LABORATORI DI SOCIETA' #2

Nel precedente numero di Laboratori di società abbiamo pubblicato l’appello dei 35 intellettuali francesi per <l’elaborazione di una politica economica e sociale decisamente innovatrice e democratica>, all’interno del quale si rivendicava un reddito minimo incondizionato e cumulabile. Nel 1997 la manifestazione europea di Amsterdam contro la precarietà e il movimento dei disoccupati francesi hanno riportato in primo piano il tema della ridistribuzione della ricchezza sociale, e del reddito di cittadinanza come strumento di lotta all’esclusione e di dilatazione dei diritti sociali. In Italia i contributi teorici di Andrea Fumagalli  sono essenziali per seguire questo dibattito che si sta concretizzando, speriamo, in un nuovo ciclo di lotte sul reddito all’altezza delle trasformazioni produttive e sociali della società post-fordista.
L’articolo che qui riproduciamo è apparso sul Manifesto, ma potete anche prelevare il più corposo “Dieci tesi per il reddito di cittadinanza” dal nostro sito.

Reddito di Cittadinanza

In Italia il dibattito sul reddito di cittadinanza comincia ad avviarsi. Con fatica, con lentezza, tra mille equivoci e distorsioni, ma comincia. E, fatto ancor più importante, la richiesta di un reddito sganciato dal lavoro si appresta a diventare un obiettivo di lotte concrete contro le forme moderne della precarizzazione del lavoro e della mortificazione della dignità delle donne e degli uomini.
Così e stato ad esempio nella giornata del 6 novembre scorso, quando il movimento degli invisibili (effettivamente invisibili anche per la stampa nazionale e per la televisione) ha organizzato numerose manifestazioni e azioni propagandistiche per ribadire il diritto al reddito. I recenti contributi di Giorgio Lunghini e di Rossana Rossanda su queste stesse pagine hanno riproposto con forza, pur nella differenza delle posizioni, la necessità di un intervento sul lato della distribuzione del reddito da affiancare all’adozione di politiche economiche a sostegno dei livelli occupazionali. Ho partecipato a vari incontri con realtà autorganizzate e di base discutendo della proposta di reddito di cittadinanza. Il frutto di tale dibattito e riassunto in un documento dal titolo “Dieci tesi sul reddito di cittadinanza”, disponibile sulla rete Ecn.
Tale rete ha inoltre aperto una mailing-list “redditolavoro”, che raccoglie sia contributi teorici che istanze di conflittualità in materia di precarizzazione di reddito e di lavoro. Infine, è in fase di programmazione per i primi mesi del 1999 un testo collettaneo sulla questione del reddito di cittadinanza con richiami al dibattito che da anni si sta svolgendo in Francia e in Germania, sulla scia del movimento degli chomeurs.
Questa prima fase del dibattito (che, per il momento, incontra forti difficoltà di cittadinanza all’interno delle organizzazioni sindacali confederali e dei partiti di sinistra) si è posta l’obiettivo di definire gli assi portanti del concetto: che cosa si intende per reddito di cittadinanza, chi ne avrebbe diritto?
Questo proprio per evitare fraintendimenti ed equivoci, vista anche l’aleatorietà della parola reddito. In seconda battuta, si è cominciato a valutare l’attualità e la praticabilità di una simile proposta nel contesto postfordista del processo di accumulazione. Infine, si e messo in luce il ruolo strumentale che puo avere 1’obiettivo di un reddito garantito come fattore di ricomposizione sociale delle diverse soggettività del lavoro oggi divise e frammentate. Analizziamo brevemente questi tre punti, tenendo presente che le risposte, ovviamente, non possono essere esaustive e che le questioni aperte sono numerose.
Partiamo dalla definizione. Per reddito di cittadinanza si intende l’erogazione di una certa somma monetaria a scadenze regolare e perpetua in grado di garantire una vita dignitosa, indipendentemente dalla prestazione lavorativa effettuata. Tale erogazione deve avere due caratteristiche fondanti: deve ossere universale e incondizionata, deve cioè entrare nel novero dei diritti umani.
