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GILBERTO CAMILLA: LE PIANTE SACRE. Allucinogeni di origine vegetale

INDICE

1. IL PEYOTE E ALTRI CACTUS MESCALINICI
1.1.1 La radice del demonio
1.1.2 Il culto presso gli Huichol, il “popolo del peyote”
1.1.3 Il culto presso i Tarahumara
1.1.4 Il culto del peyote negli Stati Uniti
1.1.5 Il culto presso gli Apaches Mescalero
1.1.6 Il culto presso i Navaho
1.1.7 Usi non rituali del peyote
1.1.8 Usi terapeutici del peyote
1.2 Altri cactus mescalinici
1.3 Botanica
1.4 Chimica e farmacologia


2. L’AMANITA MUSCARIA
2.1 Il fungo maledetto
2.1.1 Il Soma e l’Haoma, il succo degli Immortali
2.1.2 L’Amanita muscaria nella cultura pre-vedica
2.1.3 L’Amanita muscaria in Siberia
2.1.4 L’Amanita muscaria nelle Americhe
2.1.5 L’Amanita muscaria nel mondo classico
2.1.6 L’Amanita muscaria nella tradizione europea
2.2 Botanica
2.3 Chimica e farmacologia


3. I FUNGHI SACRI DEL MESSICO
3.1.1 La storia dei funghi sacri in Messico
3.1.2 L’archeologia
3.1.3 Le fonti della Conquista spagnola
3.1.4 Dal passato al presente
3.1.5 L’America latina
3.1.6 I funghi allucinogeni in Thailandia e sud-est asiatico
3.2 Botanica
3.3 Chimica e farmacologia


4. L’OLOLIUQUI
4.1 Il serpente divino
4.2 Botanica
4.3 Chimica e farmacologia


5. IL FUOCO SACRO
5.1.1 Ergot ed ergotismo
5.1.2 I Misteri di Eleusi
5.1.3 Le tentazioni di Sant’Antonio
5.1.4 Ergotismo e stregoneria
5.2 Botanica dell’ergot
5.3 Chimica e farmacologia
5.4 L’LSD e le sue modificazioni chimiche


6. L’IBOGA
6.1.1 La radice della vita
6.1.2 Il culto bwiti dell’Africa equatoriale
6.1.3 Il rito presso i Fang
6.1.4 Il rito presso i Mitsogho
6.2 Botanica
6.3 Chimica e farmacologia


7. LA SALVIA DIVINORUM
7.1 L’erba della vergine
7.2 Botanica
7.3 Chimica e farmacologia


8. LE SOLANACEE PSICOATTIVE
8.1.1 Le Erbe del Diavolo dalla farmacopea alla stregoneria
8.1.2 Gli Alberi dei Morti
8.1.3 Gli unguenti delle streghe
8.2 Botanica
8.3 Chimica e farmacologia


9. L’AYAHUASCA, LA SACRA BEVANDA
DELL’AMAZZONIA 9.1.1 Usi tradizionali e sciamanici dell’ayahuasca
9.1.2 Il culto del Santo Daime
9.2 Botanica
9.3 Chimica e farmacologia


10. LE POLVERI DA FIUTO
10.1 Lo sperma del Sole
10.2 Botanica
10.3 Chimica e farmacologia


11. I FUNGHI ALLUCINOGENI DELLA
NUOVA GUINEA
11.1.1 La follia dei Kuma
11.1.2 Botanica
11.1.3 Chimica e farmacologia


12. ALLUCINOGENI MINORI, SOSPETTI E POCO NOTI
12.1.1 I funghi del genere Panaeolus
12.1.2 Botanica
12.1.3 Chimica e farmacologia
12.2 I funghi del genere Lycoperdon
12.3 La ninfea, il fiore dell’oblio
12.4 Il calamo aromatico
12.5 Il fico degli ottentotti
12.6 La calea zacatechichi
12.7 L’Heimia Salicifolia
12.8 La Tagetes lucida
12.9 La noce moscata
12.10 La Mimosa Hostilis
12.11 La Latua Pubiflora
12.12 Il Coleus
12.13 La ginestra
12.14 La Brunfelsia Grandiflora
12.15 Piante contenenti tuione
12.16 La Sophora Secundiflora
12.17 La Galbulimina Belgraveana
12.18 La Iochroma
12.19 La Kaempferia Galanga
12,20 Il Lagochilus
12.21 La Maquira
12.22 Il Peganum Hrmala
12.23 La Petunia
12.24 La Rynchosia

