Territoriemigranti
di Edoardo.Zip
L’occidente capitalista industrializzato
è giovane e bello, è fantasia, efficienza, potenza, sviluppo
e perfezione, ma soprattutto è ricco, molto ricco. Mito?, miraggio?,
realtà?, finzione?… forse tutte e quattro insieme; i paesi dell’opulento
e “civile” occidente si avviano di fatto ad essere eletti dall’umanità
gli unici territori in cui sia possibile una sopravvivenza dignitosa, esserci
con ogni mezzo necessario è, e sarà, il fine di molte esistenze
nel futuro prossimo. Viviamo effettivamente in paesi garanti di diritti
e democrazia o il “grande fratello” ha ancora una volta manipolato le nostre
coscienze per i suoi sordidi fini? La risposta non è certo delle
più immediate ma se vogliamo comprendere il fenomeno immigratorio
nella sua complessità, e soprattutto tentare soluzioni alternative
all’idiozia dell’arroccamento occidentale, questo è senza dubbio
il punto d’inizio.
“Think global, act local”
sembra ancora una volta essere il paradigma obbligatorio per agire
nelle trasformazioni sociali del prossimo millennio. Agire nei contesti
locali, dunque, con differenti e molteplici soluzioni. Ma come? Su queste
tematiche più o meno tutte le forze ed i soggetti politici hanno
sempre agito soltanto in fasi emergenziali, privi quindi di indirizzi
e percorsi politici organici e costruttivi. Ciò che è mancato
più di tutto è stata una visione allargata del problema,
cosi’ allargata da arrivare fin oltre i confini del mondo occidentale.
La questione immigratoria
viene troppo spesso affrontata come un problema che riguarda esclusivamente
i territori meta delle migrazioni e non quelli da cui provengono i migranti.
Per un’umanità che si voglia definire tale è di per se aberrante
che milioni, forse miliardi di abitanti del pianeta siano costretti ad
abbandonare le loro terre natie per ragioni legate alla mera sopravvivenza.
Il divieto di circolazione diventa così un assurda operazione per
mascherare le enormi contraddizioni di un modello di sviluppo che, senza
alcuna opposizione, continua a fare del sud del mondo territorio di spoliazione
e sfruttamento. Dunque il primo enorme ostacolo verso un mondo in cui chiunque
possa circolare liberamente non sono le frontiere, i passaporti , i permessi
di soggiorno, bensì’ i grandi flussi di capitali che dopo aver reso
debitori a vita i paesi meno progrediti ne impediscono oggi uno sviluppo
autonomo ed omogeneo controllando economicamente qualunque iniziativa politica
o sociale. Questo è il primo grande nemico di un terzo millennio
senza frontiere. Le politiche sull’imigrazione dei paesi occidentali, da
Schengen ai centri di detenzione, non sono altro che sordite e raccapriccianti
soluzioni ad una situazione che con il passare degli anni, e l’aumentare
spasmodico dei disequilibri, si è rilevata ormai ingestibile, una
risposta violenta e repressiva, ma del tutto inefficace, che il potere
politico-economico ha dovuto escogitare per mantenere la propria supremazia.
A questo punto, con una
situazione che vede il mondo spaccato nettamente fra aree ricche ed aree
povere, l’apertura indiscriminata di qualunque frontiera, senza alcuna
variazione degli attuali equilibri, difficilmente porterebbe ad un aumento
generalizzato della qualità della vita, sicuramente contribuirebbe
ad un ulteriore indebolimento dei paesi meno industrializzati, privati
prima delle loro ricchezze materiali e poi anche di quelle umane. Il libero
accesso indiscriminato finirebbe per essere l’ultimo atto della sottomissione
coloniale e imperialista che dopo aver spogliato i paesi sottomessi delle
loro risorse, dopo averli resi succubi economicamente, dopo averne distrutto
culture e tradizioni in nome del profitto, oggi riesce addirittura a privarli
della vita, riducendoli a deserti, additati a sinonimo di sfortuna, povertà,
miseria.
Che fare dunque? Sicuramente
non si può’ tollerare che milioni di persone siano considerate “clandestine”
e addirittura recluse perché provenienti da paesi più poveri,
né permettere che i confini dei “ricchi” siano resi simili a trincee
erette contro chissà quale nemico; tuttavia il solo rifiuto della
clandestinità non risolverà l’esodo coatto di milioni, forse
miliardi di abitanti del globo.
