Terra
di Nessuno
di Marco Revelli
da Carta n°2
Visto da questa estrema periferia
del mondo, e tutto più chiaro. Li, a non più di un chilometro
di distanza, sotto i grandi tiranti d’acciaio dello Stadio, irto di torri
e tralicci come un maniero medievale, si esibiscono con stanca regolarità
ogni domenica uomini “quotati” ormai nell’ordine dei 50, 60, talvolta 70
miliardi di lire. Qui, in questa terra di nessuno brulla, spoglia,
morta, al di qua dell’immensa spianata grigio-cemento dei posteggi, dei
magazzini e dei capannoni industriali, abitano uomini il cui valore monetario
s’avvicina allo zero assoluto. Quelli per cui non si paga l’acquisto, ma
l’espulsione. Che non si comprano, ma si vendono come appunto si fa con
le scorie. E con i rifiuti ingombranti.
Il “campo” si estende per
un centinaio di metri proprio ai piedi della massicciata della tangenziale,
dove lo svincolo impone una leggera curvatura al percorso. Di sopra, inconsapevole,
corre veloce la città in movimento: il flusso denso al mattino verso
il lavoro; quello più frammentato e stanco della sera; e il continuo
ronzare profondo dei TIR con i semilavorati per le fabbriche della cintura
industriale e le merci finite per i mercati del resto del mondo. Davanti,
lontano, s’intravede la città ferma: i casermoni della periferia,
e oltre – più un bagliore che una forma – il centro opulento. In
mezzo, un vuoto piatto, lattiginoso e sporco fatto di piazzali, depositi,
e strade che hanno ormai perduto il senso della propria direzione qui dove
la città finisce e indugia, accumulando disordinatamente i propri
rifiuti. Qualche centinaio di metri a nord, l’immensa discarica delle Basse
di Stura distilla il proprio fetore, tra nugoli di gabbiani sporchi. A
meno di due chilometri, verso sud, oltre la barriera metallica del supercarcere,
l’ex quartiere dormitorio delle Vallette custodisce dietro i muri rossastri
di mattoni a vista le sue scandalose percentuali di disoccupazione (33
per cento per gli adulti, 46 per i giovani), e il suo precoce invecchiamento.
Qui erano ricaduti, nella
tarda primavera, dopo aver sbattuto contro i tanti muri di Schengen, i
primi ROM rumeni, poche decine, in attesa di ritentare la via della Francia.
Si erano potuti attendare grazie all’invisibilità del luogo – alla
sua natura, appunto, di “terra di nessuno” -, crescendo a poco a poco di
numero. E forse avrebbero potuto restare ignorati ancora a lungo, se non
fosse stato per l’estate. Nel campo non c’era una goccia d’acqua. Ne un
servizio igienico. Ne un centimetro d’ombra. Solo l’erba stentata sulla
terra polverosa, e una gran spianata d’asfalto che sotto il sole si surriscaldava
e bolliva. Nell’afa asfissiante del luglio torinese, le piccole “canadesi”
in cui dormivano ammucchiati interi gruppi familiari decine di bambini,
molti neonati – diventavano invivibili, e l’unita sanitaria competente
lancio l’allarme. Si accennava minacciosamente ad un qualche rischio di
epidemie, si citavano alcuni casi di scabbia. Soprattutto si chiamavano
in causa le amministrazioni comunali che fino ad allora si erano accanitamente
rifiutate anche solo di ammettere la situazione, sperando in un abbandono
spontaneo. E che di fronte all’emergenza risposero a modo loro: trincerandosi
dietro burocratiche “questioni di confini”.
Torino “scoprì” che
Corso Cuneo – il lato orientale del perimetro del campo: una strada che
incomincia nel nulla e nel nulla finisce – era il proprio estremo limite
occidentale, e che quindi quel frammento di miseria li accampato non la
riguardava. Per una quindicina di metri apparteneva grazie al cielo ad
“altri”. Per la precisione al comune di Venaria Reale. Il sindaco di Venaria,
per parte sua medico, cattolico, eletto da una coalizione di Verdi, Rifondazione
e Rete – prima lamento, non senza ragioni, che duecento nomadi, quasi irrilevanti
per una metropoli, sono un peso sociale eccessivo per un paese di trentamila
abitanti, afflitto da un tasso di disoccupazione più alto della
media torinese (tra il 15 e il 20 per cento). Poi disse che aveva i “suoi”
sfrattati da sistemare, il “suo” disagio giovanile da curare, i “suoi”
cittadini da tutelare. Infine, messo alle strette dai certificati sanitari,
minaccio lo sgombero forzato. Verso dove non si sa. Comunque fuori dal
“suo” territorio.
