Un centro a Valona e traghetti legali
I trecento uomini armati
della mafia albanese che hanno sequestrato il capo della polizia di Valona
per scambiarlo con i loro gommoni sequestrati mi hanno fatto ripensare
a Valona; a quando, pure noi a bordo di una carretta del mare, abbiamo
attraversato in tanti quel maledetto canale. Si sono sovrapposte le immagini
date dai telegiornali con quelle raccolte con lo sguardo la sera dell’arrivo:
il palasport pieno di gente, come in uno stadio, che ci applaudiva, il
sapore strano di un’atmosfera a metà tra la presa per il culo e
la grande cerimonia da socialismo reale.
Troppo vero per essere uno
scherzo, e troppo pazzesco per essere del tutto vero.
Un gioco di ruolo, appunto,
dove pero la penalità per chi sbaglia può essere molto dura.
Noi li, misuravamo bene le parole. Contro gli scafisti, certo, ma consapevoli
che di fronte avevamo un’intera città che vive con gli scafisti.
Ricordo che con altri compagni tiravamo ad indovinare quanti erano armati
tra gli spalti. Il gioco e subito finito quando un volontario dell’Arci,
che opera a Valona, ha ricordato la morte di una studentessa di diciassette
anni, avvenuta tre giorni prima, per strada. Falcidiata da una raffica
di “Kala” mentre andava a scuola. Semplicemente perché passava nel
bel mezzo di uno scontro tra bande.
Il Palasport, alla denuncia
di questa continua barbarie, si è ghiacciato. Noi compresi. Parlare
tanto per fare e sempre una cosa abbastanza semplice. Cercare di capire
invece è uno sport sempre meno praticato. Li, nel Palasport di Valona,
in mezzo ai busti di Enver Hoxha ribaltati in un angolo, alle Mercedes
parcheggiate fuori, al ministro con le scarpe infangate, alle tute bianche
e al cd di Bocelli con l’aria della pubblicità Telecom, bisognava
farlo per forza. Non so quanti dei partecipanti a quel viaggio ci abbiano
pensato. Accade sempre che, per stare al gioco di ruolo, uno si emozioni
al rosso della bandiera albanese. Anche se c’è l’aquila nera in
primo piano. Come accade dall’altra parte, fra i governi: “gli scafisti
hanno vinto una battaglia, non la guerra”, dice Jervolino.
Bene, dobbiamo dedurre che
per vincere la guerra bisogna scatenarne una vera, con morti e feriti.
Sempre la stessa storia, si vogliono combattere i “commercianti di carne
umana” perché sfruttano la miseria della povera gente per arricchirsi:
e per fare questo si infierisce sulla stessa povera gente. Scateniamo una
guerra civile a Valona, le vittime non cambiano certo. La realtà,
quella che ti brucia come un pugno nello stomaco, è che il frutto
amaro della globalizzazione si chiama contraddizione. Non c’è il
bianco e il nero, ma il grigio, ovunque mescolato, quello che unisce gli
orizzonti del mare di Otranto con il cielo d’inverno. L’unico modo di districarsi,
per tutti, e quello di avere come riferimento l’umanita, la dignità,
il diritto delle persone ad esistere.
Questo deve venire prima.
Quella che sembrava una proposta tanto irrealizzabile quanto semplicistica,
i traghetti legali per introdurre i migranti in Europa, e con tutta evidenza
l’unica possibilità di affrontare il problema. Sempre che ci interessi
togliere il monopolio della disperazione a chi non fa differenze tra un
pacco’,’. un bambino o altro da trasportare. L’Europa questo deve fare.
Assumersi il carico di una ricchezza concentrata che da altre parti ha
prodotto devastazione.
La scorsa settimana, a Roma,
c’è stata una riunione tra Ya Basta, i centri sociali della carta
di Milano, Ics, Arci, alcuni Verdi, Derive Approdi. L’obiettivo e produrre
una grande iniziativa che sostenga il progetto del Centro di tutela per
migranti ed asilanti da aprire a Valona, e dei traghetti normali da istituire
e difendere per impedire la strage continua. L’altra Europa, certo, pensa
alle navi da guerra, alle guerre contro i poveri, ai soldi da difendere.
Fa il gioco di ruolo con chi pensa al colore delle bandiere e agli slogan
più da duri. La nostra Europa dovrà scontrarsi con entrambi,
muoversi nelle contraddizioni, andare avanti, tornare indietro, camminare
domandando. A volte pensando che e tutto troppo difficile per essere capaci
di affrontarlo, ma poi magari per scoprire che sabato scorso, a Milano
eravamo in ventimila. E un’Europa dove il conflitto ha un senso: serve
a stare meglio, tutti.