LABORATORI DI SOCIETA' #3

Editoriale.Zip!

Questo articolo è la trascrizione di una autointervista a più voci di chi, in PuntoZip e nella Cooperativa Senza Frontiere, ha seguito più da vicino la ripresa di iniziativa politica a Torino sul terreno dell’immigrazione.
A partire dal settembre 1998 è nata infatti la Rete cittadina immigrazione e diritti, che raccoglie diverse piccole forze non solo dell’area antagonista, che si riconoscono su una piattaforma comune di rivendicazioni e che ha organizzato alcune iniziative contro l’apertura del centro di detenzione di Corso Brunelleschi, ha preso parte alla lotta per la difesa del campo nomadi di corso Cuneo a Venaria, ha dato vita alla manifestazione del 23 gennaio con la partecipazione per la prima volta di centinaia di immigrati.
Su questo percorso, che vorremmo appena all’inizio, abbiamo provato a confrontarci collettivamente, ed è il nostro editoriale.

RETE CITTADINA IMMIGRAZIONE E DIRITTI
SANATORIA PER TUTTI GLI IMMIGRATI
POLITICHE DI DESTRA, POLITICHE DI SINISTRA?
CAMPO NOMADI DI CORSO CUNEO A VENARIA
LE DIFFICOLTA' DELLA SINISTRA
CLANDESTINITA'
LE BATTAGLIE FUTURE





RETE CITTADINA IMMIGRAZIONE E DIRITTI
La nascita a Torino nel settembre 1998 della Rete cittadina immigrazione e diritti segna senz’altro una novità nella lotta per l’integrazione, per la difesa dei diritti degli immigrati. La novità sembra essere da un lato lo sforzo di uscire dalla logica del coordinamento solo dei centri sociali, dall’altro la volontà di diventare interlocutore riconosciuto, quasi contraltare dei comitati spontanei che per anni hanno avuto una sorta di monopolio della parola su questioni quali l’immigrazione a Torino.
Con la Rete cittadina a Torino la sinistra smette di non parlare della questione immigrazione l’affronta di petto, facilitata dal fatto di essere, per la natura stessa di questa forma organizzativa, sganciata da logiche elettorali e quindi di consenso puramente quantitativo, e quindi nella condizione di iniziare una battaglia sui principi, a partire dalla chiusura di quell’obbrobrio che è il lager di Corso Brunelleschi.
La costituzione della Rete cittadina immigrazione e diritti è un esperimento che sembra abbastanza riuscito, un esperimento che ha permesso di lavorare insieme a realtà che fino a poco tempo prima erano chiuse in logiche autoreferenziali se non addirittura in rapporti di diffidenza o inimicizia, generati da quel clima un po’ velenoso che ha caratterizzato negli ultimi anni le esperienze della sinistra radicale torinese. La costituzione della Rete cittadina permette di iniziare un discorso sull’immigrazione che va al di là di quello che fino ad oggi è emerso esclusivamente da strutture in qualche modo legato alle istituzioni. Quindi la sua costituzione è un passo avanti per far in modo che si apra un processo in cui confluiscano diverse realtà della sinistra, che sappiano non solo porre un discorso comune sulla questione immigrazione, ma allargare questo discorso su questioni più ampie.

In questa esperienza sin dall’inizio si è espressa la comune volontà di lavorare con tutte le realtà che si riconoscessero, come unica discriminante, all’interno di una piattaforma abbastanza ampia, con la consapevolezza che si tratta di costruire una rete sociale molto allargata se si vogliono costruire iniziative serie su questi temi. Si cercano così di superare nella realtà inutili settarismi, di lasciare per strada estremismi verbali e semplificazioni che non permettono di capire una realtà complessa e complicata come quella dell’immigrazione.