Divise su tutto, entrambe
le amministrazioni erano pero concordi su una cosa: che anche la minima
concessione “umanitaria” sarebbe suonata come “incentivo”. Avrebbe non
solo confermato l’insediamento, ma attirato nuovi “ospiti” indesiderati,
secondo le leggi di questo disperato mercato della miseria (trans-nazionale
e globalizzato più di ogni altro) nel quale anche un microscopico
innalzamento dell’“offerta esistenziale” – una qualche concessione al “dovere
d’ospitalità” attira un’infinita e insoddisfatta “domanda di sopravvivenza”
accumulatasi immediatamente a ridosso dei nostri confini, dentro le linee
di frattura delle molteplici crisi balcaniche ed est-europee, e dotata
di insospettabili capacita di comunicazione e conoscenza grazie alle reti
lunghe familiari. L’idea era dunque di scoraggiare, mantenendo il più
basso possibile il tasso di vivibilità di quel frammento di territorio
“invaso”, per non dover affrontare domani il disordine di un afflusso incontrollato,
la rivolta dei cittadini offesi, la minaccia dei “comitati”. . . Di sperare
che la durezza della natura l’avesse in qualche modo vinta sulla resistenza
degli uomini (e soprattutto delle donne e dei bambini).
Era, quello, il modo con
cui la burocrazia locale interpreta il concetto weberiano di “etica della
responsabilità” la teoria, cioè, secondo cui compito del
buon politico non e quello di agire secondo “princìpi”, ma tenendo
conto delle conseguenze dei propri atti per la propria comunità
di riferimento, operando non sulla base di “intenzioni” ritenute buone,
ma dei “risultati” prevedibili. Forse l’unico modo di interpretare questa
massima che ha ispirato, e fondato, tutta la politica novecentesca, a destra
come a sinistra. Fatto sta che al campo di Corso Cuneo la poca acqua che
per qualche giorno era stata concessa venne subito “tagliata”. Che nonostante
le pressioni e gli allarmi dell’autorità sanitaria, non furono collocate
ai bordi del piazzale che 2 (due!) latrine mobili, straordinariamente a
spese del comune di Torino. E che anziché medici, assistenti e volontari,
arrivarono sempre più frequentemente vigili e poliziotti. La prima
volta in forze, alle prime luci dell’alba, con gipponi e l’appoggio di
un elicottero che sollevo una tempesta di polvere, fece volare le povere
tende e terrorizzo i bambini; presero le generalità e le impronte
digitali a tutti, anche ai neonati, come si fa con i criminali. Poi in
forma meno clamorosa, spesso di notte: gli uomini in divisa arrivavano,
sbattevano le porte delle auto, aprivano le tende, frugavano impudicamente
con le torce elettriche tra i mucchi di stracci e di umanità e se
ne andavano. Talvolta segnavano con vernice l’ingresso, come nelle storie
dell’Antico Testamento. Per “censire”, dicevano.
A tenere aperto un dialogo,
rimasero solo la “Rete d’urgenza contro il razzismo” di Carlo Tagliacozzo,
con la sua ragnatela di associazioni di volontariato laiche e cattoliche,
la cooperativa sociale “Senza Frontiere” di Giovanni Amedura (incaricata
dalla Provincia, l’unico ente pubblico responsabilizzatosi, di seguire
la situazione sanitaria) con i suoi mediatori culturali, e un pezzo di
Rifondazione.
La prima volta che sono
venuto a dormire al “campo” di Corso Cuneo, e stato il 15 novembre, la
notte in cui cadevano le stelle. Tirava un vento freddo e teso, giù
dalla Val di Susa, e il cielo era limpido e brillante come accade solo
qualche volta nell’anno, quando tutta l’atmosfera si muove e si pulisce.
Nell’aria tersa le scie fugaci delle meteore si confondevano con le scintille
del falò acceso sulla terra gelata, intorno al quale s’intravedevano
le sagome scure di una quarantina di persone. Uomini e donne ROM si scaldavano
in circolo, mescolati a quelli del “Gabrio” con cui riuscivano chissà
come a comunicare, nonostante le differenze di lingua. Sul piazzale un
giovane dalla faccia pulita e triste aveva tirato fuori dalla sacca una
vecchia racchetta, e intratteneva i bambini: “Sono un anarchico. Ho saputo
dal giornale...”. Poco più in la un operaio in pensione distribuiva
con parsimonia caramelle.
