ha promesso sulla scena della mondializzazione. Ma si tratta, appunto,
di uno scandalo. II capitalismo, anche quello liberale e mondializzato
degli ultimi tempi, dev’essere ben ordinato: non può ammettere un
popolo non disciplinato in uno Stato, una moltitudine nomade che va dove
le pare, un mare che sia un Far West aperto alla fortuna. E dunque no,
cosi non va. II postmoderno non può essere interpretato da moltitudini
in cerca di salario. Se tutti son liberali, allora e l’anarchia. La donna
albanese, fedele nel patriarcato atavico, se si mette in mare, diviene
una puttana; l’uomo albanese, se si stacca dai legami feudali, diviene
mafioso; e infine, non vorrete mica destinare quei bei bambini dai neri
occhi rotondi ai mercato della pedofilia? Cosi, al comando di caporali
italiani, un’armata e stata inviata in Albania, per calmare i furori postmoderni
di quel popolo, per ricostruirvi uno Stato, per ritrovare la continuità
di una classe dirigente fra il dispotismo asiatico e il neoliberalismo
postmoderno. E soprattutto per bloccare quel nuovo desiderio di libertà...
Che spettacolo barocco, seicentesco, hobbesiano, feroce! Di contro, osservate
quello che avveniva solo un secolo dopo, nell’epoca dei Lumi. Allora, invece
di badare alla sicurezza, i filosofi pensavano alla democrazia. E su un’altra
isola del Mediterraneo, la Corsica (un Paese tanto orgoglioso e feroce
quanto l’Albania) immaginavano di costruire un ordinamento costituzionale
perfetto. Da Rousseau a Bonarroti, viene dunque il consiglio di non inviare
in Albania i militari e i preti (id est giornalisti) per riorganizzarvi
lo stalinismo di Stato, ma piuttosto di provarsi ad aprire a questo proletariato
postmoderno le strade che dalla banlieue portano al centro dell’Impero.
Utopia? Forse. Ma, come nel secolo XVIII, chi potrà fermare queste
moltitudini in rivolta?