La costituzione della Rete ha permesso a Torino all’area antagonista, alla sinistra radicale, di non rimanere ancorata a temi come la repressione, l’occupazione di spazi, come è successo negli ultimi anni, con un avvitamento su se stessi incredibile, con un livello di autoreferenzialità altissima e assurda. Ha anche un valore un po’ esemplare: come questo percorso è stato costruito sull’immigrazione, così è possibile costruirlo su altri terreni, nella prospettiva e nell’intenzione di parlare almeno ad una parte della città e della società, di diventare uno degli interlocutori, non chiudendosi nella logica del conflitto un po’ ridicolo tra fazioni di una sinistra estrema che se è ridotta a questo è davvero poca cosa. Ed è da sottolineare che non tutti hanno fatto proprio questo terreno: i Murazzi e gran parte dell’Askatasuna (e ovviamente tutta l’area squatter), ma anche radio Black Out sono stati fuori da questo percorso, preferendo aderire magari ad alcune iniziative, ma non volendo contribuire concretamente alla Rete. Questo è un po’ sintomatico di questo clima avvelenato, dell’arretratezza di alcune posizioni e della difficoltà di superarle. E dall’altro lato invece, per chi c’è stato dentro, pur nella limitatezza del percorso avviato, questo sta rappresentando una scommessa significativa, soprattutto perché si torna un po’ a fare politica dopo due anni in cui c’è stato il deserto di iniziativa politica.
 

SANATORIA PER TUTTI GLI IMMIGRATI
Oggi i la politica sull’immigrazione si caratterizza con la determinazione di quote fisse, annuali, di regolarizzazioni o di ingressi concordati, come previsto dalla legge Turco-Napolitano.
La questione delle quote è fortemente vincolato da scelte di politica europea. L’Italia ha dovuto garantire di fare una politica di programmazione dei flussi per poter stare all’interno del percorso dell’Europa di Maastricht e di Schengen. Senza capire che l’immigrazione non può essere politica legata alla dinamica repressiva dei Ministeri degli Interni, senza tener conto del fatto che disastri economici e sociali possono determinare emergenze improvvise, impennate dei flussi migratori.
Questa legge è molto legato a dinamiche di tipo europeo, e costruisce una politica sull’immigrazione basata sul controllo sociale. Non è un caso che per la prima di volta l’essere qui illegalmente di fatto diventa un reato, e per questo si costruiscono i centri di raccolta come quello di Corso Brunelleschi a Torino. La sanatoria Dini del 1995, che avevamo contestato tutti, in realtà era molto più aperta di questa perché prevedeva la possibilità di regolarizzarsi anche per chi non aveva un lavoro. Quella di oggi in questo senso è una sanatruffa, perché sana quelli che hanno già un lavoro e basta. Inoltre stabilisce un numero chiuso di regolarizzabili per anno, che è un numero ridicolo di fronte alla necessità oggi di rispondere al bisogno di regolarizzare trecentomila persone subito. E’ poca cosa, una risposta debole di fronte a fenomeni immensi quali per esempio il crollo verticale di sistemi economici e politici come nell’est europeo, che non lasciano altra possibilità alle persone se non quella di lasciare il proprio paese per cercare una vita possibile altrove. Se sanatoria doveva essere, bisognava pensare di sanare tutto il presente.
Sembra ridicolo il fatto che alle trecentomila persone che si sono prenotate in Questura si richiedano condizioni così rigide. Al di là delle quattro condizioni  poste dalla legge (casa, lavoro, ingresso anteriore al marzo 1998, nessun precedente penale), le varie Questure a livello discrezionale aggravano la situazione, non riconoscendo la validità di documenti di riconoscimento, fanno indagini sui datori di lavoro, ecc. Sembra assurdo che in Italia regolarizzare duecento/trecentomila persone sia così faticoso.
Sulla questione delle quote: da Dini in avanti la questione delle quote era già presente, per quanto riguarda i ricongiungimenti famigliari, c’è per quanto riguarda le chiamate dirette per il lavoro dal paese di origine. Di fatto questa sanatoria blocca le chiamate nominative dirette per il lavoro.
