Ciao 2001 - maggio 1998

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Geraldina Colotti: dal mitra alla poesia

Morte di un'illusione

di Rosalba Alia

"Senza dirlo neanche a me stessa ho scritto al mondo di andarsene". Questa è una delle tante poesie che Geraldina Colotti ha scritto in "Versi cancellati", una raccolta di sentimenti contrastanti, d'immagini e parole rubate al tempo che scorre comunque anche dietro le sbarre. Sì, perché Geraldina, oltre ad essere una giornalista è soprattutto un'ex brigatista che sta scontando 27 anni di carcere. Da questa esperienza, oltre alle poesie, è nato anche un libro intitolato "Per caso ho ucciso la noia", racconti surreali sulle donne e sul carcere per esorcizzare, combattere la paranoia, amica vigile e attenta delle prigioni. L'abbiamo incontrata per capire più da vicino il significato dei suoi versi, il suo mondo, la lotta armata.

Chi è Geraldina Colotti?

Un'ex brigatista, arrestata il 21 gennaio dell'87, che da tre mesi è in semilibertà: un "premio" che ti danno quando raggiungi metà della pena, se hai fatto la brava persona. Di giorno esci per andare a lavorare, la sera ritorni in carcere e la domenica puoi startene in famiglia. Finora è il massimo che sia stato concesso ai detenuti politici, quasi tutti condannati a pene lunghissime, compreso l'ergastolo. Dopo la semilibertà c'è l'affidamento in prova ai servizi sociali, oppure la libertà condizionata, che possono dare quando mancano cinque anni, ma è una misura che i giudici di sorveglianza non applicano praticamente mai. Bisogna dire che, per i detenuti comuni, queste misure, volute dalla legge Gozzini vengono costantemente disattese, anche per via degli "allarmi sociali" che chiedono sempre più carcere. Dei seimila inquisiti per fatti di lotta armata negli anni settanta, restano in prigione circa duecentocinquanta detenuti politici, quasi tutti condannati all'ergastolo con una media di detenzione che va dai 15 ai vent'anni. Abbiamo una media di detenzione che è la più alta d'Europa, con un tipo di carcerazione che, soprattutto negli anni '70 è stata durissima, come il regime speciale, le censure, lo stato di isolamento.

Ma esistono ancora le Brigate Rosse?

Come organizzazione politica direi di no. Almeno dalla fine degli anni '80. Ma ancor prima, l'organizzazione s'era divisa: da una parte noi dell'Unione Comunisti Combattenti, il gruppo del passaggio politico di Prospero Gallinari, la cosiddetta corrente marxista; dall'altra il Partito Comunista Combattente. L'esperienza cioè si è conclusa per esaurimento sia delle forze, sia per una crisi politica irreversibile.

La vostra lotta era anche una lotta "da sinistra"?

Il Partito Comunista è stato il fautore, assieme alla Democrazia Cristiana, dei governi di solidarietà nazionale e quello che ha effettivamente avallato tutte le leggi d'emergenza che ancor oggi sussistono. Sono rimasti in piedi tutti questi apparati di "repressione d'emergenza" che vengono usati contro le nuove lotte sociali, contro i giovani dei centri sociali che vengono ancora condannati secondo le leggi dell'emergenza. Sta succedendo ai ragazzi del Leoncavallo, contro i quali sono state richieste ben 111 condanne. Di recente, il compagno che è morto ammazzato proprio da questo utilizzo della giustizia d'emergenza, che l'ha coinvolto in accuse spropositate, tanto da portarlo al suicidio.

E' luogo comune pensare che le BR parlino di lotta proletaria, poi in realtà provengano in gran parte da famigli borghesi.

