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pubblicato il 5.08.07
Strage Freccia del Sud, tra mafia ed eversione nera
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Strage Freccia del Sud, tra mafia ed eversione nera

Dopo 37 anni nessun mandante

Milano 24 lug. – Fine anni sessanta, inizio anni settanta : un periodo inquietante per la storia del Paese. Alla bomba che esplose nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, nel dicembre 1969, seguì nel luglio dell’anno successivo, la rivolta di Reggio Calabria, conseguenza dell’ipotesi di attribuire a Catanzaro lo status di capoluogo di regione. Lo slogan della rivolta : il non dimenticato “Boia chi molla” di Ciccio Franco.

Il 22 luglio 1970, sulla tratta ferroviaria Gioia Tauro- Reggio Calabria, un ordigno piazzato sui binari, provocò il deragliamento della Freccia del Sud, il bilancio delle vittime assunse le proporzioni di una strage: 6 morti e 54 feriti.

Non si deve dimenticare che nel dicembre dello stesso anno ebbe luogo il tentativo, abortito, da parte del principe nero Junio Valerio Borghese, di un golpe, che avrebbe dovuto rovesciare l’ordinamento democratico dello Stato. Cosa Nostra, all’ultimo, ritirò il proprio appoggio al colpo di stato. Motivo: Borghese pretendeva l’acquisizione dell’elenco di tutti gli affiliati alla mafia siciliana. Per Cosa Nostra la richiesta era irricevibile, Luciano Liggio dichiarò sibillinamente “Ho salvato l’Italia”.

Tornando all’eccidio del Palermo-Torino, le prime indagini vennero svolte dal questore di Reggio Calabria, Emilio Santillo, che individuò in un bullone avvitato male, nella nona carrozza, la causa del deragliamento, escludendo con certezza qualsiasi origine dolosa. Naturalmente si trattava di errore umano, i macchinisti furono incolpati ”...di aver illegittimamente disposto la cessazione del rallentamento a 60 chilometri all’ora, per tutti i treni sulla tratta Palmi-Gioia Tauro, causa i lavori di livellamento ed allineamento delle rotaie”.

Ogni ipotesi dinamitarda non venne considerata, in quanto nessuno aveva sentito detonazioni al momento dell’incidente, ma i binari potevano essere stati fatti saltare precedentemente al sopraggiungere del treno.

A seguito di altri tre attentati fotocopia, fortunatamente senza conseguenze, venne disposta un’ulteriore perizia, che riscontrò l’asportazione parziale di una rotaia per quasi due metri, a rappresentare l’origine dolosa del deragliamento. Ugualmente un primo processo fu istruito a carico di quattro dipendenti delle Ferrovie dello Stato, che andarono assolti.

Dopo 23 anni, nell’ambito di una maxi inchiesta sulla ‘ndrangheta, la verità emerse grazie alle dichiarazioni di un pentito, Giacomo Lauro, il quale rivelò che a piazzare materialmente la bomba sui binari, fu un neofascista, Tito Salverini, su mandato del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo”.

La criminalità organizzata calabrese consegnò ai terroristi neri l’esplosivo. Queste testimonianze furono confermate da un esponente di Avanguardia nazionale, Carmine Dominici, uomo di fiducia del marchese Felice Genoese, leader maximo della destra calabrese, poi condannato per reati riconducibili al crimine organizzato.

Le indagini svelarono il solito patto scellerato tra la ‘ndrangheta, inizialmente rappresentata dalla famiglia Di Stefano, la destra eversiva, servizi deviati, massoneria e trafficanti internazionali di armi e stupefacenti. Lauro dichiarò “Giorgio Di Stefano diceva che bisognava aiutare i fascisti contro i comunisti”. Il patto venne allargato ad altri clan, in un summit a Montalto, cui avrebbero partecipato Junio Valerio Borghese, evidentemente alla ricerca di altre alleanze, dopo la defezione di Cosa Nostra, Pierluigi Concutelli e Stefano Delle Chiaie.

Nel 2001 la Corte d’Assise di Palmi condannò quali esecutori materiali della strage, Salverini, Caracciolo e Scarcella, tutti e tre deceduti per cause naturali. Vennero però disposte nuove inchieste sui presunti mandanti. Il processo si chiuse definitivamente nel gennaio 2006, unico colpevole il pentito Giacomo Lauro, curiosamente condannato per “concorso anomalo in omicidio pluruimo”, reato estinto per avvenuta prescrizione.

Recentemente, in occasione dell’anniversario dei moti di Reggio Calabria, il sindaco Giuseppe Scopelliti, esponente di An, ha pronunciato queste parole: “La rivolta di Reggio fu un’esperienza di popolo sintomatica. Un periodo storico brillantemente guidato da Franco e da tutti gli altri esponenti del comitato”.

Riccardo Castagneri
politica.milano@voceditalia.it

Data: 24/07/2007 6.57.00


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