Gli immigrati sulla loro pelle si vivono il fatto che una legge come quella Turco-Napolitano li costringe a cose pazzesche e che di fatto li taglia fuori da ogni possibilità di regolarizzazione. Chi viene a chiederci spiegazione per regolarizzarsi in parte sono persone che sono state tagliate fuori dalla sanatoria Dini del ‘95, vuoi perché appena arrivati, per pressapochismo loro; e poi ci sono quelli che si sono distinti come maggiori lavoratori, che hanno sempre chinato la testa e non sono mai usciti dal posto di lavoro, sono loro i primi che corrono in Questura. Peraltro non è detto che riescano ad ottenere tutti i documenti necessari. Anche perché non si sa come valuteranno alcune cose: per esempio come le Questure si comporteranno di fronte alle precedenti ingiunzioni di espulsione, non sentendone più parlare si pensa che siano condonate, ma non si sa. Su situazioni tipo: come fare ad avere un datore di lavoro che ti accompagna in Questura per le dichiarazioni di riti, e come si determinerà il rapporto di lavoro, gli immigrati non le hanno neanche in mente, sanno solo che quel giorno bisogna presentarsi col datore di lavoro in Questura, per cui chi ha i soldi se lo procura pagando dai quattro ai sette milioni: questi se usano la testa si regolarizzano. Così come sappiamo che chi sfrutta la prostituzione ha già i permessi di soggiorno e che chi ogni giorno è rimpatriata, senza fare notizia, è la ragazza sfruttata. La logica dell’immigrato sembra essere quindi che avrà la sanatoria chi può permettersi di pagare un’offerta di lavoro. Una prova della presenza in Italia costa dalle 800.000 al milione di lire; un datore di lavoro falso che ti accompagna in Questura costa dai quattro ai sete milioni; il fatto che nella casa in cui abito chi ha firmato il contratto di affitto mi accompagni in Questura il giorno che mi devo presentare rappresenta qualche altro centinaio di mila lire che devo sborsare. Questa è un po’ la dinamica, la dinamica di tutte le sanatorie, ma questa volta se possibile è peggiorata.

POLITICHE DI DESTRA, POLITICHE DI SINISTRA?
Questa legge non fa gli interessi degli immigrati. Non si può dire che questa legge è voluta da un governo razzista, questo no. E’ un governo che deve stare in dinamiche di carattere europeo. Sicuramente una legge fatta dalla destra sarebbe stata diversa, e certo il Ministro degli Interni Jervolino è diversa da Napolitano, perché probabilmente tiene conto delle spinte cattoliche (ma anche degli industriali come Cipolletta, che arrivano a proporre addirittura la liberalizzazione degli ingressi) e quindi le dichiarazione nelle interviste (da verificare nei fatti) sembrano configurare indirizzi un po’ più aperti sulla questione immigrazione. Certo aspettiamo i risultati della sanatoria per dare un giudizio completo. La decisione di regolarizzare in blocco chi ha presentato la domanda entro il 15 dicembre ’98 e che risponde ai quattro requisiti richiesti è certo un gesto di buon senso, buon senso relativo, ma non  in assoluto, ma solo tenendo conto del clima che sulla questione immigrazione è stato creato da campagne xenofobe criminali e deliranti.
Adesso sembra porsi il problema di come, quando, da chi verranno espulsi le centinaia di migliaia di immigrati che rimangono clandestini: da quelli che non saranno regolarizzati, a quelli che non avevano i requisiti per rientrare nella regolarizzazione, a quelli che sono entrati dopo il marzo ’98 e che continueranno ad entrare in Italia.
Bisogna capire che il centro-sinistra ha una politica più fiscale verso fenomeni quali l’immigrazione. Per assurdo con la Democrazia Cristiana, con quella logica, un immigrato avrebbe avuto maggiori possibilità di aggiustarsi, di vivere e sopravvivere. La politica di legalità non garantisce ovviamente l’immigrato, non lo aiuta a sopravvivere, la rigidità burocratica delle leggi gli rende difficile la vita.
Inoltre difficilmente si sarebbe potuta costruire una campagna anti-immigrato come quella che ha investito l’Italia a partire dagli omicidi di gennaio a Milano, se non ci fosse molta facilità a scivolare da una politica di destra ad una di “sinistra”. Non si è vista una grossa differenza nelle posizioni rispetto alla politica verso gli immigrati sentendo parlare il PDS e il centro-destro. Certo però che un governo di centro-destra avrebbe partorito per quanto è possibile una legge peggiore.