Ancora una volta era stato
un mutamento di stagione a riportare alla superficie il “campo ROM”. L’avvicinarsi
dell’inverno, il precipitare della temperatura avevano portato al limite
le condizioni di vita. Nelle notti di meta novembre si era arrivati a 5,
6 anche 7 gradi sotto zero. Numerosi bambini avevano dovuto essere ricoverati
in ospedale. Uno, di pochi mesi, aveva rischiato la vita per una grave
crisi respiratoria. Cosi in Comune alcuni di noi avevano deciso di dare
un qualche senso al proprio ruolo istituzionale condividendo un sia pur
minimo brandello della nostra vita con quegli “in- visibi1i”, nella speranza
di contagiare la loro cittadinanza ridotta a zero (quel vuoto di diritti)
con la nostra cittadinanza ipertrofica (con i nostri privilegi istituzionali3.
O comunque di attirare uno sguardo, sia pur distratto, da parte dei “decisori
pubblici”.
In quattro avremmo trascorso
le notti li (Daniela, Ennio, Mario ed io), insieme a quelli di “Senza Frontiere”
e a qualcuno dei centri sociali, finché qualcosa non si fosse mosso.
E forse avremmo potuto capire qualcosa di più di quella comunità.
La quale, rispetto all’estate,
era in parte cambiata. Ora, sul fronte di Corso Cuneo, era allineata una
fila di vecchie roulottes. Più rottami che veicoli, ceduti dai ROM
slavi di più antico stanziamento per circa 200 mila lire l’una,
in quel circuito di scambio informale che attraversa le tante comunità
sommerse della città, e ne assicura la sopravvivenza. Ma, subito
dietro, i meno fortunati dormivano ancora nelle “canadesi”: una distesa
di piccoli monticelli sull’erba, alti non più di un metro, ricoperti
di stracci che li facevano sembrare avvallamenti naturali, o tane di talpe.
Passandovi accanto, nel buio della sera avanzata, si potevano sentire voci
sommesse che sembravano uscire dalla terra, qualche pianto di bambino,
e un odore greve d’umanità ammucchiata. Anche il numero era variato:
310, qui, di cui 145 minori, 26 lattanti e 30 donne in stato di avanzata
gravidanza. Un’altra ventina di famiglie, in tutto 76 persone di cui 30
minori e 6 lattanti, trasferite da poco in via Germagnano, sotto il ponte
della ferrovia di Corso Vercelli, tra le sponde della Stura e il muro di
cinta del canile comunale. Una copertura sulla testa, ma il tormento dell’umidità
e dei topi. Quasi 400 persone in tutto, che nei giorni successivi ci avrebbero
rivelato un po’ della loro storia.
“Noi veniamo dall’India,
“indoeuropei”. Siamo stati pirati, allevatori di cavalli, schiavi. Poi
e arrivato l’amico Adolf, col suo mito dell’ariano biondo, e trecentomila
di noi sono stati sterminati, meta di tutti gli zingari europei”. Cosi
aveva risposto, con polemico orgoglio, Janco – l’unico a conoscere bene
l’italiano a un giornalista che insisteva per sapere “da dove arrivasse”
quel gruppo di nomadi. E aveva aggiunto: “Per favore, se volete davvero
aiutarci, restate. Altrimenti, andate. Di beffe ne abbiamo già ricevute
troppe”. Poi, nelle complicate conversazioni intorno al fuoco, guadagnata
un po’ di fiducia, aveva lasciato filtrare dalle ombre del viaggio qualche
brandello della incerta geografia mobile del gruppo.
Il grosso proveniva da paesi
dal nome sconosciuto come Ibnderei, Fetesti, Ialomita, centri rurali a
qualche decina di chilometri ad est di Bucarest dove erano stati “sedentarizzati”
da Ceaucescu alla sua maniera: alcuni mesi di galera per chi fosse stato
trovato nella condizione di “nomade” e poi la concessione di una casa e
un lavoro. Erano diventati contadini, carpentieri, muratori, imbianchini.