 

 

 

Introduzione

Il ricorso a sostanze chimiche ha accompagnato l’evoluzione della nostra specie, dall’Homo sapiens ad oggi.
Forse è perché il corpo stesso è composto di sostanze chimiche, ma tutti gli animali ricorrono ad esse per curarsi da qualche male.
Le reazioni chimiche sono i processi fondamentali della vita, ed è attraverso processi chimici che la vita si è trasformata, che l’essere vivente si accresce, mantiene il proprio equilibrio ed infine avvia i processi – anch’essi chimici – della morte. Con delle sostanze chimiche – gli alimenti – ci manteniamo in vita, con altre sostanze chimiche – i farmaci – ci curiamo dalle malattie.
Nell’uomo questa base biologica è ampliata e arricchita da una vita psichica altamente complessa e organizzata, per lo più di natura inconscia.
L’uomo primitivo si muoveva smarrito in un mondo estraneo, dove le spiegazioni scientifiche non esistevano ancora; si muoveva nell’ignoranza più completa di formule chimiche, di reazioni, di modificazioni evolutive. Ma la sua mente, strumento capace di processi di immaginazione e di proiezione delle fantasie interiori, gli forniva ugualmente una spiegazione, anche se per nulla obiettiva: la spiegazione magica.
Questa esigenza interpretativa e di elaborazione non è presente negli animali: essi non ne hanno bisogno perché non provano ansie o smarrimenti, angosce o sensi di colpa; provano soltanto paura di fronte ad un pericolo reale e hanno essenzialmente strumenti biologici per riconoscere il pericolo ed evitarlo. Nell’uomo invece esiste la coscienza, che lo accompagna dai primordi dell’umanità nel suo continuo rapporto con la realtà.
È attraverso la coscienza che l’uomo interpreta e dà un senso alla propria vita e alle sue relazioni, ma è anche attraverso la coscienza che egli vive i suoi bisogni di fantasia, di espansione oltre il noto e l’abituale, oltre i confini del quotidiano e del materiale. Verso un “altrove”. Un altrove che possiamo chiamare “divino” o “metafisico”, “psichico” o “emozionale”, e chissà in quanti altri modi, a seconda del nostro bagaglio culturale e delle nostre convinzioni etiche e politiche.
Questo “bisogno di espansione” è di fatto una “eredità biologica” e rappresenta una costante comportamentale che accompagna da sempre l’uomo – e probabilmente lo accompagnerà per sempre – senza distinzioni di razza o popolo; una costante che lo spinge a cercare, attraverso i più disparati (e spesso disperati) modi, di modificare il suo stato ordinario di coscienza, per vivere esperienze altre.
Molti sono gli strumenti atti a modificare la coscienza, ma uno dei più importanti, forse il più importante di tutti, per antichità, per universalità, sono stati i vegetali psicoattivi: in ogni parte del mondo sono diffuse piante e funghi il cui consumo produce nell’uomo visioni e allucinazioni, profondi stati emozionali diversi. In tutti i Continenti sono esistite – e continuano ad esistere ancora oggi – culture che utilizzano questi vegetali per trascendere la realtà ordinaria e per comunicare col “mondo degli spiriti”.
L’azione di queste sostanze è appunto lo stimolo all’immaginario, al fantastico, al piacere, attraverso la stimolazione di aree cerebrali percettive e cognitive. Nel cammino dell’uomo queste sostanze sono state immediatamente utilizzate; “immediatamente” nel senso di “senza mediazione” né scientifica né programmatica: non vi era bisogno di particolari elaborazioni per accettarle, perché esse erano “cibo”, un qualcosa da immettere nel corpo per vivere.
Non vi era bisogno neppure di particolari delucidazioni circa la loro utilità: esse stimolavano la mente, e l’uomo aveva imparato nella fondamentale lotta per la sopravvivenza che con le sole mani, le sole gambe, il solo corpo, non poteva vincere: lo poteva solo con la mente, con la coscienza.
Possiamo dividere queste piante in tre categorie distinte:
Alla prima categoria appartengono le piante la cui identità oggi può solo più essere ipotizzata, ma che sicuramente erano piante allucinogene. Il loro significato si perde nella notte dei tempi o tra le pagine dei Libri Sacri. Appartengono a questa classe il Soma vedico, l’Haoma persiano, l’Aradea babilonese, il Vischio dei Druidi, l’Alloro sacro ad Apollo; alla seconda quelle piante che pur avendo perduto il loro originario carattere sacramentale, continuano ancor oggi ad essere usate, o come mezzo di evasione o nella quotidianità: per l’opinione pubblica esse non sono più “droghe”. È il caso del tabacco, dell’alcool, del caffè e del tè. Il tè, ad esempio, prima di diventare la bevanda che tutti conoscono, era una “medicina”; e nell’antica Cina e nell’antico Giappone veniva impiegato per sostenere le meditazioni religiose. Ancora oggi in Giappone la “cerimonia del tè” è un complesso rituale teso a creare uno stato di calma e di serenità nei partecipanti: fedele allo spirito del Buddhismo Zen, la cerimonia del tè non è un’esperienza estetizzante fine a sé stessa, ma una profonda esperienza psicofisica il cui scopo è quello di aiutare chi la pratica a trovare un equilibrio interiore nella vita quotidiana. A questa seconda categoria appartengono anche quelle sostanze che hanno perso il loro aspetto ritualistico per diventare soltanto più mezzi di evasione: è il caso dell’oppio, della coca e della Cannabis.
Alla terza categoria appartengono infine tutta una serie di piante che, al di là delle loro differenze botaniche e delle loro differenti azioni fisiologiche, sono tutte considerate dalle culture che ne hanno fatto uso in tempi storici, piante sacre. Queste piante hanno tutte un punto in comune: sono tutte allucinogene; in grado cioè di provocare in chi le consuma stati visionari e onirici. Il loro uso presso le culture tradizionali era ed è tuttora confinato in un contesto esclusivamente religioso, e mai venivano (e vengono) usate per scopi puramente ricreazionali, anche se, ovviamente, la transe chimicamente indotta presenta tratti ricreativi e non esiste società umana da essere priva di qualche droga che permetta l’evasione dalla realtà quotidiana.
Queste sostanze sembrano permettere all’uomo di “soddisfare” quel bisogno di espansione che chiamiamo “impulso all’estasi”. L’inconscio viene proiettato nell’oggetto, e l’oggetto introiettato nel soggetto. È in questo modo che animali e piante si comportano come fossero uomini, gli uomini sono al tempo stesso animali o piante, ogni cosa è animata da spiriti e divinità. L’uomo moderno, “civilizzato”, si sente molto superiore a queste manifestazioni che definisce “primitive”, e le disprezza. Ma nella sostanza continua a comportarsi nella stessa identica maniera: come ci insegna la psicoanalisi spesso ci identifichiamo per tutta la vita con i nostri genitori, con i nostri affetti e i nostri pregiudizi; accusiamo gli altri di ciò che non vogliamo vedere in noi stessi. Come il così detto “primitivo” siamo posseduti da contenuti inconsci disturbanti, abbiamo gli stessi esorcismi protettivi. Certo, non ci serviamo più di talismani, di formule magiche, di sacrifici animali: ci serviamo però di ideologie, razionalismi, concettualizzazioni, malattie psicosomatiche….
Il rapporto fra queste sostanze e l’uomo è un campo estremamente complesso e vasto: che lo si voglia o meno ammettere esso si estende fino alla creazione dei miti e dei temi ricorrenti in tutto il mondo; tocca tutti gli aspetti dell’arte e dell’iconografia, dei sistemi tradizionali nel percepire e interpretare la realtà, la vita, la morte.
E sebbene noi pensiamo di sapere ormai tutto di queste cose, in realtà siamo appena agli inizi dell’esplorazione di questo vasto campo, così come stiamo solo ora incominciando a capire il fatto che anche nelle ore di veglia la nostra mente oscilla continuamente avanti e indietro, da momenti di attenzione al mondo esterno a momenti in cui siamo assorti in noi stessi. Or bene, questi stati “alterni” di coscienza hanno uno strettissimo rapporto con quelli prodotti da sostanze allucinogene.
Lo stato di coscienza in cui siamo assorti in noi stessi può naturalmente avere vari gradi di intensità o di profondità: ovviamente lo stato di modificazione molto elevato che si ottiene ad esempio con l’LSD non è della stessa qualità di un “sogno ad occhi aperti”, ma i processi neurochimici in atto nel cervello sono molto simili.