La caratteristica della politica della sinistra di governo (a livello centrale e locale) verso l’immigrazione è anche spesso caratterizzata dalla pura ipocrisia. Facciamo due esempi: prendiamo la campagna contro gli scafisti di Valona che trasportano i clandestini nello stretto d’Otranto. Certo questi non saranno dei grandi personaggi, certo sfruttano il bisogno dei poveracci e li taglieggiano, ma una persona che voglia entrare in Italia e che non rientra nei flussi determinati da Governo e industriali, quali altre vie ha per arrivare da noi? Lottare contro gli scafisti perché sfruttano gli immigrati senza offrire alternative legali e percorribili è pura ipocrisia: perché non si offrono traghetti legali, una politica di accoglienza vera? Altro che lotta allo sfruttamento: i carabinieri, la marina italiana, la guardia di finanza sono lì per bloccare gli immigrati. Così sulle case: è vero che chi affitta le case a Porta Palazzo o a San Salvario agli immigrati li sfrutta, chiedendo prezzi altissimi per ogni singolo posto letto: ma far chiudere le soffitte senza offrire alternative agli immigrati è solo un modo di allontanarli da un territorio in cui non sono graditi, la lotta allo sfruttamento è solo la foglia di fico dietro cui nascondere alla propria coscienza “democratica” quello che si sta facendo in realtà.

CAMPO NOMADI DI CORSO CUNEO A VENARIA
La battaglia dei Rom è stata una battaglia giusta, che per alcuni mesi ha pagato perché i Rom non sono stati mandati via quando il gruppo di compagni che vanno da Zip alla Cooperativa Senza Frontiere al Gabrio a Rifondazione Comunista ha dato vita a questa iniziativa di lotta. Dimostra inoltre che queste forze insieme sono riuscite a contenere per un po’ il disastro voluto dalla Questura e dal sindaco di Venaria. Prima di espellerli, di distruggere quel campo con le ruspe, di dar fuoco alle roulottes per impedire che altri le occupassero, hanno però dovuto riconoscendogli diritti che avrebbero volentieri calpestato mesi prima, anche perché questi sono immigrati particolari, doppiamente sfortunati, in quanto immigrati e in quanto nomadi. Il problema di questo tipo di iniziativa nasce dal fatto che i Rom non hanno espresso iniziative di lotta autonome, o almeno delle spinte a fare qualcosa. Hanno sempre fatto in modo che gli altri facessero delle cose per loro e loro vivevano questo come un gesto di persone caritatevoli. Per noi però è stato giusto portare avanti questo tipo di lotta pur senza la partecipazione diretta dei nomadi rumeni, perché questa era una battaglia importante sul piano del diritto: il diritto di esistere, il diritto a veder rispettare le leggi da parte delle autorità e delle istituzioni, e in particolare al rispetto delle norme della legge sull’immigrazione legata al diritto d’asilo. Per queste persone, se non ci fossimo mossi, queste leggi sarebbero state calpestate e ogni diritto sarebbe stato negato. Questa è quindi una battaglia importante, pur nella logica della piccole battaglie di resistenza: trecento Rom con un circuito di solidarietà e di lotta di duecento persone sono riusciti a bloccare l’iniziativa poliziesca per alcuni mesi, e addirittura ad investire della questione il governo centrale costringendolo a temporeggiare e a non procedere alle espulsioni. E questo significa che la sinistra plurale è in grado di condurre battaglie sulla difesa dei diritti, per la tutela di condizioni minime umanitarie nel confronto degli immigrati, di far uscire dall’invisibilità situazioni di precarietà sociale. Inoltre la visibilità che la condizione dei Rom ha assunto grazie a questo tipo di intervento e al risalto mediatico dato a questa situazione ha avviato un circuito virtuoso di iniziative autonome di solidarietà da parte di associazioni (il Coordinamento genitori delle scuole materne elementari medie, cooperative di animazione) e di singoli. Questo significa che questa battaglia, fatta con continuità, con intelligenza, ha fatto delle brecce nella città, ha aperto percorsi di solidarietà, è stata in grado di costruire consenso.