Qualcuno aveva potuto frequentare le scuole “alte”: Janco, per esempio,
era un chimico. Aveva un buon lavoro in una centrale nucleare rumena. I
figli andavano a scuola, come a suo tempo il padre aveva mandato a scuola
lui, e ne era orgoglioso. Ma alla caduta del regime le cose erano peggiorate.
Nel clima di riconquistata libertà, era riaffiorata l’antica ostilità
della popolazione verso l’etnia ROM. In particolare da parte dell’altra
minoranza, quella ungherese. E la crisi economica aveva fatto il resto,
riacutizzando le “guerre tra poveri”, facendo riaffiorare la pratica dei
pogrom seppellita sotto una sottile superficie di civiltà coatta.
Tre del loro gruppo erano stati ammazzati. Molte case bruciate. I bambini
minacciati, allontanati dalle scuole, isolati. Nel paese che affondava
nella miseria centomila lire al mese e un salario normale, ci ripetono,
come qui la paga di due giorni -, le comunità ROM di Tenderei, Fetesti
e Ialomita cadevano al di sotto di quell’incerta linea d’ombra che costituisce
il limite di sopravvivenza. Lacerato il sottile involucro della stabilizzazione;
si vedevano costrette a ritornare sulla strada, e riprendere il loro eterno
movimento, più come una condanna, ora, che come una scelta: Ungheria,
Slovenia, Istria, lambendo i buchi neri dell’ex comunismo e le macerie
di una guerra civile; poi l’entrata da un qualche oscuro passaggio nella
terra promessa d’Europa, il Nord Italia, la Francia, (forse) la Spagna,
da cui si rimbalza indietro sotto l’intimazione di polizie dalle molte
divise ma con un’unica legge, quella di Schengen che impone che a badare
ai propri immigrati sia il primo paese europeo in cui sono entrati, e quindi
il ritorno in Italia, nella Torino della Sindone e dei milioni di pellegrini.
La Torino del mito industriale e dei santi sociali, del movimento operaio
e democratico, dell’innovazione tecnologica e delle “grandi famiglie” filantropiche;
la Torino che appena un anno prima aveva sconfitto una destra xenofoba
e forcaiola e che aveva affidato i propri servizi sociali a un esponente
di punta del cattolicesimo sociale. Questa Torino, come avrebbe potuto
mancare alle proprie promesse umanitarie? Ora erano li, sospesi tra indifferenza
e ostilità. In un triangolo di terra che e periferia della periferia,
e che tuttavia gli veniva negato come se fosse l’Eldorado.
Il 17 novembre e (apparentemente)
un giorno fausto. Il giorno delle “ragioni ascoltate”. Il sottosegretario
agli interni, La Volpe, e in visita di “pacificazione” a Torino. Ascolterà
tutti, centri sociali e “comitati di cittadini”, San Salvario e “Gabrio”.
. . Gli e stato chiesto di ascoltare anche la voce dei campi di Corso Cuneo
e di via Germagnano. Alle cinque del- la sera siamo li, nella sala di rappresentanza
della prefettura. Otto ROM, cinque uomini, una donna incinta e una madre
con bambino siedono sulle poltroncine di raso rosa, davanti al tavolo rococò
massicciamente intarsiato. Di fronte, il Prefetto di 1orino, il suo Capogabinetto,
e un viceministro della Repubblica li ascoltano con espressione intenta.
Loro parlano di cessi negati, di acqua tagliata, di freddo, malattie, topi,
e gli altri assentono gravemente. Dicono di abusi amministrativi, di diritti
negati con espedienti burocratici. Descrivono il circolo vizioso per cui
senza permesso di soggiorno niente lavoro e niente domicilio, ma senza
lavoro e domir:i1io niente permesso di soggiorno. Raccontano come gli sia
stato sistematicamente negato il sussidio di 35 mila lire al giorno che
spetta per legge a chi fa domanda d’asilo politico, perché mancanti
di un domicilio legalmente riconosciuto. A tratti il viceministro si rivolge
severamente al prefetto con uno stupito “e vero?”, e il funzionario si
stringe, contrito, nelle spalle: “Si, e vero”. Si arriva persino a discutere
la soluzione più ragionevole e “civile”, varie volte avanzate dalla
cooperativa “Senza frontiere” e sempre inascoltata: dividere la comunità
ROM in gruppi di un centinaio l’uno (sufficientemente grandi da non costringere
alla separazione i gruppi parentali e le reti amicali, abbastanza piccoli
da limitarne l’impatto “ambientale” sui quartieri circostanti), affidando
a ognuno di essi una delle tante scuole comunali in abbandono (se ne sono
censite ben otto) che, con il loro lavoro e con l’appoggio della cooperazione
sociale, essi si impegnerebbero a restaurare e a restituire in ordine in
primavera, superata l’emergenza inverno...