Parallelamente ad azioni
locali in cui venga rivendicata la piena legittimità a muoversi
ovunque nel cosmo bisogna iniziare a pensare a campagne per favorire un
nuovo modello di sviluppo autonomo ed indipendente dei paesi nativi dei
migranti, un progresso economico e tecnologico che sappia tener conto dei
troppi errori commessi dal modello occidentale, un esempio fra tutti la
questione ecologica e biocompatibile, non considerata per anni e ora emergenza
mondiale. Ci potremmo insomma trovare di fronte alla possibilità
di attuare un modello di sviluppo finalmente slegato dall’esclusiva logica
del profitto, che riuscisse a godere di una visione globale di cosa possono
oggi produrre scienza e tecnologia. Una politica fondamentale diventa quindi
quella rivolta a reperire flussi di capitale che possano essere impiegati
in progetti autonomi nei paesi in via di sviluppo, progetti che siano totalmente
gestiti e condotti da comunità locali e che abbiano facilitazioni
nel commercio con i paesi più industrializzati, diventando così
fonte privilegiata di reddito per i nativi. L’occidente deve peraltro iniziare
a pensare a rapporti con i paesi più’ poveri al di fuori della logica
del “minor prezzo”, iniziare quindi ad intrecciare rapporti economici non
lucrosi ma con il preciso fine di ossigenare lo sviluppo di determinati
territori. E’ del resto nell’interesse di tutti i paesi a capitalismo avanzato
che ben presto si accorgeranno quanto le barricate sui loro confini potranno
ostacolare, rallentare, ma non certo estinguere il flusso migratorio.
Un progetto in tal senso
non deve di certo permettere che venga lasciata in secondo piano la costruzione
di un modo multietnico, un percorso che sicuramente è già
stato intrapreso, loro malgrado, da ormai tutti i paesi occidentali, già
oggi abitati da milioni di persone di etnie e culture differenti.
L’Italia ha iniziato a fare
i conti con l’immigrazione extracomunitaria una decina di anni fa, un fenomeno
totalmente nuovo che ha trovato la nostra società assolutamente
impreparata sia a livello organizzativo che culturale. Accogliere ed ospitare
centinaia di migliaia di persone che arrivano in genere prive di qualunque
bene o mezzo di sussistenza non è sicuramente gestibile con l’improvvisazione.
Anche se il paragone più
facile è quello con il fenomeno immigratorio italiano sud-nord questo
è sotto molti aspetti fuorviante. Innanzitutto perché all’epoca
il flusso migratorio era un fenomeno circoscritto mentre oggi ci troviamo
di fronte ad una dimensione mondiale con tutte le implicazioni che questo
comporta, in secondo luogo perché il divario culturale che esisteva
fra migranti e popolazioni del nord del paese era del tutto insignificante
rispetto alla vastissima molteplicità di differenti culture e tradizioni
che oggi vengono ad incontrarsi e convivere, in fine, allora era
in pieno sviluppo un sistema produttivo che richiedeva quantità
ingenti di mano d’opera in territori ben individuabili e circoscritti,
oggi avviene l’esatto contrario.
Ci troviamo di fronte a
un fenomeno globale ma con forti specificità localistiche, dovute
soprattutto alle diverse realtà politiche ed economiche che hanno
legato nella storia recente i singoli paesi occidentali al sud del mondo.
E’ evidente , ad esempio, che la condizione degli immigrati in Italia sia
oggi molto differente da quella degli immigrati in Francia o in Germania
dove il fenomeno esiste da molto più’ tempo ed ha quindi creato
radicamenti sociali e culturali differenti. L’odierno flusso migratorio
va dunque affrontato in maniera singolare ed autonoma, con una grande sensibilità
verso le caratteristiche locali del fenomeno.
L’indifferenza con cui In
Italia forze politiche hanno affrontato il problema fin dalle origini ha
causato un fenomeno di nuovo inurbamento squilibrato e massificante, a
tutto svantaggio delle aree più povere dei centri urbani che hanno
subito l’impatto più forte e destabilizzante. Si è verificato
un “sovra-inurbamento” di molte zone tradizionalmente popolari degli
agglomerati urbani, luoghi che offrivano interstizi fisici e sociali in
cui gli immigrati potevano facilmente inserirsi, creare micro comunità,
tessere una rete di amicizie e conoscenze per la sopravvivenza e lentamente
iniziare a cercare contatti ed opportunità con il paese ospitante.
E’ il caso delle centinaia di zone depresse che un tempo vivevano attorno
a grossi poli produttivi e che oggi vanno lentamente trasformandosi in
un qualcosa di non ben definito fra pretese post-industriali e nostalgia
di un’identità perduta. Questo lento trapasso, già di per
se greve ed estremamente difficile per la popolazione residente, è
stato reso ancora più drammatico dall’arrivo di migliaia di persone
con i loro bagagli di miseria e disperazione che hanno trovato un paese
fondamentalmente ostile ma tollerante a condizione che si stabilissero
in zone delimitate e circoscritte, il contrario insomma di un’integrazione
omogenea ed equilibrata. Questa situazione si è localizzata sul
territorio nazionale a macchia di leopardo; in territori vicinissimi, anche
nella stessa cittadina, si sono venute a creare sacche di degrado ed estrema
povertà a pochi chilometri da zone che hanno tuttora l’unico contatto
con l’immigrazione attraverso i giornali. Una situazione certo non legislativamente
determinata ma creata da una gestione delle città fondamentalmente
“classista”.