Certo le espulsioni dei rom, la distruzione del loro campo, il fatto che quelli che sono scappati alle retate siano stati costretti a disperdersi, a rientrare nell’invisibilità, la scarsa capacità di opporsi a questo finale, tutti questi fatti dimostrano la debolezza della nostra capacità di incidere. Ma è stata, e continua ad essere una lotta giusta da ingaggiare. Questi nomadi, la loro capacità di passare attraverso le frontiere di tutta  Europa, la certezza che se solo lo decideranno, li rivedremo presto, sono ancora una volta la dimostrazione che la violenza delle leggi, della polizia, dei voli charter, dei campi di detenzione, non basteranno mai a spegnere l’aspirazione alla libertà delle persone

LE DIFFICOLTA' DELLA SINISTRA
Che la sinistra, complessivamente, abbia difficoltà ad avvicinare in maniera convincente la complessità della questione immigrazione è evidente.
C’è la semplificazione di chi ha pensato agli immigrati come ad un soggetto immediatamente politico e addirittura radicale. Tacciare qualunque iniziativa sulla questione immigrazione come un fenomeno razzista (razzisti sono i comitati spontanei, la lega, la polizia, i vigili, il governo, la legge, ecc…) come spesso fa l’estrema sinistra è segnale evidente della debolezza della capacità di analisi e di critica contro queste posizioni. La sinistra istituzionale rincorre le posizioni della destra. Un ulteriore livello di debolezza e di semplificazione sta nell’immaginarsi l’immigrazione come un tutt’uno, non cogliere che all’interno delle comunità ci siano forme di sfruttamento feroci o peggio la paura di denunciarle per timore di accreditare così l’equazione immmigrati=delinquenti1 , anche quando assistiamo a veri fenomeni di “accumulazione originaria” di capitale particolarmente violenti da parte di strati di immigrati su altri immigrati. Nell’estrema sinistra poi per troppo tempo si è pensato che ogni forma di illegalità, per il fatto stesso di trasgredire a norme e leggi, avesse un carattere sovversivo, mentre ci rendiamo conto continuamente che spesso l’illegalità nasconde modelli di sfruttamento anche più violenti di quelli legali, processi di valorizzazione completamente capitalistici, ma se possibile più violenti di quelli legali.
Il fatto che la sinistra sulla questione della criminalità e della microcriminalità in particolare non sia riuscita a costruire un pensiero spendibile  ha non solo dato un vantaggio enorme alle destre nel far leva sulle paure, sulle insicurezze sociali, ma ha anche permesso che diventasse pensiero diffuso e comune che se crisi c’è, la colpa, il capro espiatorio è da cercare nel povero più vicino e più visibile, sia esso di volta in volta immigrato, tossicodipendente, barbone, prostituta, ecc…. Questa è una sconfitta molto grossa. Tanto più che queste insicurezze sono certo frutto della disintegrazione della società fordista, dei suoi soggetti sociali, dei suoi luoghi e delle sue identità, della precarizzazione delle condizioni generali di vita. Ma non è un caso che a nessun comitato spontaneo nato per chiedere più polizia si sia mai contrapposto efficacemente un comitato che chiedesse un generale miglioramento delle condizioni di vivibilità nei quartieri, agitando gli stessi temi, ma in una prospettiva di costruzione di una società aperta. E questo lo si paga, perché la destra sociale ha saputo agitare ormai da dieci anni temi che comunque rispondono a bisogni profondi (e spesso anche legittimi) di alcune fasce di popolazione. E questo ha dato vita a quel pensiero comune, condiviso che certo è brodo di coltura di fenomeni di xenofobia, di vero razzismo.