Questo non è vero. La maggioranza dei militanti della nostra organizzazione sono operai; alcuni non hanno neanche il diploma. Poi ci sono laureati, impiegati, precari, insegnanti. Io sono figlia di braccianti agricoli pugliesi trapiantati al nord, a Ventimiglia. Ho studiato con un presalario, altrimenti non sarei mai riuscita a laurearmi e per mantenermi agli studi ho sempre dovuto lavorare. L'equivoco credo sia dovuto al fatto che, comunque, la nostra coscienza politica ci ha spinto a studiare, soprattutto per la necessità di coniugare teoria e prassi. Non siamo stati un'organizzazione di intellettuali, molti di noi sono autodidatti. Veniamo dal '68, in cui i discorsi del sei politico o del trenta tout-court, dei seminari collettive erano fatti nell'ottica di una riappropriazione del sapere, per maturare unaltro tipo di conoscenza. Un intento che - va detto - nel corso degli anni ha subito anche un processo di banalizzazione, per cui, quando purtroppo la nostra generazione, quella degli anni '70, non è riuscita a fare l'auspicato salto di potere, la sconfitta è stata devastante, con il risultato che, nel decennio successivo, tutto quello per cui avevamo lottato ha lasciato il posto al mito dell'efficientismo, del produttivismo esasperato. Nelle scuole c'è stata una pesante ricaduta nell'ignoranza.

Per tornare alle BR, cosa chiedevano in realtà?

Miravamo alla presa del potere, perché senza il capovolgimento dei rapporti di forza politici, pensavamo che tutto fosse inutile: piccoli correttivi riformistici c'erano già nella società, ma non ci bastavano. E' logico, poi, che nel corso degli anni, con la difficoltà di arrivare a mutamenti così radicali, si sono aperte delle fratture che ancora adesso non sono completamente rimarginate. E' caduto il muro di Berlino e sono cambiati i punti politici e culturali di riferimento.

Secondo te, la vostra sconfitta è stata causata, come diceva Sciascia, perché in fondo gli operai, la massa non vi hanno seguito?

Certamente se la rivoluzione non ha attecchito è perché ci siamo trovati isolati, però la nostra sconfitta è stata quella di tutta la sinistra, perché non c'è stato un pezzo di sinistra vincente. Dagli anni '70, siamo usciti tutti con le ossa rotte e i veri vincitori, sono stati i capitalisti, che hanno dato il via ai grandi licenziamenti, alle imponenti ristrutturazioni. Oggi esiste solo un vero imperialismo, un unico governo che è quello nippoamericano, soprattutto da quando non c'è più il simulacro di un sistema socialista come quello dei paesi dell'est, con i famosi due blocchi. Per quanto riguarda le masse, per un periodo c'è stata una fortissima presenza delle BR all'interno dei movimenti di classe. Poi, probabilmente, non abbiamo saputo capire cosa stava cambiando.

Secondo te, cos'è cambiato dopo la scomparsa di Moro?

Tutto il quadro politico, anche se il problema non è stato certamente solo la scomparsa di Moro. La classe operaia non ce l'ha fatta a uscire, dalla fase delle grandi lotte in maniera vincente. Le sinistre non sono andate al governo e la colpa è stata del PCI, perché, dal nostro punto di vista, nel 76, si doveva impedire il governo di solidarietà nazionale che ha dato alla Dc la possibilità di salvarsi. E' stata un'occasione mancata. Noi, ovviamente, non eravamo d'accordo con il compromesso storico.

Non poteva essere una chance per la sinistra?

No, assolutamente no. e' stato invece affossare tutte quelle speranze di rivoluzione, di cambiamento della società, che si chiedevano a gran voce. Il Pci nel 76 era riuscito ad avere tantissimi voti. Ogni giorno c'erano manifestazione, proteste. Lo Stato rispondeva con lo stragismo politico, con la repressione sistematica, con organizzazioni come Gladio che, già allora, tutti conoscevano. Ogni dirigente del Pci era schedato e seguito, c'era un paese sotto tutela americana e si sapeva che se le sinistre fossero andate al governo, ci sarebbe stata una dura reazione. Che il Pci volesse salvare questa classe politica, per noi e per tutto i movimento rivoluzionario, era inconcepibile. Ora non voglio dire che tutto quello che abbiamo fatto sia stato giusto, ma bisogna capire che in quegli anni si è dovuto giocare una partita grossa, in cui tutto era consentito: da una parte e dall'altra.