Nell’osservare la scena,
non riesco a reprimere l’euforia: il popolo degli abissi e arrivato faccia
a faccia con i vertici dello stato. Gli invisibili, gli ultimi, sono arrivati
a guardare negli occhi i primi, e a esserne “visti”. Ma non posso negare
il disorientamento, tante sono le certezze che, in pochi minuti, devo rivedere.
Sono stato sempre convinto del primato della dimensione municipale su quella
statale nazionale. Ho sempre pensato che in fondo solo chi si muove al
livello del suolo sappia vedere e sciogliere i nodi della convivenza civile,
mentre il “centro”, ciò che aleggia al vertice dello stato-nazione,
sia cieco e sordo, non sappia che muoversi “dall’alto” per decisioni burocratiche
e astratte, incompatibili con la complessità territoriale del nostro
tempo. Ora mi ritrovo a ringraziare il cielo che esista un’“autorità
centrale”, lontana dall’alito caldo delle passioni e dei rancori locali,
e per questo capace di prescinderne seguendo logiche in qualche misura
“universali”, al contrario di quanto avviene per gli amministratori comunali.
In particolare per quella figura tanto idealizzata del “sindaco della gente”,
ostaggio delle aggregazioni rissose micro-comunitarie, dei più gretti
interessi di quartiere, delle logiche asfittiche della conflittualità
orizzontale che vede ogni comunità, in particolare le più
povere e disagiate, competere con quella contigua per l’accaparramento
di risorse sempre più scarse. Lo stesso reticolo dei confini amministrativi
che ritagliano il perimetro delle amministrazioni locali in qualche misura
adeguato all’“economia di luogo” fino a ieri prevalente – si rivelano terribilmente
inadeguati rispetto alle logiche delle attuali “economie di flusso”: ai
meccanismi che affidano il mutamento locale a processi decisi e originati
comunque altrove, siano essi i sommovimenti finanziari generati dalle borse
mondiali, o i movimenti migratori scaturiti dai conflitti etnici del nuovo
disordine mondiale. Che senso ha distinguere il territorio di Torino e
quello di Venaria o, che so, di Borgone, Caselle o Pianezza di fronte alla
scia lunga di meteore come quella ROM, staccatasi dall’est e caduta casualmente
qui?
Quando usciamo, di fronte
alle aspettative ottimiste degli amici ROM, so solo rispondere che, in
italiano, la “volpe” e il nome di un animale molto furbo. E che l’unica
cosa certa e che, da oggi, per lo meno, nessuno può più dire
“non sapevo”.
I primi segnali sembrano
dar ragione allo “Stato centrale”. Una riunione in Prefettura, presenti
gli amministratori locali coinvolti, si e conclusa con l’impegno di dare
ai ROM un tetto, nell’ex caserma “Gamerra” di Venaria. Non e la soluzione
che avremmo preferito, compartecipata e “pedagogica”, ma per lo meno non
rischieranno l’assideramento. Nel frattempo, le pratiche per la raccolta
delle domande d’asilo politico otterranno priorità assoluta.
Cosi nel pomeriggio del
18 novembre. Ma già alla sera scatta la reazione del “locale”. Dalla
giunta comunale di Venaria parte un siluro contro la soluzione “prefettizia”.
La caserma e nel centro storico, troppo vicino alla “Reggia” luogo sacro
sabaudo -, troppo in mezzo alla gente. La stabilizzazione anche temporanea
sul suo territorio e un atto di prevaricazione della metropoli sulla periferia.
