|
Press
[part #1] [part
#2] [printable]
Sylvia
aveva cominciato la sua avventura nella strada, battendo il marciapiede
dall'età di 11 anni. Iniziò presto a organizzare forme
di aiuto e solidarietà alle altre travestite e trans, che all'epoca
morivano comunemente per una coltellata, un'overdose o nei riformatori
di New York.
Aprì un rifugio che chiamò Star House (Street
Transvestite Action Revolutionnaires). Ben presto delusa e marginalizzata
dalla politica perbenista della maggioranza del movimento gay, che già
agli inizi degli anni '70 tolse i travestiti dalla propria agenda
politica, si diede alla droga e al vagabondaggio.
Sylvia accusò spesso il movimento gay di scarsa memoria: "La
scintilla della rivoluzione, l'abbiamo iniziata noi checche, travestiti
e puttane. Dove stavate voi,che eravate nascosti allora e venite a raccogliere
gli allori adesso, di una rivolta della quale non avete alcun merito?"
Solo
negli ultimi anni il movimento le riconobbe i meriti e le compagne del
M.I.T. l'hanno voluta in Italia per il Word Pride 2000. In quella occasione
il Movimento gay nostrano, quello con la m maiuscola, non l'ha riconosciuta.
Sul palco dove il fior fiore del ceto politico blaterava, Sylvia ha
dovuto faticare non poco per rompere il protocollo e rivolgere al mondo
il saluto trans, che era urlo, poesia e protesta insieme. In quel passaggio
in Italia le uniche realtà che l'hanno ospitata e hanno valorizzato
la sua esperienza sono state realtà antagoniste e radio di movimento
come Forte Prenestino
e Radio OndaRossa
a Roma e Radio
K a Bologna.
Nella fase più recente della sua vita, Sylvia
era tornata alla militanza aprendo un rifugio per transgender, la Transy
House a Brooklyn. Secondo le sue volontà è stata
cremata e le sue ceneri accompagnate su una carrozza, seguita da migliaia
di persone, dallo Stonewall e disperse nel fiume lungo cui le froce
da sempre continuano a battere. Da molto tempo la scena GLBTQ Newyorkese
non vedeva una folla così grande a scandire lo slogan che Sylvia
ripeteva sempre no rights no peace. |
La
storia di Sylvia è la storia di tutt* noi, la storia di chi
vede la propria esperienza calpestata e negata dai nemici di sempre
e spesso disconosciuta anche da chi dovrebbe essere al nostro fianco.
La storia di come lo sforzo di integrazione nell'esistente riproduce
meccanismi di esclusione, giochi di potere, identità sociali,
culturali, politiche stereotipate che perdono di vista il movimento
di liberazione. Di qua e di là dell'Atlantico. Non sono lontani
i giorni in cui si diceva ma cosa c'entrano le trans con il gay
pride? o con le lotte e le riflessioni di genere o la liquidazione
che negli anni '80 veniva fatta di tutte le esperienze dei collettivi
autonomi omosessuali che avevano preceduto e spianato la strada ai
monopoli, considerate come facenti parte di una fase infantile, immatura,
non al passo con i tempi di triste riflusso. Oggi che tutto questo
sembra alle spalle dobbiamo ricominciare a ricercare le tracce, riannodare
i fili, trovare le impronte dei tacchi a spillo cancellate dall'indifferenza,
spesso dalla superficialità, a volte dall'arroganza. E riprendere
in mano la nostra storia, tutta un'altra storia appunto, quella dei
movimenti di liberazione. Da qui la decisione da parte di tre realtà,
M.I.T. - Movimento Identità Transessuale, [antagonismogay]
e SexyShock - così diverse ma al contempo strettamente collegate
e complementari - di organizzare questo evento in uno spazio attraversato
da quel vasto movimento che per primo in Italia ha riconosciuto Sylvia
e il valore universale che ha la sua storia di liberazione.
[printable]
--
M.I.T. - Movimento Identità Transessuale
[antagonismogay]
SexyShock
|