In altri termini, il reddito di cittadinanza va dato a tutti gli esseri umani in forma non discriminatoria (di sesso, razza, di religione, di reddito). E’ sufficiente, per averne diritto, il solo fatto di esistere. Non è sottoposto ad alcuna forma di vincolo o condizione (ovvero, non obbliga ad assumere particolari impegni e/o comportamenti). I due attributi – universale e incondizionato – sgombrano il tavolo da molti equivoci. Ma soprattutto si tratta di reddito e non di salario (non si puo parlare al riguardo, come molto spesso si fa, di salario minimo o salario garantito): il salario, in quanto remunerazione del lavoro, è comunque legato all’organizzazione capitalistica della produzione.
Il concetto di reddito rientra invece esclusivamente nell’alveo della distribuzione delle risorse, una volta dato il livello di ricchezza complessiva. Il reddito determina la possibilità di consumo e se il diritto al consumo e universale anche il diritto al reddito deve essere universale e primario (non mediato, quindi, dal diritto al lavoro). Tutte le proposte di tipo distributivo che fanno riferimento o alla condizione professionale (stato di disoccupazione e/o di precarietà insufficiente a garantire un reddito minimo – come ad esempio il minimo vitale della proposta Onofri e applicato in Italia, in forma di progetto pilota, ad alcune famiglie di alcuni comuni italiani dal vecchio governo Prodi) o all’obbligo di assumere degli impegni di tipo contrattuale, pur se sganciati dalla prestazione lavorativa, (come il Reddito minimo di inserimento in Francia), sono discriminanti e non conformi allo status di diritto inalieriabile individuale. Non e cosi per il reddito di cittadinanza.
L’attualità del reddito di cittadinanza e la sua praticabilità derivano dall’analisi delle moderne forme dell’accumulazione dominanti nel mondo capitalistico occidentale. La ristrutturazione tecnologica, esito della diffusione di tecnologie di linguaggio che si sostituiscono o sono complementari alle tradizionali tecnologie meccaniche e ripetitive di stampo taylorista, ha profondamente modificato le forme di erogazione del lavoro e di origine del profitto. La nuova organizzazione flessibile del lavoro e della produzione porta alla ridefiniziono del rapporto capitale lavoro, in cui la prestazione lavorativa e totalmente subordinata e sussunta al capitale sia nella sua compononte materiale che immateriale. Non solo le braccia, ma anche la mente ed il tempo di vita sono diventati fattori produttivi che danno origine a livelli crescenti di produttività, che assume caratteri sociali e non più individuali: una produttività sociale che deriva sempre più dalle esperienze o dai saperi soggettivi dei singoli individui e che assumono le più disparate tipologie di lavoro.
Ciò porta ad una ridefinizione della separazione fordista tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra produzione materiale, e produzione immateriale, tagliando trasversalmente non solo l’attivita di trasformazione industriale e il settore terziario, ma influenzando pesantemente sui meccanismi di finanziamento e sulla dinamica dei mercati finanziari. Nel fordismo, il rapporto capitale lavoro si era sviluppato all’interno di un patto sociale, garantito a livello nazionale, che da un lato legava incrementi di produzione a incrementi dell’occupazione e, dall’altro, imponeva la distribuzione di parte dei guadagni di produttività al reddito da lavoro salariato, consentendo una crescita contemporanea di salario e profitto.
Oggi il livello di sfruttamento insito nel rapporto capitale-lavoro produce incrementi di produttività sociale che non vengono ridistribuiti ma sono ad esclusivo appannaggio della crescita dei profitti e della rendita finanziaria.