Inoltre la sinistra ha difficoltà ad intervenire sulla questione dell’immigrazione per lo stesso motivo per cui  ha difficoltà in generale ad intervenire all’interno di qualunque dinamica sociale dopo la crisi politica, ideologica, la trasformazione della società che ha percorso gli ultimi anni ’70 e gli anni ’80 e ’90. Per questo abbiamo assistito alle derive verso le politiche di ordine pubblico, che privilegiano la questione della sicurezza, senza cogliere i nuovi valori, i nuovi bisogni che emergevano nella società, lasciando che questi venissero interpretati e intercettati da un’egemonia di destra. La sinistra non ha esperienza e quindi al limite cerca di copiare modelli stranieri. Non è un caso che la sinistra non fa politica, fa solidarietà al massimo. Non bisogna costruire solo solidarietà, bisogna incominciare a pensare qual è la società del domani, qual è la società che vogliamo.
La politica è saper contrapporre valori a valori, se la sinistra ha dei valori, deve contrapporre ai temi della destra i propri valori, deve saper costruire, questo ha un senso. La sinistra ha perso l’obiettivo di costruire.

CLANDESTINITA'
Sia in Francia che in Belgio, dove la questione immigrazione è diventata materia di conflitto, di scontro politico, di battaglia di civiltà, di conflitto sociale, lo scontro è avvenuto sulla questione dei clandestini, e non è un caso. La clandestinità è un po’ il paradigma della questione immigrazione, o si sfonda su questo terreno o non si riesce a sfondare, o si sfonda sulla consapevolezza che la clandestinità è una condizione negativa, di sfruttamento ulteriore, non è una situazione voluta (come è dimostrato dalle centinaia di migliaia di richieste di regolarizzazione in Italia a in Francia) e non può essere definita come un reato, che non si può negare a nessuna la ricerca di una chance di vita, di una possibilità, almeno di una possibilità di vita migliore e che non c’è nessuna legge che può essere più forte della vita, o non si sfonda sulla questione immigrazione.
Per questo noi diciamo contro la clandestinità e non contro i clandestini, per questo lottiamo per una sanatoria generalizzata.

LE BATTAGLIE FUTURE
Noi non abbiamo mai pensato agli immigrati come ad un nuovo soggetto sociale e politico che deve ribellarsi, come alcune semplificazioni inaccettabili vorrebbero in qualche circolo della sinistra, ma come a persone che sono in una condizione di assoluta sfiga che rende ancora più difficile la rivendicazione dei propri diritti. Non è un caso che la lotta esplode in Francia, dove la legge toglie di colpo diritti a chi ne godeva, clandestinizza persone che fino al giorno prima erano legali: non è una lotta quella dei sans-papiers di persone che entrano semplicemente in Francia da clandestini, ma una lotta di cittadini di colpo privati della loro esistenza legale e quindi dei propri diritti.
In Italia l’assenza di conflitti significativi da parte degli immigrati nasce proprio dal fatto che non sono ancora inseriti in percorsi di cittadinanza, nella scuola, nel lavoro. Le battaglie che oggi noi facciamo stanno a dire che questi sono futuri cittadini come noi, punto e basta: noi chiediamo che loro abbiano gli stessi diritti che abbiamo noi.
E comunque bisogna distinguere: da un lato c’è il lavoro politico che si fa verso gli italiani e dall’altro lato c’è il lavoro politico che si fa con gli immigrati. A volte i codici usati, i linguaggi, i toni, gli stessi contenuti dell’intervento devono essere diversi, perché i bisogni, le paure, le aspirazioni sono diverse. Nei confronti degli immigrati nessuna rete cittadina può compiere il miracolo di far emergere forme di autorganizzazione autonoma degli immigrati, e neanche il nostro compito deve essere quello di spiegare come debbano ribellarsi. Piuttosto la nostra è un’azione di sostegno. Offriamo canali per rendere visibile ciò che non può esserlo, come è stato nella manifestazione del 23 gennaio, quando alcune centinaia di immigrati hanno utilizzato il nostro corteino per rendersi visibili alla città, per dire in un microfono per la prima volta alla luce del sole, direttamente: <io sono clandestino e ho il diritto di vivere dignitosamente qui>. Però o, soprattutto su meccanismi di autosfruttamento interni alle varie comunità, partono iniziative autonome, si creano portavoce riconosciuti, attraverso mille percorsi, chissà quali tra l’altro (come la ricchissima storia delle migrazioni insegna) o poco potrà essere mosso da noi. Nei confronti degli italiani il discorso è diverso: cercare di convincere la sinistra ad affrontare di petto la questione immigrazione, con valori e scelte forti e non rincorrendo la destra solo sul terreno della sicurezza o non parlando del problema (come i Democratici di sinistra fanno deliberatamente a Torino); motivare la sinistra plurale (che non ha paura di condizionamenti dettati dal problema di consensi elettorali) a rendersi visibile, a costruire conflitto e non solo servizi; ma anche ritornare a lavorare nei quartieri dove il degrado è più forte per rivendicare ancora una volta l’universalità di alcuni diritti fondamentali a partire da una più equa ridistribuzione della ricchezza sociale tra tutti, rivendicando l’ampliamento per tutti della sfera dei diritti per disinnescare le guerre tra poveri.
