Il Corriere della Sera - 21.01.98
Giuliano Gallo,
ROMA - «...Muoio se così deciderà il mio partito... E di questo ciascuno porterà la sua responsabilità: nessun responsabile si nasconda dietro l'adempimento di un presunto dovere...». Così, dalla «prigione del popolo» delle brigate rosse, Aldo Moro scriveva agli uomini del suo partito. Lettere disperate e straordinariamente profetiche: «Se questo crimine fosse perpetrato - scriveva ad esempio al segretario dc Benigno Zaccagnini - si aprirebbe una spirale terribile, che voi non potreste fronteggiare...». Un'invettiva che oggi sembra quasi una premonizione.
Sono passati vent'anni, e sentir leggere quelle lettere dà ancora oggi i brividi. Vent'anni, una scena politica che pare cambiata per sempre, eppure il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro rimane ancora la più grande tragedia collettiva mai vissuta dall'Italia, con tutto il suo carico di misteri e ambiguità. «Una contromossa da parte dello Stato - dice oggi ad esempio il brigatista Prospero Gallinari -, da parte della Dc, avrebbe dato un mutamento a quella condizione». E significa che bastava davvero poco per salvare la vita di Moro.
«Mixer», il programma di Giovanni Minoli, dedica a quei tragici 55 giorni e alle conseguenze che ebbero due serate intere: stasera un'accorata intervista con Giovanni Moro, il figlio minore del presidente assassinato, e domani sera una meticolosa ricostruzione politico-giudiziaria di quei giorni. Con in studio fra gli altri Giulio Andreotti, allora presidente del consiglio, Corrado Guerzoni, fedele braccio destro di Moro, e Antonio Marini, il pubblico ministero che ancora oggi indaga su quel delitto. Giovanni Moro consegna alla riflessione un frammento di amaro sarcasmo: «Forse tra dieci anni, quando si celebrerà il trentennale della morte di mio padre, la Democrazia cristiana si deciderà finalmente ad affrontare il fantasma di Aldo Moro...». Tocca ad Andreotti rispondere, ed è per sopire ogni spunto polemico: «Non vedo perché aver paura: credo che i frammenti per ricomporre la tragedia ci siano tutti».
Ma non è così, obietta Antonio Marini: cinque processi non sono ancora bastati per conoscere la verità. «Colpa della compartimentazione rigida adottata dalle Br - spiega il magistrato -, ma anche dell'omertà dei brigatisti, che hanno centellinato le loro rivelazioni, e anche delle disfunzioni degli apparati investigativi». Non si è ancora fatta chiarezza completa nemmeno sul numero dei br che quella mattina avevano agito in via Fani, dice Marini.
Bugie, omissioni dei terroristi. Ma anche la sospetta inadeguatezza degli investigatori: «Eravamo tutti impegnati contro le manifestazioni di piazza...», si giustifica adesso Umberto Improta, che allora era il vicecapo dell'Ucigos. Ma c'erano anche i vertici dei servizi segreti e delle forze armate in mano alla P2. «Li avevamo scelti con il consenso dei comunisti», ricorda acido Andreotti. E Reichlin è costretto ad ammetterlo. Si parla della fermezza e del fronte della trattativa. Alfredo Reichlin, che allora era direttore dell'Unità, ricorda quella spaccatura così profonda. E adesso, lui che pure era schierato per il «no», rompe un accordo finora inossidabile: «Noi eravamo per la fermezza - dice secco ad Andreotti -, ma per noi la fermezza sottintendeva che si sarebbe fatto di tutto per trovare l'onorevole Moro...». E' qualcosa di più di una stoccata, ma Andreotti incassa senza fiatare. Si risente invece quando Corrado Guerzoni riparla di una storia già nota ma bruciante: nella famosa lettera di Paolo VI alle Brigate rosse, quella dove il Papa chiedeva ai terroristi la resa, le parole «senza condizioni» erano state aggiunte su suggerimento del governo. E dunque di Andreotti. «Posso smentirlo nella maniera più netta - si inalbera lui -. Quando io l'ho vista quella frase c'era già».