La ridefinizione di un nuovo patto sociale post-fordista, lungi dall’essere quello ipotizzato dalla triade D’Alema-Ciampi-Cofferati, non può che partire dall’esigenza di una ridistribuzione sociale del reddito. Il reddito di cittadinanza e dunque la forma più moderna compatibile con l’attuale sistema di accumulazione flessibile, resa possibile da un intervento redistributivo dei guadagni di produttività immateriale, che oggi sfuggono alle statistiche ufficiali, ma che producono quella ricchezza, per lo più utilizzata per la speculazione finanziaria internazionale e che e all’origine delle più moderne forme di esclusione sociale.
In linea generale, un intervento sui guadagni di produttività (tramite una tassazione sui beni capitali o sugli investimenti diretti all’estero) e sulle transazioni finanziarie (ad esempio, tramite l’introduzione di una Tobin Tax) sono dunque i campi dai quali reperire le risorse per un finanziamento possibile del reddito di cittadinanza (ad esempio, in Italia, nel 1997 sono stati scambiati titoli finanziari per un ammontare superiore di quasi sei volte il Pil: una sorta di Iva dell’1% su tale volume di transizione porterebbe ad un introito pari a circa 115.000 miliardi di lire).
La proposta di reddito di cittadinanza è, dunque, una proposta riformista, in quanto, non va a modificare le condizioni strutturali dello sfruttamento capitalistico. è sicuramente un esempio di riformismo radicale, nel senso che si muove comunque in direzione opposta a quella insita nel perseguimento di politica dei redditi, di concertazione sindacale e di flessibilizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro, compatibili con le esigenze di profittabilità di breve periodo delle imprese, recentemente confermate ancho dal neo-ministro del lavoro Bassolino.
Tuttavia, il reddito di cittadinanza apre delle contraddizioni all’interno della gerarchia economia attuale che devono essere sottolineate. In primo luogo, rompe il disciplinamento sociale imposto dal ricatto del bisogno e dalla necessità del lavoro.
è diritto all’ozio contro l’etica del lavoro precario, coatto, alienato.
Da questo punto di vista, aumenta il grado di autonomia decisionale e di libertà dei diversi soggetti del lavoro e del non-lavoro, e forma di contropotere all’asservimento del lavoro. In secondo luogo, parallelamente, rompe le gerarchie economiche e sociali imposte dal potere sociale e discriminatorio dell’uso della moneta. Nei sistemi capitalistici, la disponibilità di moneta è la manifestazione più evidente della discriminazione tra lavoro e capitale.
Il lavoratore puo spendere solo ciò che guadagna tramite la sua disponibilità al lavoro, l’imprenditore può accedere liberamente alla moneta-credito senza vincoli di reddito, in quanto proprietario dei mezzi di produzione.
Fornire moneta – e quindi potere d’acquisto – a chi non si sottopone alle gerarchie della produzione significa sviluppare forme di contropotere monetario. Infine, sulla base dei due punti ora ricordati, la disponibilità di un reddito incondizionato aumenta potenzialmente il grado di contrattazione individuale degli individui, per lo meno nel contesto socio-economico. In un mercato del lavoro, caratterizzato sempre più dalla prevalenza della contrattazione individuale a tutti i livelli (salario e tempo di lavoro), anche laddove esistono forme di contrattazione collettiva (lavoratori dipendenti a tempo indeterminato pubblici e privati), la capacità di sviluppare forme conflittuali per il miglioramento delle proprie condizioni lavorative e reddituali si scontra con la frammentazione dei soggetti del lavoro. Lo sviluppo di forme estese di microconflittualità è certamente condizione necessaria per poter intervenire positivamente sulla propria condizione, ma di per sè non e più sufficiente per modificare i rapporti di forza oggi dominanti a livello sociale.
Diventa sempre più necessario definire livelli di scontro che riguardino aspetti trasversali delle diverse soggettività del lavoro, indipendentemente dal posto di lavoro. Le questioni del reddito e del tempo di lavoro vanno incontro a questa esigenza.
Per questo, il reddito di cittadinanza è strumento di intervento sociale (e non un finalità in sè) per poter favorire quel processo di ricomposizione sociale, necessario per lo sviluppo di nuove potenzialità conflittuali, per essere più padroni del nostro destino.

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