Le finalità e gli usi delle sostanze chimiche in grado di modificare la coscienza da parte delle società tradizionali e dei Paesi industrializzati sono molto diversi, così come sono diversi i modi con cui le sostanze stesse sono vissute e gli effetti che ne derivano.
Nel mondo tribale e preindustriale le piante allucinogene sono “piante sacre”; vengono considerate alla stregua di esseri viventi dotati di attributi soprannaturali, in grado di fornire ad alcuni individui prescelti – gli sciamani – una specie di ponte attraverso l’abisso che separa questo mondo da quello degli dei. In queste società si crede che queste piante siano essenziali per il benessere dell’individuo e della collettività; l’esperienza visionaria, i concetti che culturalmente ne derivano e ne determinano l’interpretazione sono del tutto coerenti con i sistemi tradizionali filosofici, religiosi ed etici; questi, a loro volta, valorizzano e persino incoraggiano l’approccio individuale con le forze soprannaturali e il confronto con esse.
Quando Albert Hofmann nel 1938 sintetizzò l’LSD non scoprì nulla di nuovo, ma attirò l’attenzione del mondo scientifico nei confronti degli allucinogeni in gerenale.
Nei primi anni Sessanta gli psicologi americani Timothy Leary, Richard Alpert e Ralph Metzner, insieme ad un gruppo di studenti dell’Università di Harvard, iniziarono gli esperimenti che ben presto attirarono l’attenzione della Federal Drug Administration. Nel 1963 Timothy Leary fu costretto ad abbandonare l’insegnamento e fondò la League for Spiritual Discovery che praticamente diede inizio negli Stati Uniti alla cosiddetta Era Psichedelica.
I mass media furono gli inconsapevoli artefici dell’esplodere della generazione dei “Figli dei Fiori”, spendendo fiumi d’inchiostro per descrivere a livello puramente scandalistico e sensazionalistico gli effetti dell’LSD e delle altre sostanze allucinogene. Questo portò un numero sempre maggiore di giovani ad interessarsi a queste sostanze e ai loro effetti “trascendentali”.
Contemporaneamente esplose la controversia – che dura tuttora – sulla possibilità che queste droghe possano trovare serie applicazioni in psichiatria e psicologia clinica.
Con la messa al bando dell’LSD alla fine degli anni ’60 anche la sperimentazione terapeutica e in genere tutta la ricerca sulle sostanze psichedeliche si è ufficialmente interrotta, lasciando un vuoto sia scientifico sia culturale ancora oggi, a trent’anni di distanza, difficile da recuperare.
Albert Hofmann ha spesso fatto riferimento all’LSD usando il termine di farmaco. Ecco, credo che questo sia il punto dal quale partire per una seria analisi delle sostanze allucinogene, al fine di individuare – mi auguro che in un futuro ciò sia possibile – i meccanismi attraverso i quali esse sviluppano la loro azione, e determinare quali di esse sono più utili al fine terapeutico.
Nessuno si sognerebbe di affermare che ad esempio gli antibiotici sono efficaci sempre, o che sono tranquillamente intercambiabili: alcuni di essi sono indicati per certe patologie, altri per altre. Anche gli psicofarmaci tradizionali, ad esempio le benzodiazepine presentano, pur nella loro somiglianza, significative differenze: alcune hanno una prevalente azione ansiolitica (Valium, Transene), altre facilitano il sonno (Mogadon, Tavor, Roipnol) altre hanno una prevalente azione sulle manifestazioni somatiche degli stati ansiosi (Lexotan), altre ancora sono prevalentemente sedative (Control, Lorans).
Allo stesso modo anche le sostanze psichedeliche presentano tra loro sostanziali differenze, in base alla loro struttura chimica.
Possiamo dividere gli allucinogeni in: allucinogeni percettivi (di tipo indolico e fenitelaminico), empatogeni (MDMA e correlati), e onirogeni (armalina e ibogaina). Nella prima classe ci sono gli allucinogeni maggiori, e a sua volta comprende quattro grandi gruppi, tre di tipo indolico, LSD, psilocibina e DMT e uno fenitelaminico, la mescalina.