Le zone “bene”, vetrine
delle città, non hanno tollerato fin dall’inizio alcun nuovo immigrato,
sia attraverso una politica dei prezzi degli affitti sia attraverso esplicite
intimidazioni delle forze dell’ordine. Al contrario le zone urbane tradizionalmente
popolari, ed in passato fucine della cultura operaia, sia per vocazione,
sia per mancanza di “difese” istituzionali, sono diventate meta dei nuovi
flussi immigratori. Presto la situazione è degenerata, non tanto
per un sentimento razzista latente, quanto perché la sovrappopolazione
di quartieri di per se già disagiati ha portato ad acuirsi tensioni
da sempre esistenti. La protesta popolare non ha tardato a farsi sentire,
confusa, aleatoria, talvolta qualunquista , in cerca di identità
come le zone da cui proveniva, tuttavia, in parte, sinceramente popolare,
mossa da bisogni reali che rivendicavano il diritto al benessere, alla
sicurezza fisica e psicologica, a denunciare che quel modello di società
felice ed opulenta tanto propagandata dai media era assolutamente assente
nella vita reale.
Bisogna precisare che questa
è stata fin dall’inizio una componente della protesta, forse anche
maggioritaria, a cui si sono uniti però elementi razzisti, intolleranti,
interessi di bottega e grettezza quotidiana. Di fronte a una sinistra tanto
ideologica quanto idealista la protesta è stata accolta a braccia
aperte da chi, terrorizzato dai cambiamenti del mondo, è da sempre
in cerca di un capro espiatorio a cui addossare tutti i mali presenti e
futuri.
Gli immigrati sono cosi
diventati il cavallo di battaglia di tutte le destre, che mai prima d’ora
erano riuscite ad ottenere tanti consensi nei quartieri più poveri
e disagiati delle città. Improvvisamente richieste originarie di
più servizi, meno speculazione edilizia e quindi meno sovraffollamento,
si sono trasformate, o per meglio dire sono state abilmente trasformate,
nel rifiuto assoluto del diverso, di chi non era omologato ad un certo
tipo di vita, usi, costumi, tradizioni, valori, qualità che
venivano per comodità riassunte in un sostantivo: extracomunitario.
Inizia cosi’ la lunga storia dei “comitati spontanei” che anche se inizialmente
erano orientati ad una giusta richiesta di miglioramento della qualità
della vita finirono ben presto in una protesta rozza e meschina anti-immigrato,
e soprattutto non riuscirono a proporre alcuna soluzione alternativa se
non quella della cacciata razzista dei “non italiani”.
Oggi la situazione è
diventata particolarmente difficile da affrontare, se da una parte i comitati
spontanei si sono arenati su richieste e pretese impossibili, essere “contro”
l’immigrazione non ha più alcun senso, dall’altra la sinistra continua
a promuovere ideali di giustizia ed uguaglianza basati su una generica
tolleranza che difficilmente trova riscontro nei quartieri più soggetti
al flusso immigratorio. Bisogna iniziare a pensare ad un progetto organico
che riesca a coniugare la giusta richiesta di uno sviluppo più omogeneo
ed equilibrato delle megalopoli urbane e la possibilità di inserimento
di cittadini provenienti dai paesi del sud del mondo. Garantire quindi
il libero accesso a chiunque ma lottare perché vengano istituite
strutture di accoglienza disseminate sul territorio, perché vengano
costruite o reperite nuove abitazioni per coloro che sono appena giunti,
evitando di ammassarli in zone limitate e circoscritte. Lottare perché
tutta la città sia investita dal fenomeno e non solo le zone più
povere, lottare contro la speculazione edilizia a tutti i livelli che vede
negli immigrati un affare lucroso. Creare comunità territoriali
che riescano, al di fuori dei percorsi istituzionali, ad affrontare il
problema della criminalità che si pone oggi in modo del tutto nuovo
e violento e a cui certo non si può rispondere con la mera tolleranza.
Raggiungere questi obbiettivi
è l’unico modo per evitare lo stato di polizia invocato dalle destre.
Fornire insomma un’alternativa alla soluzione repressiva che oggi gode
dei massimi consensi essendo l’unica proposta politicamente formulata.
E’ su questo campo che nei prossimi anni si svolgerà lo scontro
fra disordine, ingiustizia ed uguaglianza.