Come vi ponete nei confronti dell'indulto?

Su questo ci sono state due posizioni: quella di Curcio, Moretti, Balzerani e altri brigatisti storici che ha sostenuto la chiusura di una fase, pur rivendicando tutto quello che è stato il passato, senza nessuna dissociazione, nessun pentimento, ma anche senza voler più intervenire nel presente, e rimandando i bilanci storici a dopo l'indulto, liberi da vincoli giudiziari. L'altra, della quale faccio parte con Gallinari, Bruno Seghetti, Paolo Cassetta, ha sostenuto la necessità di un'amnistia in un'ottica più attenta ai movimenti di massa e meno a una visione istituzionale. Pensavamo che, e i fatti ci hanno dato ragione, senza un bilanci odi quegli anni e una forte pressione dei movimenti di massa, non si potesse arrivare a nessun provvedimento di legge. Inoltre noi intendiamo continuare con quanti vogliono ricostruire un pensiero e una pratica comunista. Tra l'altro, dopo gli anni 70, la violenza rivoluzionaria non è mai stata affrontata con coraggio in discussioni pubbliche. Delle nostre azioni si è voluto vedere solo l'aspetto più spettacolare e cruento. Certo, è chiaro che i morti ci sono stati, ma all'interno di un progetto politici che mirava a cambiare radicalmente la società. Un progetto, in quegli anni, condiviso da gran parte della sinistra radicale. Se si potesse discutere all'interno di questo ragionamento, quello che abbiamo fatto potrebbe essere visto con un'altra logica. Perché non abbiamo mai messo bombe proprio perché pensavamo che questo potesse provocare delle morti inutili e, a parte gli eccessi dell'ultimo periodo, abbiamo sempre usato le armi in maniera molto selettiva.

La scelta della lotta armata è stata una decisone individuale o collettiva?

Entrambe le cose, come lo sono sempre le scelte politiche comuniste. Vanno di pari passo, altrimenti non hanno ragione di esistere.

Parliamo dei tuoi libri…

"Per caso ho ucciso la noia" è un aforisma, che continua con "…e mi hanno condannato a morirne", ed allude al rapporto tra caso e causalità. Su quanto abbiamo detto si può riflettere anche in questo senso. Questi racconti sul paradosso, surreali parlano anche dell'"universo carcere" dove la logica del contrario la fa da padrone. E' stato per me un modo per portar fuori delle briciole di sensazioni, di esperienze, divisi, incontri, che possono trasformarti una giornata, senza però piangermi addosso: ho cercato di essere il più ironica possibile. Tra l'altro mi piace molto giocare con il linguaggio, le parole perché è un modo per smascherare tanti aspetti della realtà. Il ricavato della raccolta "Versi cancellati" sarà devoluto a "Sprigionare", una rete dei centri sociali delle associazioni che si occupano della liberazione dei prigionieri politici e questo libretto è stato prodotto dal G.R.A. Grande Raccordo Autoproduzioni dei centri sociali ed è anche l'incontro tra vecchie e nuove generazioni, attraverso un linguaggio come quello della poesia che esprime non solo una passione politica, ma anche sentimenti che magari spesso non si riescono a comunicare. Alcune di queste poesie sono state messe in musica da alcuni gruppi musicale che le hanno suonate in un concerto sotto Rebibbia. Ma credo che anche altre diventeranno canzoni.

Cosa ti aspetti adesso dalla vita?

Concretamente nulla perché ho questa galera che continuerà ancora per molti anni. Lavoro, scrivo e continuo ad impegnarmi perché credo che questo mondo non vada bene e che si possa fare ancora qualcosa per cambiarlo.

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