Negli empatogeni sono comprese tutte quelle molecole di natura anfetaminica che producono effetti percettivi sostanzialmente trascurabili ed effetti emotivi intensi. In questa categoria trovano spazio la MDA, conosciuta in gergo come love drug, e soprattutto la MDMA o ecstasy, il prototipo delle droghe ricreazionali di oggi.
Noi in questo lavoro ci occuperemo esclusivamente degli allucinogeni vegetali, e in particolare del ruolo avuto nelle culture tradizionali. Questo non perché guardiamo con fastidio al loro uso ricreazionale o peggio ancora alle “orge estatiche” di alcune fette della popolazione giovanile, e neppure perché vogliamo artificiosamente contrapporre un uso sacro ad un uso profano: anche se siamo fermamente convinti che il potenziale delle sostanze psichedeliche sia ben più che qualche ora trascorsa agli “antipodi della mente”, riteniamo anche che non si possa tracciare un confine ben preciso fra “ricerca personale” e uso ludico.
La riscoperta di molte di queste sostanze da parte di molti giovani va valutata con estrema attenzione, perché se è vero che spesso il consumo di sostanze è costituito, nella nostra società, da modalità d’uso nevrotiche, e quasi mai da un comportamento che lega strettamente il quotidiano con i fenomeni naturali e con la “sacralità” di esperienze “altre”, è altrettanto vero che all’interno del movimento giovanile esiste una specie di nucleo neomistico che riscopre strumenti atti a scrutare nell’abisso della propria vita, per risvegliare quel “qualcosaltro” che è dentro di noi. Il dibattito che si è aperto da alcuni anni tra i “salvianauti”, cioè gli psiconauti di Salvia divinorum, ne è un illuminante esempio.
Più semplicemente perché crediamo che la capacità di “gestire il proprio presente” passa necessariamente da una sorta di “memoria storica” e dalla conoscenza di cosa c’è stato prima di noi. In altre parole: conoscere il rapporto fra l’uomo e le piante allucinogene, il loro ruolo nel costume, nella medicina e nella religione, significa – per chi vuole avere esperienza con queste sostanze – avvicinarsi in modo più responsabile e saggio ad un uso “laico” senza rischi. Perché il rischio di un uso incontrollato, sconsiderato e in qualche modo deculturalizzato all’interno della nostra società è molto maggiore di quanto non avvenisse (o avvenga) tra le culture tradizionali che, non a caso, inserivano il consumo delle piante sacre in un contesto rituale estremamente rigido, allo scopo di convogliare e integrare l’esperienza in una dimensione psichicamente e socialmente innocua.
Perché non possiamo sottovalutare il fatto che queste “droghe” non sono un giochetto per bambini, ma vanno prese estremamente sul serio; certo, non danno assuefazione, non distruggono le cellule cerebrali, sono da un punto di vista fisiologico pressochè innocue (non tutte però…), ma proprio per la peculiarità della loro azione mentale comportano una serie di pericoli, troppo spesso sottovalutati.
Queste sostanze provocano una radicale e repentina modificazione o soppressione degli ordinari confini fra reale e fantastico, cosa che può essere fonte di gioia ma anche di terrore allo stato puro. I pericoli sono appunto legati alla difficoltà di integrare l’esperienza della trasformazione del mondo interno ed esterno nella realtà ordinaria e quotidiana: se questa integrazione non avviene, il consumatore può subire un crollo psicotico anche permanente.
I popoli cosiddetti primitivi conoscevano molto bene questi pericoli, e non a caso consideravano queste sostanze sacre, nel significato originario della parola. “Sacro” deriva infatti dal latino sacer e sta ad indicare “ciò da cui si deve stare lontani”.
Chiunque le avesse assunte senza adeguata preparazione e senza la guida dello sciamano sarebbe inevitabilmente diventata pazzo. Possiamo anche ridere delle superstizioni primitive, ma resta il fatto che era una modalità d’uso sicuramente più saggia di quella alienata e alienante che caratterizza troppo spesso la nostra società.

 

 

 

 

 
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