Certo che è possibile immaginare battaglie concrete sul terreno dell’immigrazione nel prossimo futuro: la rivendicazione della sanatoria generalizzata per tutti quelli presenti, anche entrati successivamente, anche senza un lavoro, anche senza un contratto regolare d’affitto. E’ assurdo chiedere il rispetto di quattro parametri inaccessibili e impossibili per un immigrato clandestino: è chiaro che un clandestino è facilissimo che non abbia un lavoro, proprio perché è venuto a cercarlo, o una casa o documenti che provino il suo arrivo ad una certa data e così via. E questa battaglia sarà costellata da battaglie su casi particolarmente emblematici, mediatizzati grazie al forte impatto anche emotivo, che provino la follia del cercare di sottomettere la vita a norme burocratiche e asettiche. Vincere su alcuni casi vorrà dire permettere a migliaia di persone nella stessa condizione di forare il muro della fortezza Europa.
Quindi la battaglia contro la politica della regolamentazione dei flussi, perché non è giusto pensare che una persona possa cercare una possibilità di vita migliore solo se a un imprenditore serve nella forma di manodopera (magari precarizzata e e sottopagata come vorrebbe Albertini, per costruire una gerarchizzazione etnica della forza-lavoro).
L’altra battaglia sarà quella sui centri di detenzione, quei lager come corso Brunelleschi a Torino o via Corelli a Milano, ovviamente per la loro chiusura, per spiegare che è indegno di una città civile, di un paese civile rinchiudere in gabbie persone che non hanno commesso reati di sorta. Tra l’altro questi campi di concentramento sono costruiti in piena città, hanno una rete attorno di solidarietà: in casi di rivolta o di evasione non sarà probabilmente come a Pantelleria o nelle campagne del ragusano, dove nessuno può vedere quello che succede. E, come in Belgio, la lotta contro le espulsioni dei singoli immigrati: ricordiamo che spesso gli immigrati lottano individualmente in modo feroce per opporsi all’espulsione in volo charter o in nave, e spessissimo li si imbottisce di valium, li si scoccia letteralmente ai sedili dell’aereo, si soffocano le loro grida con cuscini (come è tragicamente successo in Belgio, quando la polizia ha assassinato così una ragazza nigeriana). In Francia abbiamo assistito a campagne di boicottaggio delle compagnie aeree che fornivano i charter per espellere gli immigrati. Questi sono terreni di conflitto molto concreti, conflitto che magari si svilupperà in maniera del tutto diversa da quello che ci immaginiamo noi (chi a Parigi avrebbe mai pensato che trecento africani avrebbero occupato una chiesa?). Ma anche altri terreni di conflitto si possono aprire all’improvviso: abbiamo visto a Bologna una lotta significativa per la casa; in Germania (come già in Francia) un grosso dibattito sulla questione della cittadinanza che presto coinvolgerà complessivamente l’Unione Europea.
Come scrive Jacques Derrida: <Cosmopoliti di tutti i paesi, ancora uno sforzo!>.

SenzaFrontiere.Zip!
zip@ecn.org