Sono in agitazione gli imprenditori di Corso Cuneo: i padroncini degli
spogli cubi di cemento ed Eternit che fiancheggiano la strada e che, sostengono,
vedono i propri “vantaggi competitivi” messi a rischio dalla presenza ROM
che scoraggia e allontana i clienti stranieri. Si stanno costituendo in
“comitato” gli abitanti del quartiere Gallo Praire, in particolare quelli
delle villette a schiera recentemente costruite nel vuoto assoluto della
periferia, prive di infrastrutture e servizi, che hanno visto precipitare
il valore dei propri immobili (in cui avevano investito i risparmi di una
vita) e che ora ne attribuiscono la causa non allo squallore del luogo,
ai tralicci dell’alta tensione che sfregiano la zona, alla discarica, alla
tangenziale e al caos dello stadio, ma alla “vista” dei nomadi. Al loro
“inquinamento ambientale”. Dunque l’unica soluzione accettabile non può
che essere l’espulsione immediata. Quei “residui umani” devono essere rimossi,
prima dell’Eternit, dei fumi industriali e dei gabbiani fradici di Basse
Stura. . . Si ripiega su una soluzione di emergenza. In via Germagnano
il comune di Torino metterà a disposizione 15 roulottes, in modo
da offrire un rifugio caldo per tutti i nuclei familiari. In Corso Cuneo
la Croce Rossa monterà alcune tende (otto) di medie dimensioni,
in attesa del verdetto della Commissione per l’asilo politico. Ma la giunta
di Venaria recalcitra ancora. Le tende, se riscaldate, rischiano di rappresentare
un incentivo eccessivo all’insediamento. Meglio lasciarle al gelo. E senza
servizi igienici. E’ il sindaco stesso a presidiare l’area, interpretando
cosi il proprio ruolo di “imprenditore territoriale” a garanzia della competitività
della propria “unita locale di business”. Cosi la festa per il montaggio
delle tende si spegne subito nella delusione, quando se ne misura la temperatura:
ancora una beffa atroce, per chi dovrebbe lasciare il calore “animale”
delle piccole canadesi per lo spazioso gelo nelle nuove abitazioni. Solo
dopo una trattativa accanita si ottiene arte del compromesso un generatore
in grado di alimentare tre tende...
Intanto, in due furgoni
della questura posteggiati sul luogo, sfilano ad uno ad uno i ROM, a raccontare
faticosamente le proprie storie di diritti violati. E di paura.
Il colpo più duro
lo assesta pero lo “stato centrale”. Sabato 5 dicembre viene consegnato
ad ogni capofamiglia un Decreto della “Questura di Torino – Ufficio stranieri”.
Redatto in doppia lingua, come si addice ad una buona burocrazia nell’epoca
della globalizzazione, reca ben chiara in inglese l’intestazione: DEPORTATION
ORDER. Ben più esplicita della più farraginosa formulazione
italiana “Decreto di espulsione con intimazione”. Vi si afferma che il
1 dicembre 1998 si e riunita in Venaria Reale la “Commissione centrale
per il riconoscimento dello status di Rifugiato Politico”, composta da
1 rappresentante della Presidenza del Consiglio, da 1 del Ministero degli
Affari Esteri, e da 2 del Ministero degli Interni, oltre che dalla dottoressa
Helena Behr, rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite
per i Rifugiati. Che essa ha preso in considerazione le domande degli interessati.
E che ha deciso di “non riconoscere lo stato di rifugiato”, a nessuno di
essi. Le motivazioni sono tutte identiche. Dicono che “dalle informazioni
risulta che in Romania non si verificano episodi di persecuzione diretta
di comunità di zingari”, che non sono stati forniti “argomenti che
possano far ritenere la possibilità di andare incontro a persecuzioni,
nel caso di eventuale ritorno in Patria”. E che quindi tutti gli interessati
dovranno “lasciare il territorio dello Stato italiano entro quindici giorni
decorrenti dalla data odierna” pena “l’accompagnamento coatto da parte
della forza pubblica”. Il dispositivo e generico, astratto, formale. Nessuna
storia “personale” e stata presa in considerazione. Un tratto di penna
frettoloso, uguale per tutti. La sera stessa la Croce Rossa preleva il
generatore che scaldava le tre tende. Il giorno successivo l’acqua viene
tagliata. Il campo ritorna al di sotto della linea d’ombra in cui l’avevamo
trovato.
Nella fredda domenica del
6 dicembre, sullo spiazzo gelato di Corso Cuneo, restano i ragazzi dei
centri sociali, venuti in massa a intrattenere i bambini ROM, qualche rappresentante
del volontariato torinese, i militanti di Rifondazione di Venaria. Poco
più in la, verso la barriera dei posteggi, la folla solitaria della
partita lascia lo Stadio. Lontano, dietro i muri rossi, grumi di rancore
metropolitano continuano a covare sotto la cenere, senza riuscire a scaldare
nessuno.